
PRIMO
SALUTO E PRIMA BENEDIZIONE AI FEDELI
DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
16 ottobre 1978
Sia lodato Gesù Cristo.
Carissimi fratelli e sorelle,siamo ancora tutti
addolorati dopo la morte del nostro amatissimo Papa Giovanni Paolo
I. Ed ecco che gli Eminentissimi Cardinali hanno chiamato un nuovo
vescovo di Roma. Lo hanno chiamato da un paese lontano... lontano,
ma sempre così vicino per la comunione nella fede e nella
tradizione cristiana.Ho avuto paura nel ricevere questa nomina, ma
l’ho fatto nello spirito dell’ubbidienza verso Nostro Signore
Gesù Cristo e nella fiducia totale verso la sua Madre, la Madonna
Santissima.
Non so se posso bene spiegarmi nella vostra...
nostra lingua italiana. Se mi sbaglio mi correggerete. E così mi
presento a voi tutti, per confessare la nostra fede comune, la
nostra speranza, la nostra fiducia nella Madre di Cristo e della
Chiesa, e anche per incominciare di nuovo su questa strada della
storia e della Chiesa, con l’aiuto di Dio e con l’aiuto degli
uomini.
PRIMO
RADIOMESSAGGIO "URBI ET ORBI"
DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II
17 Ottobre 1978
1. Signori Cardinali, e voi, figli della Santa
Chiesa, e voi tutti, uomini di buona volontà, che ci ascoltate!
Solo una parola, tra tante, sale immediata
sulle nostre labbra nel momento di presentarci a voi dopo
l’elezione alla sede dell’Apostolo Pietro, ed è parola che fa
risaltare, per l’evidente contrasto dei nostri limiti personali ed
umani, l’immensa responsabilità che ci è stata affidata: “O
profondità della sapienza e della scienza di Dio! Quanto
imperscrutabili sono i suoi giudizi ed inaccessibili le sue vie!”
(Rm 11,33). Difatti, chi avrebbe potuto prevedere, dopo la morte
dell’indimenticabile Paolo VI, anche la prematura scomparsa
dell’amabile suo successore Giovanni Paolo I? E come avremmo
potuto noi prevedere che la loro formidabile eredità sarebbe
passata sulle nostre spalle? Per questo, dobbiamo meditare sul
misterioso disegno di Dio provvidente e buono, e non già per
capire, ma piuttosto per adorare e pregare. Sentiamo davvero di
dover ripetere l’invocazione del Salmista che, levando gli occhi
verso l’alto, esclamava: “Da dove mi verrà l’aiuto? Il mio
aiuto viene dal Signore” (Sal 120,1-2).
La stessa imprevedibilità degli eventi, che si
son succeduti in così breve arco di tempo, e l’inadeguatezza
della risposta, che potrà venire dalla nostra persona, come ci
impongono di rivolgerci al Signore e di confidare totalmente in lui,
così non consentono di tracciare programmi che siano frutto di
lunga riflessione e di accurata elaborazione. Ma a supplire una tale
carenza è già pronta una sorta di compensazione, che costituisce
essa stessa un segno della presenza confortatrice di Dio. È
trascorso poco più di un mese da quando noi tutti ascoltammo,
dentro e fuori dalle storiche volte di questa Cappella,
l’allocuzione rivolta, all’alba del suo promettente servizio, da
Papa Giovanni Paolo: per la freschezza del ricordo che ciascuno di
noi ne conserva e per la sapienza delle indicazioni che vi erano
contenute, non ci sembra di poter da essa prescindere. Come per la
circostanza in cui fu pronunciata, essa appare tuttora valida
all’inizio di un nuovo ciclo pontificale, che ci impegna in
maniera diretta ed ormai ineludibile di fronte a Dio ed alla Chiesa.
Il Concilio: pietra miliare
2. Vogliamo, pertanto, enucleare alcune linee
direttrici che riteniamo di preminente rilievo e, perché tali,
avranno da parte nostra – come proponiamo e speriamo con l’aiuto
del Signore – non soltanto attenzione e consenso, ma anche un
coerente impulso, perché trovino riscontro nella realtà
ecclesiale. Anzitutto, desideriamo insistere sulla permanente
importanza del Concilio Ecumenico Vaticano II, e ciò è per noi un
formale impegno di dare ad esso la dovuta esecuzione. Non è forse
il Concilio una pietra miliare nella storia bimillenaria della
Chiesa e, di riflesso, nella storia religiosa e anche culturale del
mondo? Ma esso, come non è solo racchiuso nei documenti, così non
è concluso nelle applicazioni, che si sono avute in questi anni
cosiddetti del post-Concilio. Consideriamo, perciò, un compito
primario quello di promuovere, con azione prudente e insieme
stimolante, la più esatta esecuzione delle norme e degli
orientamenti del medesimo Concilio, favorendo innanzitutto
l’acquisizione di un’adeguata mentalità. Intendiamo dire che
occorre prima mettersi in sintonia col Concilio per attuare
praticamente quel che esso ha enunciato, per rendere esplicito,
anche alla luce delle successive sperimentazioni e in rapporto alle
istanze emergenti e alle nuove circostanze, ciò che in esso è
implicito. Occorre, insomma, far maturare nel senso del movimento e
della vita i semi fecondi che i Padri dell’assise ecumenica,
nutriti della Parola di Dio, gettarono sul buon terreno (cf.Mt
13,8.23) cioè i loro autorevoli insegnamenti e le loro scelte
pastorali.
Questo criterio generale, della fedeltà al
Vaticano II e di esplicito proposito, da parte nostra, per la
completa sua applicazione, potrà interessare più settori: da
quello missionario a quello ecumenico, da quello disciplinare a
quello organizzativo, ma uno specialmente dovrà essere il settore
che richiederà le maggiori cure, cioè quello dell’ecclesiologia.
È necessario, venerati Fratelli e diletti Figli del mondo
cattolico, riprendere in mano la “magna charta” conciliare, che
è la Costituzione dogmatica Lumen Gentium, per una rinnovata e
corroborante meditazione sulla natura e sulla funzione, sul modo di
essere e di operare della Chiesa, non soltanto per realizzare sempre
meglio quella comunione vitale, in Cristo, di tutti quanti in lui
sperano e credono, ma anche al fine di contribuire ad una più ampia
e più stretta unità dell’intera famiglia umana. “Ecclesia
Christi lumen gentium”, amava ripetere Papa Giovanni XXIII: la
Chiesa – gli ha fatto eco il Concilio – è sacramento universale
di salvezza e di unità per il genere umano (cf. Lumen Gentium, 1.
48; Ad Gentes, 1).
Il mistero salvifico che nella Chiesa s’incentra e per mezzo della
Chiesa si attua; il dinamismo che, in forza di questo stesso
mistero, sollecita il Popolo di Dio: la speciale coesione, o
collegialità che “cum Petro et sub Petro” unisce tra loro i
sacri Pastori, sono elementi sui quali non rifletteremo mai
abbastanza per verificare, in base ai bisogni sia permanenti che
contingenti dell’umanità, quali debbano essere le forme di
presenza e le linee d’azione della Chiesa medesima. Per questo
l’adesione al testo conciliare, visto nella luce della Tradizione
ed in rapporto d’integrazione con le formulazioni dogmatiche
anticipate, un secolo fa, dal Concilio Vaticano I, sarà per tutti
noi, pastori e fedeli, il segreto di un orientamentosicuro ed
uno stimolo propulsivo, altresì, per camminare – ripetiamo –
nella direzione della vita e della storia.
Raccomandiamo, in particolare, di approfondire
ai fini di una sempre più lucida consapevolezza e di una più
vigile responsabilità, quel che comporta il vincolo collegiale, che
intimamente associa i Vescovi al Successore di Pietro e tra tutti
loro nelle alte funzioni di illuminare con la luce del Vangelo, di
santificare con gli strumenti della grazia e di guidare con l’arte
pastorale l’intero Popolo di Dio. Collegialità vorrà anche dire,
sicuramente, adeguato sviluppo di Organismi in parte nuovi, in parte
aggiornati, che possono garantire la migliore unione degli spiriti,
delle intenzioni, delle iniziative nel lavoro di edificazione del
corpo di Cristo, che è la Chiesa (cf. Ef 4,12;Col 1,24). A questo
proposito, nominiamo innanzitutto il Sinodo dei Vescovi, costituito
prima ancora che finisse il Concilio dalla grande mente di Paolo VI
(cf. Paolo VI, Apostolica Sollicitudo: AAS 57 [1965] 775-780), e
ripensiamo ai qualificati e preziosi contributi che esso ha già
offerto.
Fedeltà globale alla missione
3. Al di là di questo riferimento al Concilio,
rimane il dovere della fedeltà globale alla missione che abbiamo
ricevuto, ed a questo punto il discorso, prima che per gli altri,
vale per Noi, e lo facciamo, perciò, in prima persona. Chiamati
alla suprema responsabilità nella Chiesa, siamo soprattutto Noi
che, in posizione che ci obbliga all’esemplarità del volere e
dell’agire, dobbiamo esprimere con tutte le nostre forze questa
fedeltà, conservando intatto il deposito della fede, corrispondendo
in pieno alle peculiari consegne di Cristo, che a Simone, costituito
pietra della sua Chiesa, affidò le chiavi del Regno dei cieli
(cf.Mt 16,8-19), comandò di confermare i fratelli (cf.Lc 22,32), e
di pascere, a riprova del suo amore per lui, gli agnelli e le
pecorelle del suo gregge (cf.Gv 21,15-17). Siamo profondamente
convinti che ogni moderna indagine intorno al cosiddetto
“ministerium Petri”, condotta allo scopo di individuare sempre
meglio quel che esso contiene di peculiare e specifico, non potrà né
dovrà mai prescindere da questi tre poli evangelici.
Si tratta, infatti, di prestazioni tipiche
connesse alla natura stessa della Chiesa a salvaguardia della sua
interna unità e a garanzia della sua missione spirituale, e
affidate, perciò, dopo che a Pietro, anche ai suoi legittimi
successori. E siamo convinti, altresì che tale singolarissimo
ministero dovrà sempre trovare nell’amore – a modo di
indeclinabile risposta all’“amas me?” di Gesù – la fonte
che l’alimenta e insieme il clima in cui si espande. Ripeteremo,
dunque, con San Paolo: “Caritas Christi urget nos” (2 Cor 5,14)
perché il nostro vuol esser fin d’ora un ministero di amore in
tutte le sue manifestazioni ed espressioni.
In ciò procureremo di seguire l’alta scuola
degli immediati nostri Predecessori. Chi non ricorda le parole di
Paolo VI, predicatore della “civiltà dell’amore”, il quale
circa un mese prima della morte affermava con cuore presago:
“fidem servavi” (cf. Paolo VI, Homilia in sollemnitate Ss. Petri
et Pauli habita: AAS 70 [1970] 395), non certo per autoelogio, ma
per un rigoroso esame al quale, trascorso un quindicennio di
servizio, si sottoponeva la sua sensibilissima coscienza?
E che dire di Giovanni Paolo I? Ci sembra
uscito appena ieri dalle nostre file per rivestire il peso del manto
papale: ma quanto calore, una vera “ondata d’amore” – quale
auspicò per il mondo nel suo ultimo salute all’Angelus domenicale
– egli diffuse nei pochi giorni del suo ministero! E lo confermano
le lezioni di sapiente catechesi sulla fede, la speranza e la carità,
dettate durante le pubbliche udienze.
Nel rispetto delle norme liturgiche
4. Venerati Fratelli e Figli carissimi, è
ovvio che la fedeltà significa anche adesione convinta al Magistero
di Pietro specialmente nel campo dottrinale, la cui oggettiva
importanza non solo dev’esser sempre tenuta presente, ma tutelata,
altresì, a causa delle insidie che, da varie parti, si levano oggi
contro certe verità della fede cattolica. La fedeltà significa
anche rispetto per le norme liturgiche, emanate dall’Autorità
ecclesiastica, ed esclude, quindi, sia gli arbitri di incontrollate
innovazioni, sia gli ostinati rigetti di ciò che è stato
legittimamente previsto ed introdotto nei sacri riti. La fedeltà
significa, ancora, culto della grande disciplina della Chiesa, e
anche questo – come ricordate – fu indicato dal nostro
Predecessore. La disciplina, infatti, non tende già a mortificare,
ma a garantire il retto ordinamento che è proprio del corpo
mistico, quasi ad assicurare la regolare e fisiologica articolazione
fra tutte le membra che lo compongono. Fedeltà significa, inoltre,
corrispondenza generosa alle esigenze della vocazione sacerdotale e
religiosa, in modo che quanto si è liberamente promesso a Dio sia
sempre mantenuto e sviluppato in una stabile prospettiva
soprannaturale.
Per i fedeli, infine, come dice la parola
stessa, la fedeltà dev’essere un dovere connaturale al loro
essere cristiani: essi vorranno professarla con animo pronto e
leale, e dimostrarla sia nell’obbedienza ai sacri Pastori, che lo
Spirito Santo ha posto a pascere la Chiesa (cf.At 20,28), sia nel
collaborare a quelle iniziative e opere, a cui sono chiamati.
A questo punto, non possiamo dimenticare i
Fratelli delle altre Chiese e confessioni cristiane. Troppo grande e
delicata, infatti, è la causa ecumenica, perché possiamo ora
lasciarla priva di una nostra parola. Quante volte abbiamo meditato
insieme il testamento di Cristo, che chiese al Padre per i suoi
discepoli il dono dell’unità? (cf.Gv 17,21-23). E chi non ricorda
l’insistenza di San Paolo circa la “comunione dello spirito”,
che porti ad avere “una stessa carità, un’anima sola, un solo e
medesimo pensiero” ad imitazione di Cristo Signore? (cf.Fil
2,2.5-8). Non sembra, dunque, possibile che rimanga ancora –
motivo di perplessità e forse anche di scandalo – il dramma della
divisione tra i cristiani. Intendiamo, pertanto, proseguire nel
cammino già ben avviato e favorire quei passi che valgano a
rimuovere gli ostacoli, auspicando che, grazie ad uno sforzo
concorde, si giunga finalmente alla piena comunione.
Desideriamo, ancora, rivolgerci a tutti gli
uomini che, come figli dell’unico Dio onnipotente, sono nostri
fratelli da amare e da servire, per dir loro senza presunzione, ma
con umiltà sincera la nostra volontà di recare un fattivo
contributo alle cause permanenti e prevalenti della pace, dello
sviluppo, della giustizia internazionale. Non ci muove nessuna
intenzione di interferenza politica o di partecipazione alla
gestione degli affari temporali: come la Chiesa esclude un
inquadramento in categorie d’ordine terreno, così il nostro
impegno, nell’avvicinarci a questi brucianti problemi degli uomini
e dei popoli, sarà determinato unicamente da motivazioni religiose
e morali. Seguaci di colui che ai suoi prospettò l’ideale di
essere “sale della terra” e “luce del mondo” (Mt 5,13-16),
Noi intendiamo adoperarci per il consolidamento delle basi
spirituali, su cui deve poggiare l’umana società. E tanto più
impellente a noi sembra un tale dovere, in ragione delle perduranti
diseguaglianze e incomprensioni, che a loro volta sono causa di
tensioni e conflitti in non poche parti del mondo, con l’ulteriore
minaccia di più immani catastrofi. Costante sarà, dunque, la
nostra sollecitudine in ordine a siffatti problemi per un’azione
tempestiva, disinteressata, evangelicamente ispirata.
Sia lecito a questo punto prendere a cuore il
gravissimo problema che il Collegio dei Padri Cardinali additò,
durante la Sede Vacante, e che riguarda la diletta terra del Libano
e il suo popolo, cui tutti desideriamo ardentemente la pace nella
libertà. Nello stesso tempo, vorremmo tendere le mani ed aprire il
cuore, in questo momento, a tutte le genti e a quanti sono oppressi
da qualsiasi ingiustizia o discriminazione, sia per quanto riguarda
l’economia e la vita sociale, sia la vita politica, sia la libertà
di coscienza e la giusta libertà religiosa. Dobbiamo tendere, con
tutti i mezzi, a questo: che tutte le forme di ingiustizia, che si
manifestano in questo nostro tempo, siano sottoposte alla comune
considerazione e si rimedi davvero ad esse; e che tutti possano
condurre una vita degna dell’uomo. Ciò appartiene alla missione
della Chiesa che nel Concilio Vaticano II è stata messa in luce e
non solo nella Costituzione Lumen Gentium, ma anche nella
Costituzione pastorale Gaudium et Spes.
Fratelli e Figli carissimi, i recenti
avvenimenti della Chiesa e del mondo sono per noi tutti un monito
salutare: Come sarà il nostro pontificato?
E quale la sorte che il Signore riserva alla
sua Chiesa nei prossimi anni? E quale il cammino che l’umanità
percorrerà in questo scorcio di tempo, che ormai l’avvicina al
Duemila? Sono domande ardite, a cui non si può rispondere che
questo: “Deus scit” (cf.2 Cor 12,2-3). Oh la personale nostra
vicenda, che ci ha inopinatamente portato alla massima responsabilità
del servizio apostolico, interessa molto poco. La nostra persona –
vorremmo dire – deve sparire di fronte all’onerosa funzione che
dobbiamo adempiere. E allora il discorso necessariamente si
trasforma in appello: dopo la nostra preghiera al Signore, sentiamo
la necessità di domandare anche la vostra preghiera, per ottenere
quell’indispensabile, superiore conforto che ci consenta di
riprendere il lavoro degli amati Predecessori dal punto in cui
l’hanno lasciato.
Al loro commosso ricordo noi amiamo far seguire
un saluto memore e riconoscente per ciascuno di voi, Signori
Cardinali, che ci avete designato a questo incarico; e poi un saluto
fiducioso ed incoraggiante a tutti gli altri fratelli
nell’episcopato, i quali nelle diverse parti del mondo presiedono
alla cura delle singole Chiese, elette porzioni del Popolo di Dio
(cf. Christus Dominus, 11), e sono, altresì, solidali con l’opera
dell’universale salvezza. Dietro di loro ravvisiamo distintamente
l’ordine dei sacerdoti, lo stuolo dei missionari, le schiere dei
religiosi e delle religiose, mentre vivamente auspichiamo che
aumenti il loro numero, echeggiando nella nostra mente quelle parole
del divin Salvatore: “La messe è molta, ma gli operai sono
pochi” (Mt 9,7-38; Lc 10,2). Riguardiamo poi ancora le famiglie e
le comunità cristiane, le multiformi associazioni di apostolato, i
fedeli, i quali, anche se da Noi non sono singolarmente conosciuti,
non anonimi però, non estranei né emarginati – giammai! –
saranno nella compagine magnifica della Chiesa di Cristo. Tra
essi scorgiamo, con preferenziale riguardo, i più deboli, i poveri,
i malati, gli afflitti. E a questi specialmente che, nel
primo istante del pastorale ministero, vogliamo aprire il nostro
cuore. Non siete infatti voi, Fratelli e Sorelle, che con le vostre
sofferenze condividete la passione dello stesso Redentore ed in
qualche modo la completate (cf. Col 1,24)? L’indegno Successore di
Pietro, che si propone di scrutare le insondabili ricchezze di
Cristo (cf. Ef 3,8), ha il più grande bisogno del vostro aiuto,
della vostra preghiera, del vostro sacrificio, e per questo
umilissimamente vi prega.
Un pensiero alla Polonia “fedele”
5. E consentiteci di aggiungere, Fratelli e
Figli che ci ascoltate, per l’amore incancellabile che portiamo
alla terra d’origine, un distinto, specialissimo saluto sia a
tutti i concittadini della nostra Polonia “semper fidelis”, sia
ai nostri vescovi, sacerdoti e fedeli della Chiesa di Cracovia: è
un saluto nel quale ricordi e affetti, nostalgia e speranza
indissolubilmente s’intrecciano.
In quest’ora, per Noi trepida e grave, non
possiamo fare a meno di rivolgere con filiale devozione la nostra
mente alla Vergine Maria, la quale sempre vive ed opera come Madre
nel mistero di Cristo e della Chiesa, ripetendo le dolci parole
“totus tuus” che vent’anni fa iscrivemmo nel nostro cuore e
nel nostro stemma, al momento della nostra Ordinazione episcopale. Né
possiamo fare a meno di invocare i Santi Apostoli Pietro e Paolo e,
con essi, tutti i Santi e i Beati della Chiesa universale. In questo
modo vogliamo tutti salutare: i vecchi, gli adulti, i giovani, i
fanciulli, i bambini appena nati, nell’onda di quel vivo
sentimento di paternità che sta salendo dal nostro cuore. A tutti
rivolgiamo l’augurio sincero per quella crescita “nella grazia e
nella conoscenza del Signore nostro e Salvatore Gesù Cristo”, che
il principe degli apostoli auspicava (2 Pt 3,18). A tutti impartiamo
la nostra Benedizione Apostolica, che non solo su di loro, ma
sull’umanità intera concili un’abbondante effusione di doni del
Padre che è nei cieli! Così sia.
DISCURSO DEL SANTO PADRE JUAN PABLO II A LOS
MIEMBROS DEL CUERPO DIPLOMÁTICO ACREDITADO ANTE LA SANTA SEDE
Viernes 20 de octubre de 1978
Excelencias, señoras, señores:
Me han impresionado hondamente las palabras
nobles y los deseos generosos de los que se ha hecha intérprete
vuestro representante. Conozco las relaciones de plena estima y
confianza recíprocas que existían ya entre el Papa Pablo VI y cada
una de las Representaciones Diplomáticos acreditadas ante la Santa
Sede. Este clima era debido a la comprensión, llena de respeto y
benovolencia, que este gran Papa tenía de la responsabilidad del
bien común entre los pueblos y, sobre todo, a los altos ideales que
lo animaban en materia de paz y de desarrollo. Mi inmediato
predecesor, el querido Papa Juan Pablo I, al recibiros hace menos de
dos meses, había inaugurado relaciones semejantes, y cada uno de
vosotros conserva todavía en la memoria sus palabras llenas de
humildad, disponibilidad y sentido pastoral, que hago plenamente mías.
Y he aquí que hoy heredo yo la misma carga, y vosotros nos manifestáis
la misma confianza con idéntico entusiasmo.
Os agradezco muy vivamente los sentimientos que
atestiguáis con tanta fidelidad a la Santa Sede, a través de mi
persona.
En primer lugar, que cada uno se sienta acogido
aquí con toda cordialidad, él personalmente y también en nombre
del país y pueblo que representa. En verdad, si existe un lugar
donde los pueblos deben relacionarse con paz y encontrar respeto,
simpatía, sincero deseo de su dignidad, felicidad y progreso, está
sin duda en el corazón de la Iglesia, alrededor de la Sede Apostólica,
instituida para dar testimonio de la verdad y del amor de Cristo.
Mi estima y mis deseos van dirigidos a todos y
cada uno, dentro de la diversidad de vuestras situaciones. Pues en
este encuentro están representados no sólo los Gobiernos, sino
también los pueblos y las naciones. Y entre ellas, se hallan las
"naciones" antiguas, de pasado muy rico, de una historia
fecunda, de una tradición y de una cultura propia; están también
las naciones jóvenes surgidas hace poco, con grandes posibilidades
en perspectiva, o que todavía están despertándose y formándose.
La Iglesia ha deseado tomar parte en la vida y contribuir al
desarrollo de pueblos y naciones. La Iglesia siempre ha reconocido
riquezas particulares en la diversidad y pluralidad de sus culturas,
historia y lenguas. En muchos casos la Iglesia ha aportado su
contribución específica a la formación de dichas culturas. La
Iglesia ha pensado y continúa creyendo que en las relaciones
internacionales es obligatorio respetar los derechos de cada nación.
En cuanto a mí, llamado de una de estas
naciones a suceder al Apóstol Pedro en el servicio de la Iglesia
universal y de todas las naciones, me esforzaré por manifestar a
cada una la estima que tiene derecho a esperar. Por ello, debéis
haceros eco de mis fervientes deseos ante vuestros Gobiernos y ante
todos vuestros compatriotas. Y aquí yo deseo añadir que la
historia de mi patria de origen me ha enseñado a respetar los
valores específicos de cada nación y de cada pueblo, su tradición
y sus derechos en relación con los otros pueblos. Como Papa, yo soy
y seré testimonio de esta actitud y de este amor universal,
reservando la misma benevolencia a todos, especialmente a quienes
sufren pruebas.
Quien dice relaciones diplomáticas, dice
relaciones estables, recíprocas, bajo el signo de la cortesía, la
discreción y la lealtad. Sin confusión de competencias, dichas
relaciones no manifiestan necesariamente por mi parte la aprobación
de tal o cual régimen -ello no es asunto mío- ni tampoco,
evidentemente, la aprobación de todas sus acciones en la gestión
de la cosa pública; sino aprecio de los valores temporales
positivos, voluntad de diálogo con quienes están encargados
legítimamente del bien común de la sociedad, comprensión de su
tarea, frecuentemente tan difícil, interés y ayuda en las causas
humanas que aquellos han de promover; todo ello, gracias a
intervenciones directas unas veces, y sobre todo a través de la
formación de las conciencias, como una contribución específica a
la justicia y a la paz en el plano internacional. Al actuar así, la
Santa Sede no quiere salirse de su tarea pastoral: ansiosa de poner
por obra la solicitud de Cristo, ¿cómo podría desentenderse del
bien y progreso de los pueblos en este mundo al preparar la
salvación eterna de los hombres, que es su primer deber?
Por otra parte, la Iglesia -y en particular la
Santa Sede- piden a vuestras naciones y a vuestros Gobiernos que
tomen en consideración cada vez más algunas necesidades. La Santa
Sede no lo desea para provecho propio. En unión con el Episcopado
local lo hace por los cristianos y creyentes que viven en vuestros
países, a fin de que sin ningún privilegio especial, pero con toda
justicia, puedan alimentar su fe, asegurar el culto religioso y ser
admitidos como ciudadanos leales a participar plenamente en la vida
social. La Santa Sede lo hace paralelamente en favor de todos los
hombres, sean quienes fueren, sabiendo que la libertad, el respeto
de la vida y de la dignidad de las personas -que jamás son
instrumentos-, la igualdad de trato, la conciencia profesional en el
trabajo y la búsqueda solidaria del bien común, el espíritu de
reconciliación, la apertura a los valores espirituales, son
exigencias fundamentales de la vida armónica en sociedad, del
progreso de los ciudadanos y de su civilización. Ciertamente, estos
últimos objetivos figuran en general en los programas de los
responsables. Pero el resultado no es siempre el mismo, ni los
medios son igualmente válidos.
Existen todavía demasiadas miserias físicas y
morales que dependen de la negligencia, egoísmo, ceguera o dureza
de los hombres. La Iglesia quiere ciertamente contribuir a atenuar
estas miserias, con sus medios pacíficos, educando en el sentido
moral, y mediante la acción leal de los cristianos y de los hombres
de buena voluntad. Al hacer esto, la Iglesia puede no ser
comprendida a veces, pero tiene la convicción de estar prestando un
servicio sin el que la humanidad no podría vivir; la Iglesia es
fiel a su Maestro y Salvador, Jesucristo.
Con este espíritu, precisamente, espero
mantener e incrementar relaciones cordiales y fructíferas con los
países que representáis. Os animo en vuestra alta función y animo
sobre todo a vuestros Gobiernos a procurar, con creciente afán, la
justicia y la paz, con amor bien entendido a vuestros compatriotas y
con apertura de espíritu y corazón hacia los otros pueblos. Que
Dios os dé luz y fuerzas en este camino a vosotros y a todos los
responsables; y que bendiga a cada uno de vuestros países.
DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI RAPPRESENTANTI
DELLA STAMPA INTERNAZIONALE
Sabato 21 ottobre 1978
Signore, Signori.
Siate
i benvenuti! Siate vivamente ringraziati per tutto quello che
avete fatto, per ciò che farete, per presentare al gran pubblico,
sulla stampa, alla radio, alla televisione, gli avvenimenti della
Chiesa cattolica che vi hanno radunato più volte a Roma da due mesi
a questa parte.
Certamente, al semplice livello professionale,
voi avete vissuto giornate stancanti e commoventi. Il carattere
improvviso, imprevedibile, dei fatti che si sono succeduti, vi ha
obbligato a far ricorso ad una somma di nozioni in materia di
informazione religiosa che forse vi erano poco familiari, poi a far
fronte, in condizioni talvolta febbrili, ad un’esigenza che
conosce la malattia del secolo: la fretta. Per voi, attendere la
fumata bianca non è stato un momento di riposo.
Grazie prima di tutto per aver offerto tanta
larga eco, con un rispetto unanime, alla fatica considerevole e
veramente storica del grande Papa Paolo VI. Grazie per aver reso
tanto familiare il volto sorridente e l’atteggiamento evangelico
del mio Predecessore immediato, Giovanni Paolo I. Grazie ancora per
il positivo rilievo che avete dato al recente Conclave, alla mia
elezione e ai primi passi da me compiuti nel pesante incarico del
pontificato. In tutti questi casi, c’è stata per voi
l’occasione non soltanto di parlare delle persone – che passano
–, ma della Sede di Roma, della Chiesa, delle sue tradizioni e dei
suoi riti, della sua fede, dei suoi problemi e delle sue speranze,
di San Pietro e del ruolo del Papa, dei grandi obiettivi spirituali
di oggi, in breve del ministero della Chiesa. Permettete che io mi
soffermi un po’ su questo aspetto: è difficile presentare bene il
vero volto della Chiesa.
Sì, gli avvenimenti sono sempre difficili a
leggersi e a farsi leggere. Prima di tutto sono quasi sempre
complessi. Basta che un elemento sia dimenticato per inavvertenza,
omesso volontariamente, minimizzato o al contrario accentuato oltre
misura, perché siano falsate la visione presente e le previsioni
future. Gli eventi ecclesiali sono inoltre più difficili a farsi
cogliere per coloro che li guardano, lo dico col massimo rispetto
per tutti, al di fuori di una visione di fede e ancor più a essere
espressi per un largo pubblico che ne percepisce difficilmente il
vero senso. Per voi è quindi necessario suscitare l’interesse e
l’ascolto di quel pubblico, mentre le vostre agenzie vi domandano
spesso e soprattutto qualche cosa di sensazionale. Alcuni sono
allora tentati di rifugiarsi nell’aneddoto: è concreto e può
essere molto valido, ma a condizione che l’aneddoto sia
significativo e in rapporto reale con la natura del fatto religioso.
Altri si lanciano coraggiosamente in una analisi approfonditissima
dei problemi e delle motivazioni degli uomini di Chiesa, con il
rischio di rendere conto in modo insufficiente dell’essenziale,
che, lo sapete, non è di natura politica ma spirituale: in
definitiva, da quest’ultimo punto di vista, le cose sono spesso
più semplici di quanto non s’immagini: oso appena parlare della
mia elezione!
Ma non è questa l’ora di esaminare nei
particolari tutti i rischi e i meriti della vostra funzione di
informatori religiosi. Sottolineiamo d’altra parte che sembra
delinearsi qua e là un certo progresso nella ricerca della verità,
nella comprensione e presentazione del fatto religioso. Mi felicito
del ruolo che avete in ciò svolto.
Forse siete stati voi stessi sorpresi e
incoraggiati per l’importanza che vi attribuiva, in ogni Paese, un
larghissimo pubblico che alcuni ritenevano indifferente o allergico
all’istituzione ecclesiastica e ai fatti dello spirito. In
realtà, la trasmissione del compito supremo confidato da Cristo a
San Pietro rispetto a tutti i popoli da evangelizzare e a tutti i
discepoli del Cristo da radunare nell’unita, è veramente apparsa
come una realtà che trascende gli avvenimenti abituali. Sì, la
trasmissione di questo compito ha una profonda risonanza negli
spiriti e nei cuori che si accorgono che Dio opera nella storia. È
stato leale averne preso atto e avervi adattato i mezzi di
comunicazione sociale dei quali voi disponete in misure diverse.
Mi auguro precisamente che gli artigiani
dell’informazione religiosa possano sempre trovare l’aiuto di
cui hanno bisogno presso organismi qualificati della Chiesa. Questi
devono accoglierli nel rispetto delle loro convinzioni e della loro
professione, fornire loro una documentazione molto adeguata e molto
obiettiva, ma anche proporre loro una prospettiva cristiana che
situi i fatti nel loro significato effettivo per la Chiesa e per
l’umanità. Così potrete abbordare quei “reportages”
religiosi con la competenza specifica che essi esigono.
Voi siete molto solleciti della libertà
dell’informazione e dell’espressione: avete ragione. Ritenetevi
felici di beneficiarne! Utilizzate bene codesta libertà per
discernere più da vicino la verità e iniziare i vostri lettori, i
vostri ascoltatori o telespettatori, a ciò che è vero e nobile, a
ciò che è giusto e puro, a ciò che è degno d’essere amato e
onorato, per riprendere le parole di San Paolo (Fil 4,8), a ciò che
li aiuta a vivere nella giustizia e nella fraternità, a scoprire il
senso ultimo della vita, ad aprirli al mistero di Dio così vicino a
ciascuno di noi. In queste condizioni, la vostra professione tanto
esigente e talvolta tanto spossante, stavo per dire la vostra
vocazione tanto attuale e tanto bella, innalzerà ancora lo spirito
e i cuori degli uomini di buona volontà, così come farà con la
fede dei cristiani. È un servizio apprezzato dalla Chiesa e
dall’umanità.
Oso invitare anche voi ad uno sforzo di
comprensione, come ad un patto leale: quando fate un “reportage”
sulla vita e l’attività della Chiesa, cercate di impadronirvi
ancora di più delle motivazioni autentiche, profonde, spirituali,
del pensiero e dell’azione della Chiesa. La Chiesa, dal canto suo,
ascolta la testimonianza obiettiva dei giornalisti sulle attese e le
esigenze di questo mondo. Ciò non vuol dire evidentemente che essa
modella il proprio messaggio sul mondo del suo tempo: è il Vangelo
che deve sempre ispirare il suo atteggiamento.
Sono felice di questo primo contatto con voi.
Vi assicuro la mia comprensione e mi permetto di contare sulla
vostra. So che oltre i vostri problemi professionali, sui quali
torneremo in seguito, ognuno di voi ha le proprie preoccupazioni
personali, familiari. Non temiamo di confidarle alla Vergine Maria,
che è sempre accanto al Cristo. E nel nome del Cristo vi benedico
con tutto il cuore.
Desidero porgere il mio saluto e la mia
benedizione, non solo a voi, ma a tutti i vostri colleghi in tutto
il mondo. Sebbene
rappresentiate culture differenti, siete tutti uniti nel servizio
alla verità. E il gruppo che ieri avete costituito qui è,
esso stesso, una splendida manifestazione di unità e solidarietà.
Vi chiedo di ricordarmi alle vostre famiglie e ai vostri
concittadini nei vostri rispettivi Paesi. Accettate – voi tutti
– la mia espressione di rispetto, di stima e fraterno affetto.
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II PER L'INIZIO DEL
PONTIFICATO
Domenica 22 ottobre 1978
1. “Tu sei il Cristo il Figlio del Dio
vivente” (Mt 16,16).
Queste parole ha pronunciato Simone figlio di
Giona, nella regione di Cesarea di Filippo. Sì, le ha espresse con
la propria lingua, con una profonda, vissuta, sentita convinzione,
ma esse non trovano in lui la loro fonte, la loro sorgente:
“...perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma
il Padre mio che sta nei cieli” (Mt 16,17). Queste erano parole di
Fede.
Esse segnano l’inizio della missione di
Pietro nella storia della salvezza, nella storia del Popolo di Dio.
Da allora, da tale confessione di Fede, la storia sacra della
salvezza e del Popolo di Dio doveva acquisire una nuova dimensione:
esprimersi nella storica dimensione della Chiesa. Questa dimensione
ecclesiale della storia del Popolo di Dio trae le sue origini, nasce
infatti da queste parole di Fede e si allaccia all’uomo che le ha
pronunciate: “Tu sei Pietro – roccia, pietra – e su di te,
come su una pietra, io costruirò la mia Chiesa”.
2. Quest’oggi e in questo luogo bisogna che
di nuovo siano pronunciate ed ascoltate le stesse parole: “Tu sei
il Cristo, il Figlio del Dio vivente”.
Sì, Fratelli e Figli, prima di tutto queste
parole.
Il loro contenuto dischiude ai nostri occhi il
mistero di Dio vivente, mistero che il Figlio conosce e che ci ha
avvicinato. Nessuno, infatti, ha avvicinato il Dio vivente agli
uomini, nessuno Lo ha rivelato come l’ha fatto solo lui stesso.
Nella nostra conoscenza di Dio, nel nostro cammino verso Dio siamo
totalmente legati alla potenza di queste parole “Chi vede me, vede
pure il Padre”. Colui che è Infinito, inscrutabile, ineffabile si
è fatto vicino a noi in Gesù Cristo, il Figlio unigenito, nato da
Maria Vergine nella stalla di Betlemme.
– Voi tutti che già avete la inestimabile
ventura di credere,
– voi tutti che ancora cercate Dio,
– e pure voi tormentati dal dubbio:
vogliate accogliere ancora una volta – oggi e
in questo sacro luogo – le parole pronunciate da Simon Pietro. In
quelle parole è la fede della Chiesa. In quelle stesse parole è la
nuova verità, anzi, l’ultima e definitiva verità sull’uomo: il
figlio del Dio vivente. “Tu sei il Cristo, Figlio del Dio
vivente”!
3. Oggi il nuovo Vescovo di Roma inizia
solennemente il suo ministero e la missione di Pietro. In questa
Città, infatti, Pietro ha espletato e ha compiuto la missione
affidatagli dal Signore.
Il Signore si rivolse a lui dicendo:
“...quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo e andavi
dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un
altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi” (Gv
21,18).
Pietro è venuto a Roma!
Cosa lo ha guidato e condotto a questa Urbe,
cuore dell’Impero Romano, se non l’obbedienza all’ispirazione
ricevuta dal Signore? Forse questo pescatore di Galilea non avrebbe
voluto venire fin qui. Forse avrebbe preferito restare là, sulle
rive del lago di Genesaret, con la sua barca, con le sue reti. Ma,
guidato dal Signore, obbediente alla sua ispirazione, è giunto qui!
Secondo un’antica tradizione (che ha trovato
anche una sua magnifica espressione letteraria in un romanzo di
Henryk Sienkiewicz), durante la persecuzione di Nerone, Pietro
voleva abbandonare Roma. Ma il Signore è intervenuto: gli è andato
incontro. Pietro si rivolse a lui chiedendo: “Quo vadis,
Domine?” (Dove
vai, Signore?). E il Signore gli rispose subito: “Vado a
Roma per essere crocifisso per la seconda volta”. Pietro tornò a
Roma ed è rimasto qui fino alla sua crocifissione.
Sì, Fratelli e Figli, Roma è la Sede di
Pietro. Nei secoli gli sono succeduti in questa Sede sempre nuovi
Vescovi. Oggi un nuovo Vescovo sale sulla Cattedra Romana di Pietro,
un Vescovo pieno di trepidazione, consapevole della sua indegnità.
E come non trepidare di fronte alla grandezza di tale chiamata e di
fronte alla missione universale di questa Sede Romana?!
Alla Sede di Pietro a Roma sale oggi un Vescovo
che non è romano. Un Vescovo che è figlio della Polonia. Ma da
questo momento diventa pure lui romano. Sì, romano! Anche perché
figlio di una nazione la cui storia, dai suoi primi albori, e le cui
millenarie tradizioni sono segnate da un legame vivo, forte, mai
interrotto, sentito e vissuto con la Sede di Pietro, una nazione che
a questa Sede di Roma è rimasta sempre fedele. Oh, inscrutabile è
il disegno della divina Provvidenza!
4. Nei secoli passati, quando il Successore di
Pietro prendeva possesso della sua Sede, si deponeva sul suo capo il
triregno, la tiara. L’ultimo incoronato è stato Papa Paolo VI nel
1963, il quale, però, dopo il solenne rito di incoronazione non ha
mai più usato il triregno lasciando ai suoi Successori la libertà
di decidere al riguardo.
Il Papa Giovanni Paolo I, il cui ricordo è
così vivo nei nostri cuori, non ha voluto il triregno e oggi non lo
vuole il suo Successore. Non è il tempo, infatti, di tornare ad un
rito e a quello che, forse ingiustamente, è stato considerato come
simbolo del potere temporale dei Papi.
Il nostro tempo ci invita, ci spinge, ci
obbliga a guardare il Signore e ad immergere in una umile e devota
meditazione del mistero della suprema potestà dello stesso Cristo.
Colui che è nato dalla Vergine Maria, il
Figlio del falegname – come si riteneva –, il Figlio del Dio
vivente, come ha confessato Pietro, è venuto per fare di tutti noi
“un regno di sacerdoti”.
Il Concilio Vaticano II ci ha ricordato il
mistero di questa potestà e il fatto che la missione di Cristo –
Sacerdote, Profeta-Maestro, Re – continua nella Chiesa. Tutti,
tutto il Popolo di Dio è partecipe di questa triplice missione. E
forse nel passato si deponeva sul capo del Papa il triregno, quella
triplice corona, per esprimere, attraverso tale simbolo, che tutto
l’ordine gerarchico della Chiesa di Cristo, tutta la sua “sacra
potestà” in essa esercitata non è altro che il servizio,
servizio che ha per scopo una sola cosa: che tutto il Popolo di Dio
sia partecipe di questa triplice missione di Cristo e rimanga sempre
sotto la potestà del Signore, la quale trae le sue origini non
dalle potenze di questo mondo, ma dal Padre celeste e dal mistero
della Croce e della Risurrezione.
La potestà assoluta e pure dolce e soave del
Signore risponde a tutto il profondo dell’uomo, alle sue più
elevate aspirazioni di intelletto, di volontà, di cuore. Essa non
parla con un linguaggio di forza, ma si esprime nella carità e
nella verità.
Il nuovo Successore di Pietro nella Sede di
Roma eleva oggi una fervente, umile, fiduciosa preghiera: “O
Cristo! Fa’ che io possa diventare ed essere servitore della tua
unica potestà! Servitore della tua dolce potestà! Servitore della
tua potestà che non conosce il tramonto! Fa’ che io possa essere
un servo! Anzi, servo dei tuoi servi”.
5. Fratelli e Sorelle! Non abbiate paura di
accogliere Cristo e di accettare la sua potestà!
Aiutate il Papa e tutti quanti vogliono servire
Cristo e, con la potestà di Cristo, servire l’uomo e l’umanità
intera!
Non
abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!
Alla sua salvatrice potestà aprite i confini
degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi
di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non
abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo
lui lo sa!
Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta
dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è
incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal
dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, quindi – vi
prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo
di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita
eterna.
Proprio oggi la Chiesa intera celebra la sua
“Giornata Missionaria Mondiale”, prega, cioè, medita, agisce
perché le parole di vita del Cristo giungano a tutti gli uomini e
siano da essi accolte come messaggio di speranza, di salvezza, di
liberazione totale.
6. Ringrazio tutti i presenti che hanno voluto
partecipare a questa solenne inaugurazione del ministero del nuovo
Successore di Pietro.
Ringrazio di cuore i Capi di Stato, i
Rappresentanti delle Autorità, le Delegazioni di Governi per la
loro presenza che mi onora tanto.
Grazie a voi, Eminentissimi Cardinali della
Santa Chiesa Romana!
Vi
ringrazio, diletti Fratelli nell’Episcopato!
Grazie a voi, Sacerdoti!
A voi Sorelle e Fratelli, Religiose e Religiosi
degli Ordini e delle Congregazioni! Grazie!
Grazie a voi, Romani!
Grazie ai pellegrini convenuti da tutto il
mondo!
Grazie a quanti sono collegati a questo Sacro
Rito attraverso la Radio e la Televisione!
7. Do Was sie zwracam umilowani moi Rodacy,
Pielgrzymi z Polski, Bracia Biskupi z Waszym Wspanialym Prymasem na
czele, Kaplani, Siostry i Bracia polskich Zakonów – do Was,
Przedstawiciele Polonii z calego swiata.
A cóz powiedziec do Was, którzy tu
przybyliscie z mojego Krakowa, od stolicy sw. Stanislawa, ktorego
bylem niegodnym nastepca przez lat czternascie. Coz powiedziec?
Wszystko co bym mogl powiedziec bedzie blade w stosunku do tego, co
czuje w tej chwili mofe serce. A takze w stosunku do tego, co czuja Wasze serca.
Wiec
oszczedzmy slów. Niech pozostanie tylko wielkie milczenie przed
Bogiem, ktore jest sama modlitwa.
Prosze
Was! Badzcie ze mna! Na Jasnej Gorze i wszedzie! Nie przestawajcie
byc z Papiezem, który dzis prosi slowami poety “Matko Boza, co
Jasnej bronisz Czestochowy i w Ostrej swiecisz Bramie”!i do Was
kieruie te slowa w takiej niezwyklej chwili.
È stato questo un appello ed un invito alla
preghiera per il nuovo Papa, appello espresso in lingua polacca. Con
lo stesso appello mi rivolgo a tutti i figli ed a tutte le figlie
della Chiesa Cattolica. Ricordatemi oggi e sempre nella vostra
preghiera.
Aux
catholiques des pays de langue française, j’exprime toute mon
affection et tout mon dévouement! Et je me permets de compter sur
votre soutien filial et sans réserve! Puissiez-vous progresser dans
la foi! A ceux qui ne partagent pas cette foi, j’adresse aussi mon
salut respectueux et cordial. J’espère que leurs sentiments de
bienveillance faciliteront la mission spirituelle qui m’incombe et
qui n’est pas sans retentissements sur le bonheur et la paix du
monde!
To
all of you who speak English I offer in the name of Christ a cordial
greeting. I count on the support of your prayers and your good will
in carrying out my mission of service to the Church and mankind. May
Christ give you his grace and his peace, overturning the barriers of
division and making all things one in him.
Einen
herzlichen Gruss richte ich an die hier anwesenden Vertreter und
alle Menschen aus den Ländern deutscher Sprache. Verschiedene Male
– und erst kürzlich durch meinen Besuch in der Bundersrepublik
Deutschland – hatte ich Gelegenheit, das segensreiche Wirken der
Kirche und Ihrer Gläubigen persönlich kennen und Schätzen zu
lernen. Lassen Sie Ihren opferbereiten Einsatz für Christus auch
weiterhin fruchtbar werden für die grossen Anliegen und Note der
Kirche in aller Welt. Darum bitte ich Sie und empfehle meinen neuen
apostolischen Dienst auch Ihrem besonderen Gebet.
Mi pensamiento se dirige ahora hacia el mundo
de la lengua española, una porción tan considerable de la Iglesia
de Cristo. A vosotros, Hermanos e hijos queridos, llegue en este
momento solemne el afectuoso saludo del nuevo Papa. Unidos por los
vínculos de una común fe católica, sed fieles a vuestra
tradición cristiana, hecha vida en un clima cada vez más justo y
solidario, mantened vuestra conocida cercanía al Vicario de Cristo
y cultivad intensamente la devoción a nuestra Madre, María
Santísima.
Irmaos e Filhos de língua portuguesa: como
“servo dos servos de Deus”, eu vos saúdo afectuosamente no
Senhor. Abenoando-vos, confio na caridade da vossa oraao, e na vossa
fidelidade para viverdes sempre a mensagem deste dia e deste rito:
“Tu és o Cristo, o Filho de Deus vivo!”.
[Omissis,
testo in lingua russa]
Apro il cuore a tutti i Fratelli delle Chiese e
delle Comunità Cristiane, salutando, in particolare, voi che qui
siete presenti, nell’attesa del prossimo incontro personale; ma
fin d’ora vi esprimo sincero apprezzamento per aver voluto
assistere a questo solenne rito.
E ancora mi rivolgo a tutti gli uomini, ad ogni
uomo (e con quale venerazione l’apostolo di Cristo deve
pronunciare questa parola: uomo!).
Pregate
per me!
Aiutatemi perché io vi possa servire! Amen.
MENSAJE DEL SANTO PADRE JUAN PABLO II A LOS
PRESIDENTES DE ARGENTINA Y CHILE
Señor Presidente,
Quiero dirigir mi atención al inminente
encuentro entre los señores Cancilleres de Argentina y Chile con la
viva esperanza de ver superada la controversia que divide a vuestros
Países y que tanta angustia causa en mi ánimo.
Ojalá el coloquio allane el camino para una
ulterior reflexión, la cual, obviando pasos que pudieran ser
susceptibles de consecuencias imprevisibles, consienta la
prosecución de un examen sereno y responsable del contraste.
Podrán prevalecer así las exigencias de la justicia, de la equidad
y de la prudencia, como fundamento seguro y estable de la
convivencia fraterna de vuestros pueblos, respondiendo a su profunda
aspiración a la paz interna y externa, sobre las cuales construir
un futuro mejor.
El diálogo no prejuzga los derechos y amplía
el campo de las posibilidades razonables, haciendo honor a cuantos
tienen la valentía y la cordura de continuarlo incansablemente
contra todos los obstáculos.
Será una solicitud bendecida por Dios y
sostenida por el consenso de vuestros pueblos y el aplauso de la
Comunidad internacional.
Inspira mi llamado el afecto paterno que siento
por esas dos Naciones tan queridas y la confianza que me viene del
sentido de responsabilidad del que hasta ahora han dado prueba y de
la que espero un nuevo testimonio.
Con mis mejores votos y mi Bendición.
Vaticano, 12 de diciembre de 1978
IOANNES
PAULUS PP. II
GIOVANNI PAOLO II
ANGELUS
Domenica, 22 ottobre 1978
Desidero riprendere la magnifica abitudine dei
miei Predecessori e recitare insieme con voi, cari Fratelli e
Sorelle, l’“Angelus Domini”.
È terminata da poco la solenne Messa di
inaugurazione del mio ministero di Successore di Pietro. Per vivere
intensamente questo momento storico, dovevamo fare la professione di
fede in comune, che recitiamo ogni giorno nel Credo degli apostoli:
“Credo nella santa Chiesa cattolica”, e nel Credo
niceno-costantinopolitano: “Credo la Chiesa, una, santa, cattolica
e apostolica”.
Tutti insieme ci siamo resi consapevoli di
questa meravigliosa verità sulla Chiesa, che il Concilio Vaticano
II ha spiegato in due documenti: nella Costituzione dogmatica Lumen
Gentium e nella Costituzione pastorale Gaudium et Spes sulla Chiesa
nel mondo contemporaneo.
Ora, dobbiamo andare ancora più in
profondità. Dobbiamo arrivare a questo momento della storia del
mondo, quando il Verbo si fa Carne. Quando il Figlio di Dio diventa
l’Uomo. La storia della salvezza raggiunge il suo culmine e nello
stesso tempo, inizia di nuovo nella sua forma definitiva quando la
Vergine di Nazaret accetta l’annunzio dell’Angelo e pronunzia le
parole: “Fiat mihi secundum verbum tuum”: avvenga di me quello
che hai detto (Lc 1,38).
In quel momento viene quasi concepita la
Chiesa. Riandiamo quindi all’inizio del mistero. E in esso
abbracciamo ancora una volta tutto il contenuto della solennità
odierna. In esso abbracciamo tutto il passato della cristianità e
della Chiesa, la quale, qui, a Roma, ha trovato il suo centro. In
esso cerchiamo di abbracciare tutto il futuro del pontificato, del
Popolo di Dio e di tutta la famiglia umana, perché la famiglia
prende inizio dalla volontà del Padre, ma sempre viene concepita
sotto il cuore della Madre.
Con questa fede e con questa speranza
preghiamo.
ANGELUS
Venerdì 8 dicembre 1978
1. Fra poco reciteremo l’Angelus. In questa
preghiera ricorderemo l’avvenimento che è accaduto in una città
della Galilea chiamata Nazaret. L’avvenimento che aspettava tutto
il mondo immerso nel buio dell’avvento, dell’attesa.
“Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è
con te” (Lc 1,28).
Queste sono le parole di Dio che l’Angelo
rivolge ad una povera ragazza di Nazaret, di nome Miriam (Maria), i
cui genitori, secondo la tradizione, erano Gioacchino e Anna, e che
dai primissimi anni desiderava appartenere senza riserva,
completamente, al Signore, come testimonia la commemorazione della
Presentazione che viene ricordata ogni anno il 21 novembre.
2. Ave, o piena di grazia. Che cosa significano
queste parole? L’Evangelista Luca scrive che Maria (Miriam), a
queste parole pronunciate dall’Angelo, “rimase turbata e si
domandava che senso avesse tale saluto” (Lc 1,29).
Queste parole esprimono una elezione singolare.
Grazia significa una pienezza particolare della creazione attraverso
la quale l’essere, che rassomiglia a Dio, partecipa alla stessa
vita interiore di Dio. Grazia vuol dire l’amore e il dono di Dio
stesso, il dono completamente libero (“dato gratuitamente”) in
cui Dio affida all’uomo il suo Mistero, dandogli, nello stesso
tempo, la capacità di poter testimoniare il Mistero, di colmare di
esso il suo essere umano, la sua vita, i pensieri, la volontà e il
cuore.
La pienezza di grazia è costituita dal Cristo
stesso. Maria di Nazaret riceve Cristo, e insieme con Cristo e per
Cristo Ella riceve la più piena partecipazione al Mistero eterno,
alla vita interiore di Dio: del Padre, del Figlio e dello Spirito
Santo. Tale partecipazione è la più piena di tutto il creato,
sovrasta tutto ciò che separa l’uomo da Dio. Esclude anche il
peccato originale: l’eredità di Adamo. Il Cristo, che è
l’artefice della vita divina, cioè della Grazia in ciascun uomo,
mediante la Redenzione da lui compiuta, deve essere particolarmente
generoso con sua Madre. Deve redimerla in modo particolarmente
sovrabbondante dal peccato (“copiosa apud eum redemptio”: è
grande presso di lui la redenzione) (Sal 129,7). Questa generosità
del Figlio verso la Madre risale al primo momento della sua
esistenza. Si chiama Immacolata Concezione.
3. Cento anni fa è morto un grande Papa, il
Servo di Dio Pio IX. Ricordiamoci oggi con quali parole egli ha
espresso la dottrina della Chiesa sull’Immacolata Concezione:
“Con l’autorità di Nostro Signore Gesù Cristo, dei beati
apostoli Pietro e Paolo e nostra dichiariamo, pronunciamo e
definiamo che la dottrina, la quale afferma che la beatissima
Vergine Maria nel primo istante del suo concepimento, per singolare
grazia e privilegio concessole da Dio Onnipotente, in previsione dei
meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, fu preservata
immune da ogni macchia di peccato originale, è verità rivelata da
Dio e perciò da credersi fermamente e costantemente da tutti i
fedeli” (Pio IX, Ineffabilis Deus).
Ritenuto tutto ciò nella memoria, recitiamo
oggi l’“Angelus Domini” con una emozione particolare.
Con questo saluto dell’Angelo prega Roma,
tutta la Chiesa e il mondo.
[In polacco:]
Con questo saluto dell’Angelo prega la Chiesa
in Polonia, ricordando il Beato Massimiliano Kolbe, che ha legato
tutta la sua santità e tutta la sua attività apostolica
all’Immacolata e che ha fondato la sua vita su questo primo
mistero con il quale Dio stesso ha segnato l’inizio terreno della
Madre di Cristo e della Chiesa.
ANGELUS
Domenica 24 dicembre 1978
“Hodie scietis quia veniet Dominus; et cras
videbitis gloriam eius” (Es 16,6-7): Oggi saprete che il Signore
verrà a salvarci; e domani vedrete la sua gloria.
Con queste parole la liturgia di oggi si
rivolge a noi: è la vigilia della Natività di Cristo. È
l’ultimo giorno dell’attesa, giorno di profonda gioia, poiché
il Signore sta per venire, e noi lo vedremo, come ogni anno, in
quell’insolito luogo della sua nascita: in una stalla, in una
mangiatoia. È questo, infatti, il luogo che gli uomini gli hanno
“assegnato”: gli abitanti di Betlemme e, in un certo modo, tutti
gli uomini. E questo stesso luogo Dio ha scelto per il suo Figlio.
C’è ben da meditare su questa realtà, e noi lo faremo durante la
Messa di mezzanotte.
Adesso, secondo l’usanza della vigilia,
desidero esprimervi i miei più cordiali auguri. In questo momento,
li formulo soprattutto come Vescovo di Roma, e desidero indirizzarli
a tutti i Romani. Sì, io desidero che questi miei auguri giungano a
ciascuno di voi, perché quest’oggi è un giorno in cui ogni uomo
si avvicina all’altro uomo.
Desidero che questi miei auguri arrivino in
ogni casa, in ogni famiglia. Nelle festività natalizie si sente
maggiormente il bisogno di essere vicini ai propri familiari, nel
calore del focolare domestico. Lasciate, dunque, che anch’io mi
associ a questa vostra unione di cuori.
Ai genitori auguro che si realizzi quanto essi
desiderano per i loro figlioli. Ai giovani auguro che si riveli loro
in modo particolare l’umanità, cioè “la bontà e l’amore del
Salvatore nostro” (cf. Tt 3,4).
Con lo stesso augurio mi reco spiritualmente in
ogni parrocchia di Roma e in tutte le Case dei religiosi e delle
religiose.
Mi rivolgo specialmente ai nomadi, ai malati,
ai sofferenti, agli anziani, agli abbandonati, agli emarginati, a
tutti coloro che sono soli e lontani dalle loro famiglie, perché
accettino l’amore che offre loro Cristo per la salvezza di ogni
uomo.
I miei auguri si estendono, inoltre, a tutti
gli ambienti di lavoro, di studio, di attività artistica, di
ricerca scientifica e di ogni attività umana.
Busso alle porte delle diverse Istituzioni
della vita comunitaria, nei suoi molteplici aspetti, e dico: “Pace
agli uomini di buona volontà”, perché è questo messaggio che è
stato annunciato nella grotta di Betlemme.
Invito tutti all’incontro di mezzanotte, la
vigilia natalizia, per il banchetto d’amore, che il Salvatore del
mondo ci ha preparato.
Rivolgo particolari parole di riconoscenza e di
comunione fraterna ai Sacerdoti, ai Vescovi, al Cardinale Vicario di
Roma.
Carissimi Fratelli e Sorelle!
Che nella nostra vita possa avere attuazione
quanto ci annuncia la liturgia di oggi: avvenga, dunque, che
sappiamo (“scietis”), accettiamo, viviamo nel profondo della
nostra coscienza la verità che “il Signore è venuto”.
Accettiamolo oggi (“hodie”), ricordando che
quest’oggi è l’essenza di tutta la nostra vita sulla terra. E
che domani (“cras”) potremo vedere la sua gloria ed essere tutti
partecipi di essa!
La letizia del Natale vicino rende
particolarmente viva la mia profonda afflizione per la grave
sciagura aerea avvenuta ieri notte nei pressi di Palermo, causando
numerose vittime, le quali sono in gran parte costituite da
emigrati, che ritornavano alle loro case per trascorrere in famiglia
le imminenti festività.
Ho già espresso al riguardo i miei sentimenti
in un telegramma al Cardinale Arcivescovo di quella città. Desidero
però rinnovare ora l’assicurazione della mia preghiera di
suffragio per coloro che hanno perso la vita in tale incidente,
mentre esprimo ai loro familiari la mia intima partecipazione al
loro cordoglio e rivolgo ai feriti i miei voti e il mio
incoraggiamento.
ANGELUS
Domenica 31 dicembre 1978
Oggi è l’ultimo giorno dell’Anno del
Signore 1978. Ci congediamo da questo anno ringraziando Dio per
tutto il bene che abbiamo ricevuto durante i dodici mesi trascorsi.
Lo salutiamo chiedendo a Dio perdono per tutto il male che nel corso
di questi dodici mesi è stato iscritto nei cuori umani, nella
storia dei popoli, nella storia dei continenti. Chiediamo perdono a
Dio dei nostri peccati, delle nostre manchevolezze e negligenze.
Preghiamo per aver la grazia e le forze necessarie per entrare nel
nuovo periodo di tempo, nel nuovo anno, e, come dice l’Apostolo,
per non lasciarci vincere dal male, ma per vincere con il bene il
male (cf. Rm 12,21).
Nel periodo del Natale i nostri pensieri e i
nostri cuori sono orientati, in modo particolare, ai bambini. Ed
è giusto, perché per noi è nato a Betlemme il Bambino Gesù.
Oggi però vorrei che questi nostri pensieri, i
nostri cuori e soprattutto le nostre preghiere orientate ai più
piccoli e ai più giovani, vadano ai più anziani. Ho in mente non
tanto coloro che sono di mezza età (nella pienezza delle forze
fisiche), ma piuttosto quelli di età avanzata: nonni, nonne; le
persone anziane.
Queste persone qualche volta sono abbandonate.
Soffrono a causa della loro anzianità. Soffrono anche a causa dei
diversi disturbi, che l’età avanzata porta con sé. Però, la
loro più grande sofferenza è quando non trovano la dovuta
comprensione e gratitudine da parte di quelli, dai quali hanno
diritto di aspettarla.
Oggi, nella domenica dopo il Natale, dedicata
alla venerazione della Famiglia di Nazaret, sappiamo ricordarci e
meditare sul quarto comandamento divino: “Onora tuo padre e tua
madre”. Questo comandamento ha un’importanza fondamentale per lo
sviluppo dei rapporti tra le generazioni non solo nella famiglia, ma
anche in tutta la società. Preghiamo Iddio affinché questi
rapporti si sviluppino nello spirito del quarto comandamento!
Proprio ai più anziani dobbiamo guardare con
rispetto (“onora!”); a loro devono le famiglie la propria
esistenza, l’educazione, il mantenimento, che spesso sono stati
pagati con duro lavoro e con molta sofferenza.
Non
possono essere trattati come se fossero ormai inutili. Anche
se qualche volta mancano ad essi le forze per poter svolgere le
azioni più semplici, hanno però l’esperienza della vita e la
saggezza, che molto spesso mancano ai giovani. Meditiamo le parole
della Sacra Scrittura: “Come s’addice il giudicare ai capelli
bianchi, e agli anziani intendersi di consigli! Come s’addice la
sapienza ai vecchi, il discernimento e il consiglio alle persone
eminenti! Corona dei vecchi è un’esperienza molteplice, loro
vanto il timore del Signore” (Sir 25,4-6).
Perciò, oggi a voi, anziani, si rivolgono i
pensieri e la preghiera del Papa. Spero che tutti i presenti ben
volentieri siano pienamente in sintonia col Papa; spero che ben
volentieri lo siano soprattutto i più giovani. I nipoti amano i
loro nonni e le loro nonne, e meglio e degli altri stanno con loro.
Così, concludiamo quest’anno nello spirito
di avvicinamento delle generazioni, nello spirito di reciproca
comprensione e reciproco amore.
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II PER L'INIZIO DEL
PONTIFICATO
Domenica 22 ottobre 1978
1. “Tu sei il Cristo il Figlio del Dio
vivente” (Mt 16,16).
Queste parole ha pronunciato Simone figlio di
Giona, nella regione di Cesarea di Filippo. Sì, le ha espresse con
la propria lingua, con una profonda, vissuta, sentita convinzione,
ma esse non trovano in lui la loro fonte, la loro sorgente:
“...perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma
il Padre mio che sta nei cieli” (Mt 16,17). Queste erano parole di
Fede.
Esse segnano l’inizio della missione di
Pietro nella storia della salvezza, nella storia del Popolo di Dio.
Da allora, da tale confessione di Fede, la storia sacra della
salvezza e del Popolo di Dio doveva acquisire una nuova dimensione:
esprimersi nella storica dimensione della Chiesa. Questa dimensione
ecclesiale della storia del Popolo di Dio trae le sue origini, nasce
infatti da queste parole di Fede e si allaccia all’uomo che le ha
pronunciate: “Tu sei Pietro – roccia, pietra – e su di te,
come su una pietra, io costruirò la mia Chiesa”.
2. Quest’oggi e in questo luogo bisogna che
di nuovo siano pronunciate ed ascoltate le stesse parole: “Tu sei
il Cristo, il Figlio del Dio vivente”.
Sì, Fratelli e Figli, prima di tutto queste
parole.
Il loro contenuto dischiude ai nostri occhi il
mistero di Dio vivente, mistero che il Figlio conosce e che ci ha
avvicinato. Nessuno, infatti, ha avvicinato il Dio vivente agli
uomini, nessuno Lo ha rivelato come l’ha fatto solo lui stesso.
Nella nostra conoscenza di Dio, nel nostro cammino verso Dio siamo
totalmente legati alla potenza di queste parole “Chi vede me, vede
pure il Padre”. Colui che è Infinito, inscrutabile, ineffabile si
è fatto vicino a noi in Gesù Cristo, il Figlio unigenito, nato da
Maria Vergine nella stalla di Betlemme.
– Voi tutti che già avete la inestimabile
ventura di credere,
– voi tutti che ancora cercate Dio,
– e pure voi tormentati dal dubbio:
vogliate accogliere ancora una volta – oggi e
in questo sacro luogo – le parole pronunciate da Simon Pietro. In
quelle parole è la fede della Chiesa. In quelle stesse parole è la
nuova verità, anzi, l’ultima e definitiva verità sull’uomo: il
figlio del Dio vivente. “Tu sei il Cristo, Figlio del Dio
vivente”!
3. Oggi il nuovo Vescovo di Roma inizia
solennemente il suo ministero e la missione di Pietro. In questa
Città, infatti, Pietro ha espletato e ha compiuto la missione
affidatagli dal Signore.
Il Signore si rivolse a lui dicendo:
“...quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo e andavi
dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un
altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi” (Gv
21,18).
Pietro è venuto a Roma!
Cosa lo ha guidato e condotto a questa Urbe,
cuore dell’Impero Romano, se non l’obbedienza all’ispirazione
ricevuta dal Signore? Forse questo pescatore di Galilea non avrebbe
voluto venire fin qui. Forse avrebbe preferito restare là, sulle
rive del lago di Genesaret, con la sua barca, con le sue reti. Ma,
guidato dal Signore, obbediente alla sua ispirazione, è giunto qui!
Secondo un’antica tradizione (che ha trovato
anche una sua magnifica espressione letteraria in un romanzo di
Henryk Sienkiewicz), durante la persecuzione di Nerone, Pietro
voleva abbandonare Roma. Ma il Signore è intervenuto: gli è andato
incontro. Pietro si rivolse a lui chiedendo: “Quo vadis,
Domine?” (Dove
vai, Signore?). E il Signore gli rispose subito: “Vado a
Roma per essere crocifisso per la seconda volta”. Pietro tornò a
Roma ed è rimasto qui fino alla sua crocifissione.
Sì, Fratelli e Figli, Roma è la Sede di
Pietro. Nei secoli gli sono succeduti in questa Sede sempre nuovi
Vescovi. Oggi un nuovo Vescovo sale sulla Cattedra Romana di Pietro,
un Vescovo pieno di trepidazione, consapevole della sua indegnità.
E come non trepidare di fronte alla grandezza di tale chiamata e di
fronte alla missione universale di questa Sede Romana?!
Alla Sede di Pietro a Roma sale oggi un Vescovo
che non è romano. Un Vescovo che è figlio della Polonia. Ma da
questo momento diventa pure lui romano. Sì, romano! Anche perché
figlio di una nazione la cui storia, dai suoi primi albori, e le cui
millenarie tradizioni sono segnate da un legame vivo, forte, mai
interrotto, sentito e vissuto con la Sede di Pietro, una nazione che
a questa Sede di Roma è rimasta sempre fedele. Oh, inscrutabile è
il disegno della divina Provvidenza!
4. Nei secoli passati, quando il Successore di
Pietro prendeva possesso della sua Sede, si deponeva sul suo capo il
triregno, la tiara. L’ultimo incoronato è stato Papa Paolo VI nel
1963, il quale, però, dopo il solenne rito di incoronazione non ha
mai più usato il triregno lasciando ai suoi Successori la libertà
di decidere al riguardo.
Il Papa Giovanni Paolo I, il cui ricordo è
così vivo nei nostri cuori, non ha voluto il triregno e oggi non lo
vuole il suo Successore. Non è il tempo, infatti, di tornare ad un
rito e a quello che, forse ingiustamente, è stato considerato come
simbolo del potere temporale dei Papi.
Il nostro tempo ci invita, ci spinge, ci
obbliga a guardare il Signore e ad immergere in una umile e devota
meditazione del mistero della suprema potestà dello stesso Cristo.
Colui che è nato dalla Vergine Maria, il
Figlio del falegname – come si riteneva –, il Figlio del Dio
vivente, come ha confessato Pietro, è venuto per fare di tutti noi
“un regno di sacerdoti”.
Il Concilio Vaticano II ci ha ricordato il
mistero di questa potestà e il fatto che la missione di Cristo –
Sacerdote, Profeta-Maestro, Re – continua nella Chiesa. Tutti,
tutto il Popolo di Dio è partecipe di questa triplice missione. E
forse nel passato si deponeva sul capo del Papa il triregno, quella
triplice corona, per esprimere, attraverso tale simbolo, che tutto
l’ordine gerarchico della Chiesa di Cristo, tutta la sua “sacra
potestà” in essa esercitata non è altro che il servizio,
servizio che ha per scopo una sola cosa: che tutto il Popolo di Dio
sia partecipe di questa triplice missione di Cristo e rimanga sempre
sotto la potestà del Signore, la quale trae le sue origini non
dalle potenze di questo mondo, ma dal Padre celeste e dal mistero
della Croce e della Risurrezione.
La potestà assoluta e pure dolce e soave del
Signore risponde a tutto il profondo dell’uomo, alle sue più
elevate aspirazioni di intelletto, di volontà, di cuore. Essa non
parla con un linguaggio di forza, ma si esprime nella carità e
nella verità.
Il nuovo Successore di Pietro nella Sede di
Roma eleva oggi una fervente, umile, fiduciosa preghiera: “O
Cristo! Fa’ che io possa diventare ed essere servitore della tua
unica potestà! Servitore della tua dolce potestà! Servitore della
tua potestà che non conosce il tramonto! Fa’ che io possa essere
un servo! Anzi, servo dei tuoi servi”.
5. Fratelli e Sorelle! Non abbiate paura di
accogliere Cristo e di accettare la sua potestà!
Aiutate il Papa e tutti quanti vogliono servire
Cristo e, con la potestà di Cristo, servire l’uomo e l’umanità
intera!
Non
abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!
Alla sua salvatrice potestà aprite i confini
degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi
di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non
abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo
lui lo sa!
Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta
dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è
incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal
dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, quindi – vi
prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo
di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita
eterna.
Proprio oggi la Chiesa intera celebra la sua “Giornata Missionaria
Mondiale”, prega, cioè, medita, agisce perché le parole di vita
del Cristo giungano a tutti gli uomini e siano da essi accolte come
messaggio di speranza, di salvezza, di liberazione totale.
6. Ringrazio tutti i presenti che hanno voluto
partecipare a questa solenne inaugurazione del ministero del nuovo
Successore di Pietro.
Ringrazio di cuore i Capi di Stato, i
Rappresentanti delle Autorità, le Delegazioni di Governi per la
loro presenza che mi onora tanto.
Grazie a voi, Eminentissimi Cardinali della
Santa Chiesa Romana!
Vi
ringrazio, diletti Fratelli nell’Episcopato!
Grazie a voi, Sacerdoti!
A voi Sorelle e Fratelli, Religiose e Religiosi
degli Ordini e delle Congregazioni! Grazie!
Grazie a voi, Romani!
Grazie ai pellegrini convenuti da tutto il
mondo!
Grazie a quanti sono collegati a questo Sacro
Rito attraverso la Radio e la Televisione!
7. Do Was sie zwracam umilowani moi Rodacy,
Pielgrzymi z Polski, Bracia Biskupi z Waszym Wspanialym Prymasem na
czele, Kaplani, Siostry i Bracia polskich Zakonów – do Was,
Przedstawiciele Polonii z calego swiata.
A cóz powiedziec do Was, którzy tu
przybyliscie z mojego Krakowa, od stolicy sw. Stanislawa, ktorego
bylem niegodnym nastepca przez lat czternascie. Coz powiedziec?
Wszystko co bym mogl powiedziec bedzie blade w stosunku do tego, co
czuje w tej chwili mofe serce. A
takze w stosunku do tego, co czuja Wasze serca.
Wiec
oszczedzmy slów. Niech pozostanie tylko wielkie milczenie przed
Bogiem, ktore jest sama modlitwa.
Prosze
Was! Badzcie ze mna! Na Jasnej Gorze i wszedzie! Nie przestawajcie
byc z Papiezem, który dzis prosi slowami poety “Matko Boza, co
Jasnej bronisz Czestochowy i w Ostrej swiecisz Bramie”!i do Was
kieruie te slowa w takiej niezwyklej chwili.
È stato questo un appello ed un invito alla
preghiera per il nuovo Papa, appello espresso in lingua polacca. Con
lo stesso appello mi rivolgo a tutti i figli ed a tutte le figlie
della Chiesa Cattolica. Ricordatemi oggi e sempre nella vostra
preghiera.
Aux
catholiques des pays de langue française, j’exprime toute mon
affection et tout mon dévouement! Et je me permets de compter sur
votre soutien filial et sans réserve! Puissiez-vous progresser dans
la foi! A ceux qui ne partagent pas cette foi, j’adresse aussi mon
salut respectueux et cordial. J’espère que leurs sentiments de
bienveillance faciliteront la mission spirituelle qui m’incombe et
qui n’est pas sans retentissements sur le bonheur et la paix du
monde!
To
all of you who speak English I offer in the name of Christ a cordial
greeting. I count on the support of your prayers and your good will
in carrying out my mission of service to the Church and mankind. May
Christ give you his grace and his peace, overturning the barriers of
division and making all things one in him.
Einen
herzlichen Gruss richte ich an die hier anwesenden Vertreter und
alle Menschen aus den Ländern deutscher Sprache. Verschiedene Male
– und erst kürzlich durch meinen Besuch in der Bundersrepublik
Deutschland – hatte ich Gelegenheit, das segensreiche Wirken der
Kirche und Ihrer Gläubigen persönlich kennen und Schätzen zu
lernen. Lassen Sie Ihren opferbereiten Einsatz für Christus auch
weiterhin fruchtbar werden für die grossen Anliegen und Note der
Kirche in aller Welt. Darum bitte ich Sie und empfehle meinen neuen
apostolischen Dienst auch Ihrem besonderen Gebet.
Mi pensamiento se dirige ahora hacia el mundo
de la lengua española, una porción tan considerable de la Iglesia
de Cristo. A vosotros, Hermanos e hijos queridos, llegue en este
momento solemne el afectuoso saludo del nuevo Papa. Unidos por los
vínculos de una común fe católica, sed fieles a vuestra
tradición cristiana, hecha vida en un clima cada vez más justo y
solidario, mantened vuestra conocida cercanía al Vicario de Cristo
y cultivad intensamente la devoción a nuestra Madre, María
Santísima.
Irmaos e Filhos de língua portuguesa: como
“servo dos servos de Deus”, eu vos saúdo afectuosamente no
Senhor. Abenoando-vos, confio na caridade da vossa oraao, e na vossa
fidelidade para viverdes sempre a mensagem deste dia e deste rito:
“Tu és o Cristo, o Filho de Deus vivo!”.
[Omissis,
testo in lingua russa]
Apro il cuore a tutti i Fratelli delle Chiese e
delle Comunità Cristiane, salutando, in particolare, voi che qui
siete presenti, nell’attesa del prossimo incontro personale; ma
fin d’ora vi esprimo sincero apprezzamento per aver voluto
assistere a questo solenne rito.
E ancora mi rivolgo a tutti gli uomini, ad ogni
uomo (e con quale venerazione l’apostolo di Cristo deve
pronunciare questa parola: uomo!).
Pregate
per me!
Aiutatemi perché io vi possa servire! Amen.
CELEBRAZIONE EUCARISTICA NELLA BASILICA DI
SANTA MARIA MAGGIORE
OMELIA DEL SANTO PADRE
Venerdì 8 dicembre 1978
1. Mentre per la prima volta come Vescovo di
Roma varco oggi la soglia della Basilica di Santa Maria Maggiore, mi
si presenta dinanzi agli occhi l’evento che ho vissuto qui, in
questo luogo, il 21 novembre del 1964. Era la chiusura della terza
sessione del Concilio Vaticano II, dopo la solenne proclamazione
della Costituzione dogmatica sulla Chiesa, che comincia con le
parole: “Lumen gentium” (luce delle genti). Lo stesso giorno il
Papa Paolo VI aveva invitato i Padri conciliari a trovarsi proprio
qui, nel più venerato tempio mariano di Roma, per esprimere la
gioia e la gratitudine per l’opera ultimata in quel giorno.
La Costituzione Lumen Gentium è il documento
principale del Concilio, documento “chiave” della Chiesa del
nostro tempo, pietra angolare di tutta l’opera di rinnovamento che
il Vaticano II ha intrapreso e di cui ha dato le direttive.
L’ultimo capitolo di questa Costituzione
porta il titolo: “La beata Vergine Maria Madre di Dio nel mistero
di Cristo e della Chiesa”. Paolo VI, parlando quel mattino nella
Basilica di San Pietro, col pensiero fisso sull’importanza della
dottrina espressa nell’ultimo capitolo della Costituzione Lumen
Gentium, chiamò per la prima volta Maria “Madre della Chiesa”.
La chiamò così in modo solenne, e cominciò a chiamarla con questo
nome, con questo titolo, ma soprattutto ad invocarla perché
partecipasse come Madre alla vita della Chiesa: di questa Chiesa che
durante il Concilio ha preso più profondamente coscienza della
propria natura e della propria missione. Per dare maggiore rilievo a
questa espressione, Paolo VI, insieme con i Padri conciliari, è
venuto proprio qui, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, dove
Maria da tanti secoli è circondata da particolare venerazione e
amore, sotto il titolo di “Salus Populi Romani”.
2. Seguendo le orme di questo grande
Predecessore, che è stato per me un vero padre, anch’io vengo
qui. Dopo il solenne atto in Piazza di Spagna, la cui tradizione
risale al 1856, vengo qui in seguito ad un cordiale invito rivoltomi
dall’Eminentissimo Arciprete di questa Basilica, il Cardinale
Confalonieri, Decano del Sacro Collegio, e da tutto il Capitolo.
Penso però che, insieme a lui, mi invitano qui
tutti i miei Predecessori nella cattedra di San Pietro: il Servo di
Dio Pio XII, il Servo di Dio Pio IX; tutte le generazioni dei
Romani; tutte le generazioni dei cristiani e tutto il Popolo di Dio.
Essi sembrano dire: Va’! Onora il grande mistero nascosto fin
dall’eternità, in Dio stesso. Va’, e da’ testimonianza a
Cristo nostro Salvatore, figlio di Maria! Va’, e annuncia questo
particolare momento; nella storia il momento di svolta della
salvezza dell’uomo.
Tale punto decisivo nella storia della salvezza
è proprio l’“Immacolata Concezione”. Dio nel suo eterno amore
ha scelto fin dall’eternità l’uomo: l’ha scelto nel suo
Figlio. Dio ha scelto l’uomo, affinché possa raggiungere la
pienezza del bene mediante la partecipazione alla sua stessa vita:
vita divina, attraverso la grazia. L’ha scelto fin
dall’eternità, e irreversibilmente. Né il peccato originale, né
tutta la storia delle colpe personali e dei peccati sociali hanno
potuto dissuadere l’eterno Padre da questo suo piano di amore. Non
hanno potuto annullare la scelta di noi nell’eterno Figlio, Verbo
consustanziale al Padre. Poiché questa scelta doveva prendere forma
nell’Incarnazione, e poiché il Figlio di Dio doveva per la nostra
salvezza farsi uomo, proprio per questo il Padre eterno ha scelto
per lui, tra gli uomini, la Madre. Ognuno di noi diventa uomo
perché concepito e nato dal grembo materno. L’eterno Padre ha
scelto la stessa via per l’umanità del suo Figlio eterno. Ha
scelto sua Madre dal popolo, a cui da secoli affidava in modo
particolare i suoi misteri e le sue promesse. L’ha scelta dalla
stirpe di Davide e contemporaneamente da tutta l’umanità. L’ha
scelta di stirpe regale, ma al tempo stesso tra gente povera.
L’ha scelta sin dal principio, sin dal primo
momento della concezione, facendola degna della maternità divina,
alla quale nel tempo stabilito sarebbe stata chiamata. L’ha fatta
prima erede della santità del proprio Figlio. Prima tra i redenti
dal suo sangue, ricevuto da lei, umanamente parlando. L’ha resa
immacolata nel momento stesso della concezione.
Tutta la Chiesa contempla oggi il mistero
dell’Immacolata Concezione e ne gioisce. Questo è un giorno
particolare del tempo di Avvento.
3. Esulta di questo mistero la Chiesa Romana e
io, come nuovo Vescovo di questa Chiesa, partecipo per la prima
volta a tale gioia. Perciò desideravo tanto venire qui, in questo
tempio, dove da secoli Maria viene venerata come “Salus Populi
Romani”. Questo titolo, questa invocazione non ci dicono forse che
la salvezza (“salus”) è diventata in modo singolare retaggio
del Popolo Romano (“Populi Romani”)? Non è forse questa la
salvezza che Cristo ci ha portato e che Cristo ci porta
continuamente, lui solo? E sua Madre, che proprio come Madre, è
stata in modo eccezionale, “più eminente” (Paolo VI, Credo),
redenta da lui, suo Figlio, non è forse anche lei – da lui, suo
Figlio – chiamata, in modo più esplicito, semplice e potente
insieme, a partecipare alla salvezza degli uomini, del popolo
Romano, dell’umanità intera? Per condurre tutti al Redentore. Per
dare testimonianza di lui, anche senza parole, solo con l’amore
nel quale si esprime “il genio della madre”. Per avvicinare
perfino coloro che oppongono maggiore resistenza, per i quali è
più difficile credere nell’amore; che considerano il mondo come
un grande poligono “di lotta di tutti contro tutti” (come si è
espresso uno dei filosofi nel passato). Per avvicinare tutti –
cioè ciascuno – a suo Figlio. Per rivelare il primato
dell’amore nella storia dell’uomo. Per annunziare la vittoria
finale dell’amore. Non pensa forse la Chiesa a questa vittoria,
quando ci ricorda oggi le parole del libro della Genesi: “Questa
[la stirpe della donna] schiaccerà la testa del serpente” (cf.Gen
3,15)?
4. “Salus Populi Romani”!
Il nuovo Vescovo di Roma varca oggi la soglia
del tempio mariano della Città Eterna, consapevole della lotta tra
il bene e il male, che pervade il cuore di ogni uomo, che si svolge
nella storia dell’umanità e anche nell’anima del “popolo
Romano”. Ecco ciò che al riguardo ci dice l’ultimo Concilio:
“Tutta intera la storia umana è infatti pervasa da una lotta
tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta cominciata fin
dall’origine del mondo, che durerà, come dice il Signore, fino
all’ultimo giorno. Inserito in questa battaglia, l’uomo deve
combattere senza soste per poter restare unito al bene, né può
conseguire la sua interiore unità se non a prezzo di grandi
fatiche, con l’aiuto della grazia di Dio” (Gaudium et Spes, 37).
E perciò il Papa, agli inizi del suo servizio
episcopale nella cattedra di San Pietro a Roma, desidera affidare la
Chiesa in modo particolare a Colei in cui si è compiuta la stupenda
e totale vittoria del bene sul male, dell’amore sull’odio, della
grazia sul peccato; a Colei della quale Paolo VI disse che è
“inizio del mondo migliore”, all’Immacolata. Le affida se
stesso, come servo dei servi, e tutti coloro che egli serve, e tutti
coloro che con lui servono. Le affida la Chiesa Romana, come pegno e
principio di tutte le Chiese del mondo, nella loro universale
unità. Gliela affida e offre come sua proprietà!
“Totus tuus ego sum et omnia mea tua sunt.
Accipio. Te in mea omnia!”: Sono tutto tuo, e tutto ciò che ho è
tuo. Sii tu mia guida in tutto.
Con questo semplice e insieme solenne atto di
offerta il Vescovo di Roma, Giovanni Paolo II, desidera ancora una
volta riaffermare il proprio servizio al Popolo di Dio, che non può
essere nient’altro che l’umile imitazione di Cristo e di Colei,
che ha detto di se stessa: “Eccomi, sono la serva del Signore”
(Lc 1,38).
Sia questo atto segno di speranza, come segno
di speranza è il giorno dell’Immacolata Concezione sullo sfondo
di tutti i giorni del nostro Avvento.
SANTA MESSA DI MEZZANOTTE
OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II
Domenica, 24 dicembre 1978
Carissimi Fratelli e Sorelle.
1. Ci troviamo nella Basilica di San Pietro a
quest’ora insolita. Ci fa da sfondo l’architettura nella quale
intere generazioni attraverso i secoli hanno espresso la loro fede
nel Dio Incarnato, seguendo il messaggio portato qui a Roma dagli
apostoli Pietro e Paolo. Tutto ciò che ci circonda parla con la
voce dei due millenni che ci separano dalla nascita di Cristo. Il
secondo millennio si sta avvicinando celermente alla fine.
Permettete che, così come siamo, in questo contesto di tempo e di
luogo, io vada con voi a quella grotta nei pressi della cittadina di
Betlemme, situata a sud di Gerusalemme. Facciamo in modo di essere
tutti insieme più là che qua: là, dove “nel silenzio della
notte” si è fatto sentire il vagito del Neonato, espressione
perenne dei figli della terra. In quello stesso tempo si è fatto
sentire il cielo, “mondo” di Dio che abita nel tabernacolo
inaccessibile della Gloria. Tra la maestà di Dio eterno e la
terra-madre, che si annunzia col vagito del Bimbo neonato,
s’intravede la prospettiva di una nuova pace, della
riconciliazione, dell’alleanza: È nato per noi il Salvatore del
mondo “tutti i confini della terra hanno visto la salvezza del
nostro Dio”.
2. Tuttavia in questo momento, in questa
insolita ora, i confini della terra rimangono distanti. Sono pervasi
da un tempo di attesa, lontani dalla pace. La stanchezza riempie
piuttosto i cuori degli uomini, che si sono addormentati, così come
si erano addormentati non lungi i pastori nelle valli di Betlemme.
Ciò che accade nella stalla, nella grotta di roccia ha una
dimensione di profonda intimità: è qualcosa che avviene “fra”
la Genitrice e il Nascituro. Nessuno dall’esterno vi ha accesso.
Perfino Giuseppe, il falegname di Nazaret, rimane testimone
silenzioso. Lei sola è pienamente consapevole della sua Maternità.
E solo lei capta l’espressione propria del vagito del bimbo. La
nascita di Cristo è innanzitutto il suo mistero, il suo grande
Giorno. È la festa della Madre.
È una strana festa: senza alcun segno della
liturgia della Sinagoga, senza letture profetiche e senza canto di
Salmi. “Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo
invece mi hai preparato (Eb 10,5) sembra dire, col suo vagito, Colui
che, essendo Figlio eterno, Verbo consostanziale al Padre, Dio da
Dio, Luce da Luce”, si è fatto carne (Is 1,14), egli si rivela in
quel corpo come uno di noi, piccolo infante, in tutta la sua
fragilità e vulnerabilità. Soggetto alla sollecitudine degli
uomini, affidato al loro amore, indifeso. Vagisce, e il mondo non lo
sente, non può sentirlo. Il vagito del bimbo neonato può udirsi
appena a distanza di qualche passo.
3. Vi prego quindi, Fratelli e Sorelle, che
affollate questa Basilica, cerchiamo di essere più presenti là che
qua. Non molti giorni fa, manifestai il mio grande desiderio di
trovarmi nella grotta della Natività, per celebrare proprio là
l’inizio del mio pontificato. Dato che le circostanze non me lo
consentono, e trovandomi qui con tutti voi, ancor più cerco di
essere là spiritualmente con voi tutti, per colmare questa liturgia
con la profondità, l’ardore, l’autenticità di un intenso
sentimento interiore. La liturgia della notte di Natale è ricca di
un particolare realismo: realismo di quel momento che noi
rinnoviamo, e anche realismo dei cuori che rivivono quel momento.
Tutti, infatti, siamo profondamente emozionati e commossi, benché
ciò che celebriamo sia avvenuto circa duemila anni fa.
Per avere un quadro completo della realtà di
quell’evento, per penetrare ancor più nel realismo di quel
momento e dei cuori umani, ricordiamoci che ciò è avvenuto così
come è avvenuto: nell’abbandono, nell’estrema povertà, nella
stalla-grotta, fuori della città, perché gli uomini, nella città,
non hanno voluto accogliere la Madre e Giuseppe in nessuna delle
loro case. Da nessuna parte c’era posto. Sin dall’inizio, il
mondo si è rivelato inospitale verso il Dio che doveva nascere come
Uomo.
4. Riflettiamo ora brevemente sul significato
perenne di questa mancata ospitalità dell’uomo nei riguardi di
Dio. Noi tutti, che siamo qui, vogliamo che sia diversamente.
Vogliamo che a Dio, che nasce come uomo, sia aperto tutto in noi
uomini.
Con questo desiderio siamo venuti qui!
Pensiamo quindi questa notte anche a tutti gli
uomini che cadono vittime dell’umana disumanità, della crudeltà,
della mancanza di qualsiasi rispetto, del disprezzo dei diritti
oggettivi di ciascun uomo. Pensiamo a coloro che sono soli, anziani,
ammalati; a coloro che non hanno una casa, che soffrono la fame, la
cui miseria è conseguenza dello sfruttamento e dell’ingiustizia
dei sistemi economici. Pensiamo anche a coloro, ai quali non è
permesso, in questa notte, di partecipare alla liturgia della
Nascita di Dio, e che non hanno un sacerdote che possa celebrare la
Messa. E andiamo col pensiero anche a coloro, le cui anime e
coscienze sono tormentate non meno che la loro fede.
La stalla di Betlemme è il primo luogo della
solidarietà con l’uomo: di un uomo con l’altro e di tutti con
tutti, soprattutto con coloro, per i quali “non c’è posto
nell’albergo” (cf. Lc 2,7), ai quali non sono riconosciuti i
propri diritti.
5. Il Bambino neonato vagisce.
Chi sente il vagito del bimbo?
Per lui parla però il cielo, ed è il cielo
che rivela l’insegnamento proprio di questa nascita. È il cielo
che la spiega con queste parole: “Gloria a Dio nel più alto dei
cieli e pace in terra agli uomini che egli ama” (Lc 2,14).
Bisogna che noi, toccati dal fatto della
nascita di Gesù, sentiamo questo grido del cielo.
Bisogna che esso giunga a tutti i confini della
terra, che lo odano nuovamente tutti gli uomini.
“Filius
datus est nobis.
Christus
natus est nobis. Amen”.
TE DEUM DI RINGRAZIAMENTO PER LA FINE
DELL’ANNO
NELLA CHIESA DEDICATA AL SS. MO NOME DI GESÙ
OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II
Domenica, 31 dicembre 1978
Carissimi fratelli e sorelle.
Innanzitutto voglio salutare tutti i qui
presenti romani e ospiti venuti per celebrare la chiusura
dell’anno 1978, celebrare religiosamente. Rivolgo il mio cordiale
saluto al cardinale Vicario, ai fratelli Vescovi, ai rappresentanti
dell’autorità civile, ai sacerdoti, religiose, religiosi,
soprattutto della Compagnia di Gesù, con il loro Padre Generale.
1. La domenica fra l’Ottava del Natale del
Signore, cioè la domenica odierna, unisce, nella liturgia, la
solenne memoria della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe. La
nascita di un bambino, sempre, dà inizio ad una famiglia. La
nascita di Gesù a Betlemme ha dato inizio a questa Famiglia unica
ed eccezionale nella storia dell’umanità; in questa Famiglia è
venuto al mondo, è cresciuto ed è stato educato il Figlio di Dio,
concepito e nato dalla Madre-Vergine, e contemporaneamente affidato,
dall’inizio, alle cure autenticamente paterne di Giuseppe,
falegname di Nazaret, il quale dinanzi alla legge ebraica fu marito
di Maria, e dinanzi allo Spirito Santo fu degno suo sposo e il
tutore, veramente a modo paterno, del materno mistero della sua
Sposa.
La Famiglia di Nazaret, che la Chiesa,
soprattutto nella liturgia odierna, mette dinanzi agli occhi di
tutte le famiglie, costituisce effettivamente quel punto culminante
di riferimento per la santità di ogni famiglia umana. La storia di
questa Famiglia viene descritta nelle pagine del Vangelo in modo
molto conciso. Veniamo a sapere appena di alcuni avvenimenti della
sua vita. Tuttavia, ciò che apprendiamo è sufficiente per poter
coinvolgere i momenti fondamentali nella vita di ogni famiglia, e
per fare apparire quella dimensione, alla quale sono chiamati tutti
gli uomini che vivono la vita familiare: padri, madri, genitori,
figli. Il Vangelo ci mostra, con grande chiarezza, il profilo
educativo della famiglia. “Tornò a Nazaret e stava loro
sottomesso...” (Lc 2,51). È necessaria, da parte dei ragazzi e da
parte della giovane generazione, questa “sottomissione”,
obbedienza, prontezza ad accettare i maturi esempi della umana
condotta della famiglia. Anche Gesù in questo modo era
“sottomesso”. E con questa “sottomissione”, con questa
prontezza del bambino ad accettare gli esempi del comportamento
umano, devono misurare i genitori tutta la loro condotta. Questo è
il punto particolarmente delicato della loro responsabilità di
genitori, della loro responsabilità nei confronti dell’uomo, di
questo piccolo, e poi crescente uomo, ad essi affidato da Dio
stesso. Devono anche tener presente tutto ciò che è accaduto nella
vita della Famiglia di Nazaret quando Gesù aveva dodici anni; essi,
cioè, educano il proprio figlio non solo per loro, ma per lui, per
i compiti che in seguito egli dovrà assumere. Gesù dodicenne ha
risposto a Maria e a Giuseppe: “Non sapevate che io devo occuparmi
delle cose del Padre mio?” (Lc 2,49).
2. I più profondi problemi umani sono
collegati con la famiglia. Essa costituisce la comunità primaria,
fondamentale e insostituibile per l’uomo. “La famiglia ha
ricevuto da Dio questa missione, di essere la prima e vitale cellula
della società”, afferma il Concilio Vaticano II (Apostolicam
Actuositatem, 11). Di ciò anche la Chiesa vuole dare una
testimonianza particolare durante l’Ottava del Natale del Signore
mediante la festa della Santa Famiglia. Vuole ricordare che con la
famiglia sono collegati i valori fondamentali, che non si possono
violare senza danni incalcolabili di natura morale. Spesso le
prospettive di ordine materiale e il punto di vista
“economico-sociale” prevalgono sui principi di cristiana e
perfino umana moralità. Non basta, allora, esprimere solo un
rammarico. Bisogna difendere questi valori fondamentali con tenacia
e fermezza, perché la loro violazione porta danni incalcolabili
alla società, e, in ultima analisi, all’uomo. L’esperienza
delle diverse nazioni nella storia dell’umanità, come pure la
nostra esperienza contemporanea, possono servire come argomento per
riaffermare questa verità dolorosa, cioè che è facile, nella
fondamentale sfera dell’umana esistenza in cui è decisivo il
ruolo della famiglia, distruggere i valori essenziali, mentre è
molto difficile ricostruire tali valori.
Di quali valori si tratta? Se dovessimo
rispondere adeguatamente a questa domanda, bisognerebbe indicare
tutta la gerarchia e l’insieme dei valori che vicendevolmente si
definiscono e si condizionano. Però, cercando di esprimerci in modo
conciso, diciamo che qui si tratta di due valori fondamentali che
rigorosamente entrano nel contesto di ciò che noi chiamiamo
“amore coniugale”. Il primo di essi è il valore della persona
che si esprime nella reciproca fedeltà assoluta fino alla morte:
fedeltà del marito nei confronti della moglie e della moglie nei
confronti del marito. La conseguenza di questa affermazione del
valore della persona, che si esprime nella reciproca relazione tra
marito e moglie, deve essere anche il rispetto del valore personale
della nuova vita, cioè del bambino, dal primo momento del suo
concepimento.
La Chiesa non può mai dispensarsi
dall’obbligo di custodire questi due valori fondamentali,
collegati con la vocazione della famiglia. La custodia di essi è
stata affidata alla Chiesa da Cristo, in modo tale che non lascia
alcun dubbio. Allo stesso tempo, l’evidenza – umanamente
compresa – di questi valori fa sì che la Chiesa, difendendoli,
vede se stessa come portavoce della autentica dignità dell’uomo:
del bene della persona, della famiglia, delle nazioni. Pur
mantenendo il rispetto verso tutti coloro che pensano diversamente,
è ben difficile riconoscere, dal punto di vista obiettivo e
imparziale, che si comporti a misura della vera dignità umana chi
tradisce la fedeltà matrimoniale, oppure chi permette che si
annienti e si distrugga la vita concepita nel grembo materno. Di
conseguenza, non si può ammettere che i programmi che suggeriscono,
che facilitano, ammettono tale comportamento, servano al bene
obiettivo dell’uomo, al bene morale, e contribuiscano a rendere la
vita umana veramente più umana, veramente più degna dell’uomo;
che servano alla costruzione di una società migliore.
3. La domenica odierna è anche l’ultimo
giorno dell’anno 1978. Ci siamo riuniti qui, in questa liturgia,
per rendere grazie a Dio per tutto il bene che ci ha elargito e dato
la grazia di fare durante l’anno trascorso, e per chiedere il suo
perdono per tutto ciò che, essendo contrario al bene, è anche
contrario alla sua santa volontà.
Permettete che, in questo ringraziamento e in
questa richiesta di perdono, mi serva anche del criterio della
famiglia, questa volta però nel senso più largo. Siccome Dio è
Padre, allora il criterio della famiglia ha anche questa dimensione;
si riferisce a tutte le comunità umane, alle società, alle
nazioni, ai paesi; si riferisce alla Chiesa e alla umanità.
Concludendo così quest’anno, rendiamo grazie
a Dio per tutto ciò per cui gli uomini – nelle diverse sfere
dell’esistenza terrena – diventano ancor più “famiglia”,
cioè più fratelli e più sorelle, che hanno in comune l’unico
Padre. Allo stesso tempo, chiediamo perdono per tutto ciò che è
estraneo alla comune fratellanza degli uomini, che distrugge
l’unità della famiglia umana, che la minaccia, che la impedisce.
Perciò, avendo sempre negli occhi il mio
grande Predecessore Paolo VI, e l’amatissimo Papa Giovanni Paolo
I, io, loro successore, nell’anno della morte di ambedue, dico
oggi: “Padre nostro che sei nei cieli, accettaci in quest’ultimo
giorno dell’anno 1978 nel Cristo Gesù, tuo eterno Figlio, e in
lui guidaci avanti nel futuro. Nel futuro che tu stesso desideri:
Dio dell’Amore, Dio della Verità, Dio della Vita!”.
Con questa preghiera sulle labbra io, successore dei due Pontefici morti
in questo anno, attraverso insieme con voi la frontiera che, tra
qualche ora, dividerà l’anno 1978 dal 1979.

GIOVANNI PAOLO II
ANGELUS 1° gennaio 1979
All’inizio di un nuovo anno, con quale altra
parola potrei rivolgermi a voi, carissimi, che non sia una parola
d’augurio? “Buon anno”, dunque a voi, miei fratelli e sorelle!
A voi che siete venuti in questa piazza per testimoniare con la
vostra presenza l’affetto che nutrite per il Papa, e “buon
anno” a tutti coloro che sono qui presenti con lo spirito. Il Papa
vorrebbe poter varcare le soglie di tutte le case, specialmente di
quelle dove la povertà, la malattia e la solitudine fanno sentire
il loro peso – non esclusi gli ospedali e le carceri – e portare
ovunque una parola di conforto, di incoraggiamento, di speranza.
“Buon anno” a tutti, nella luce che
s’irradia dal volto dolcissimo della Vergine Maria, che la
Liturgia ci invita, oggi, a venerare nel mistero della sua Maternità
divina. “Concepit de Spiritu Sancto”, concepì per opera dello
Spirito Santo, diremo tra poco nell’Angelus, e la nostra mente sarà
invitata a riflettere sul momento decisivo dell’incarnazione del
Verbo di Dio. Quel momento solenne, anche se tanto umile e nascosto,
ci pone in atteggiamento di pensosa ammirazione e di istintivo
rispetto di fronte al momento iniziale dell’esistenza terrena di
ogni essere umano.
Nel primo giorno di questo nuovo anno, io
voglio rivolgere uno speciale saluto a tutti coloro che nasceranno
nel corso dei prossimi mesi, a quanti riceveranno il dono della vita
nell’anno del Signore 1979. Possano essi trovare il calore
affettuoso di cuori che li attendono e che sanno gioire per il
prodigio meraviglioso di una nuova vita.
Oggi si celebra la Giornata mondiale della
pace.
È un tema, questo della pace, che se sta a
cuore ad ogni essere umano responsabile e generoso, suscita una
particolare vivissima sollecitudine nell’animo del Papa, il quale
sa di essere posto da Cristo come pastore dell’umanità intera. A
questo proposito, oggi voglio raccomandare alla vostra preghiera due
situazioni delicate, per le quali la Santa Sede ha ritenuto suo
dovere avviare specifiche iniziative: intendo alludere alla
tormentata vicenda del Libano, in cui tanto sangue, troppo sangue,
è già stato versato, e alla più recente controversia insorta tra
Argentina e Cile circa le Isole del Canale di Beagle. Le missioni
inviate dalla Santa Sede hanno avuto, tanto in un caso quanto
nell’altro, una cordiale accoglienza sia da parte delle autorità
che da parte della popolazione. È necessario ora che la preghiera
di tutti ottenga da Dio copiosi doni di lungimiranza, di equilibrio,
di coraggio, perché le strade della pace possano essere percorse e
la meta di una soluzione equa e onorevole possa essere quanto prima
raggiunta.
In questo giorno, poi – giorno che dovrebbe
essere di gioia per tutti –, il mio pensiero va alle vittime dei
sequestri, che ancora sono trattenute con ingiusta violenza lontane
dalle loro famiglie. Mi rattrista in particolare la situazione di
chi, essendo in giovane età, è maggiormente esposto ai traumi
psicologici di una simile drammatica esperienza. Per loro, tutti
noi, qui riuniti, eleviamo a Dio la nostra preghiera, confidando che
la caratteristica atmosfera, di cui sono soffusi questi giorni,
valga a risvegliare nei cuori dei loro oppressori sentimenti di
doverosa resipiscenza e di rinnovata umanità.
Preghiamo, fratelli e sorelle.
SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DI MARIA SS.MA
MADRE DI DIO
E NELLA XII GIORNATA MONDIALE DELLA PACE
OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II
1° gennaio 1979
1. Anno 1979. Il primo giorno del mese di
gennaio; il primo giorno dell’anno nuovo.
Entrando oggi per le porte di questa Basilica,
vorrei insieme con voi tutti, carissimi Fratelli e Sorelle, salutare
questo anno, vorrei dirgli: benvenuto!
Lo faccio nel giorno dell’ottava della
Natività.
Oggi è già l’ottavo giorno di questa grande
festa, che, secondo il ritmo della liturgia, conclude e inizia ogni
anno.
L’anno è la misura umana del tempo. Il tempo
ci parla del “trascorrere”, al quale è sottoposto tutto il
creato. L’uomo è consapevole di questo trascorrere. Egli passa
non soltanto nel tempo, ma parimenti “misura il tempo” del suo
trascorrere: tempo fatto di giorni, settimane, mesi e anni. In
questo fluire umano c’è sempre la tristezza del congedo dal
passato e, insieme, l’apertura al futuro.
Proprio questo congedo dal passato e questa
apertura al futuro sono iscritti, mediante il linguaggio e il ritmo
della liturgia della Chiesa, nella solennità del Natale del
Signore.
La nascita parla sempre di un inizio,
dell’inizio di ciò che nasce. Il Natale del Signore parla di un
singolare inizio. In primo luogo parla di quell’inizio che precede
qualsiasi tempo, del principio che è Dio stesso, senza inizio.
Durante questa ottava siamo stati nutriti ogni giorno del mistero
della perenne generazione in Dio, del mistero del figlio generato
eternamente dal Padre: “Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio
vero, generato, non creato” (Professio fidei).
In questi giorni siamo stati, poi, in modo
particolare, testimoni della nascita terrestre di questo Figlio.
Nascendo a Betlemme da Maria Vergine come Uomo, Dio-Verbo, accetta
il tempo. Entra nella storia. Si sottopone alla legge del fluire
umano. Chiude il passato: con lui ha fine il tempo di attesa, cioè
l’antica alleanza. Egli apre l’avvenire: la nuova alleanza della
grazia e della riconciliazione con Dio. È il nuovo “Inizio” del
tempo nuovo. Ogni nuovo anno partecipa di questo Inizio. È l’anno
del Signore. Benvenuto anno 1979! Dall’inizio stesso sei misura
del tempo nuovo, iscritta nel mistero della nascita di Dio!
2. In questo primo giorno dell’anno nuovo
tutta la Chiesa prega per la pace. Fu il grande Pontefice Paolo VI a
fare del problema della pace il tema della preghiera del Capodanno
per la Chiesa intera. Oggi, seguendo la sua nobile iniziativa,
riprendiamo questo tema con piena convinzione, fervore e umiltà.
Infatti, in questo giorno che apre l’anno nuovo, non è possibile
formulare augurio più fondamentale proprio di questo augurio di
pace. “Liberaci
dal male”! Recitando queste parole della preghiera di
Cristo è ben difficile dar loro diverso contenuto da quello che si
oppone alla pace, che la distrugge, che la minaccia. Preghiamo
dunque: Liberaci dalla guerra, dall’odio, dalla distruzione delle
vite umane! Non permettere che uccidiamo! Non permettere che siano
usati quei mezzi che sono al servizio della morte e della
distruzione e la cui potenza, il cui raggio di azione e di
precisione oltrepassano i limiti finora conosciuti. Non
permettere che siano mai usati! “Liberaci dal male”! Difendici
dalla guerra! Da qualsiasi guerra. Padre, che sei nei cieli, Padre
della vita e datore della pace. Ti supplica il Papa, figlio di una
Nazione che, durante la storia, e particolarmente nel nostro secolo,
è stata fra le più provate dall’orrore, dalla crudeltà, dal
cataclisma della guerra. Ti
supplica per tutti i popoli del mondo, per tutti i paesi e per tutti
i continenti. Ti supplica in nome di Cristo, Principe della
pace.
Come sono significative le parole di Gesù
Cristo, che ogni giorno ricordiamo nella liturgia eucaristica: “Vi
lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la
do a voi” (Gv 14,27).
È questa dimensione di pace, la dimensione più
profonda, che solo Cristo può dare all’uomo. È la pienezza della
pace, radicata nella riconciliazione con Dio stesso. La pace
interiore in cui compartecipano i fratelli mediante la comunione
spirituale. Questa pace, prima di tutto, noi imploriamo. Ma,
consapevoli che “il mondo” da solo – il mondo dopo il peccato
originale, il mondo nel peccato – non può darci questa pace, la
imploriamo allo stesso tempo per il mondo. Per l’uomo nel mondo.
Per tutti gli uomini, per tutte le Nazioni, di lingua, cultura e
razze diverse. Per
tutti i continenti. La pace è la prima condizione del vero
progresso. La pace è indispensabile, affinché gli uomini e i
popoli vivano nella libertà. La pace è, in pari tempo,
condizionata – come insegnano Giovanni XXIII e Paolo VI – dalla
garanzia che a tutti gli uomini e popoli sia assicurato il diritto
alla libertà, alla verità, alla giustizia e all’amore.
“La convivenza fra gli esseri umani –
insegna Giovanni XXIII – è... ordinata, feconda e rispondente
alla loro dignità di persone, quando si fonda sulla verità... Ciò
domanda che siano riconosciuti i reciproci diritti e vicendevoli
doveri. Ed è inoltre una convivenza che si attua secondo giustizia
o nell’effettivo rispetto di quei diritti e nel leale adempimento
dei rispettivi doveri; che è vivificata e integrata dall’amore,
atteggiamento d’animo che fa sentire come propri i bisogni e le
esigenze altrui, rende partecipi gli altri dei propri beni e mira a
rendere sempre più vivida la comunione nel mondo dei valori
spirituali; ed è attuata nella libertà, nel modo cioè che si
addice alla dignità di essere portati dalla loro stessa natura
razionale ad assumere le responsabilità del proprio operare”
(Giovanni XXIII, Pacem in Terris, 18; cf. Paolo VI, Populorum
Progressio, 44).
La pace dunque bisogna sempre impararla.
Bisogna, di conseguenza, educarsi alla pace, come dice il messaggio
per il primo giorno dell’anno 1979. Bisogna impararla onestamente
e sinceramente a vari livelli e nei vari ambienti, iniziando dai
bambini delle scuole elementari, fino a coloro che governano. A
quale stadio di questa universale educazione alla pace ci troviamo?
Quanto rimane ancora da fare? Quanto bisogna ancora imparare?
3. Oggi la Chiesa venera particolarmente la
Maternità di Maria. Questa è come un ultimo messaggio
dell’ottava del Natale del Signore. La nascita parla sempre della
Genitrice, di colei che dà la vita, di colei che dà l’uomo al
mondo. Il primo giorno dell’anno nuovo è la giornata della Madre.
La vediamo quindi – come in tanti quadri e
sculture – col Bambino tra le braccia, col Bambino al seno. Madre,
colei che ha generato e nutrito il Figlio di Dio. Madre di Cristo.
Non vi è immagine più conosciuta e che parli in modo più semplice
del mistero della nascita del Signore come quella della Madre con
Gesù fra le braccia. Non è forse questa immagine la sorgente della
nostra singolare fiducia? Non è proprio essa che ci permette di
vivere nella cerchia di tutti i misteri della nostra fede, e,
contemplandoli come “divini”, considerarli nello stesso tempo
così “umani”?
Ma c’è ancora un’altra immagine della
Madre con il Figlio tra le braccia. Essa si trova in questa
Basilica: è “la Pietà”: Maria con Gesù tolto dalla croce; con
Gesù che è spirato davanti ai suoi occhi, sul monte Golgota, e
dopo la morte torna fra quelle braccia, sulle quali a Betlemme fu
offerto come Salvatore del mondo.
Vorrei, quindi, oggi unire la nostra preghiera
per la pace con questa duplice immagine. Vorrei collegarla a questa
Maternità, che la Chiesa venera in modo particolare nell’ottava
del Natale del Signore.
Perciò dico: “Madre, che sai cosa significa
stringere nelle braccia il corpo morto del Figlio, di colui al quale
hai dato la vita, risparmia a tutte le madri di questa terra la
morte dei loro figli, i tormenti, la schiavitù, la distruzione
della guerra, le persecuzioni, i campi di concentramento, le
carceri! Conserva loro la gioia della nascita, del sostentamento,
dello sviluppo dell’uomo e della sua vita. Nel nome di questa
vita, nel nome della nascita del Signore, implora con noi la pace,
la giustizia nel mondo! Madre della pace, in tutta la bellezza e
maestà della tua maternità, che la Chiesa esalta e il mondo
ammira, ti preghiamo: Sii con noi in ogni momento! Fa’ che questo
nuovo anno sia un anno di pace, in virtù della nascita e della
morte del Tuo figlio!”.
Amen.
MENSAJE DE SU SANTIDAD JUAN PABLO II PARA LA
CELEBRACIÓN DE LA
JORNADA MUNDIAL DE LA PAZ
I de enero de 1979
« PARA LOGRAR LA PAZ, EDUCAR A LA PAZ »
A todos vosotros que deseáis la paz:
La gran causa de la paz entre los pueblos tiene
necesidad de todas las energías de paz latentes en el corazón del
hombre. A suscitarlas y cultivarlas - a educarlas - ha querido mi
predecesor Pablo VI, poco antes de su muerte, que fuese consagrada
la Jornada mundial 1979, que lleva por lema:
« PARA LOGRAR LA PAZ, EDUCAR A LA PAZ »
A lo largo de todo su pontificado, Pablo VI ha
recorrido con vosotros los difíciles caminos de la paz. Compartía
vuestras angustias cuando la paz estaba en peligro. Sufría con
aquellos que padecían el azote de la guerra. Alentaba todos los
esfuerzos encaminados a restaurar la paz. Mantenía siempre la
esperanza, con una indomable energía.
Convencido de que la paz es tarea de todos, había
lanzado en 1967 la idea de una Jornada Mundial de la Paz, deseando
que todos vosotros la hiciérais iniciativa propia. Desde entonces,
cada año su Mensaje ofrecía a los responsables de las naciones y
de las organizaciones internacionales la oportunidad de renovar y
expresar públicamente lo que legitima su autoridad : hacer
progresar y cohabitar en la paz a hombres libres, justos y
fraternos. Las comunidades más heterogéneas se encontraban para
celebrar el bien inestimable de la paz y corroborar su voluntad de
defenderla y servirla.
Yo recojo de manos de mi venerado predecesor el
bastón de peregrino de la paz. Camino a vuestro lado con el
Evangelio de la paz. «Bienaventurados los que trabajan por la paz».
Al comienzo del año 1979, os invito a celebrar la Jornada Mundial,
colocándola —de acuerdo con el deseo de Pablo VI— bajo el signo
de la educación a la paz.
I. UNA DURA TAREA
Una aspiración incoercible
Conseguir la paz: he ahí el resumen y la
coronación de todas nuestras aspiraciones. La paz —tal es nuestro
convencimiento— es plenitud y es alegría. Para hacerla real entre
los países, se multiplican los intentos a través de intercambios
bilaterales o multilaterales, conferencias internacionales; algunos
toman personalmente iniciativas valientes, con el fin de establecer
la paz o de hacer desaparecer la amenaza de una nueva guerra.
Una confianza quebrantada
Pero al mismo tiempo, se observa que tanto las personas como los grupos
no acaban de arreglar sus conflictos secretos o públicos. ¿Será
pues la paz un ideal fuera de nuestro alcance? El espectáculo
cotidiano de las guerras, de las tensiones, de las divisiones
siembra la duda y el desaliento. Focos de discordia y de odio
parecen incluso atizados artificialmente por algunos que no pagan
las consecuencias. Y con demasiada frecuencia los gestos de paz son
irrisoriamente incapaces de cambiar el curso de las cosas,
cuando no son arrastrados y al final utilizados por la lógica
dominante de la explotación y de la violencia.
En unas partes, la timidez y la dificultad de
las reformas necesarias envenenan las relaciones entre grupos
humanos, unidos sin embargo por una larga o ejemplar historia común;
nuevas ambiciones de poder inclinan a recurrir a la coacción del número
o a la fuerza brutal para aclarar la situación, bajo la mirada
impotente, muchas veces interesada y cómplice, de otros países próximos
o lejanos; tanto los más fuertes como los más débiles ya no
depositan su confianza en los pacientes procedimientos de la paz.
En otras partes, el temor de una paz mal
asegurada, los imperativos militares y políticos, los intereses
económicos y comerciales llevan consigo la constitución de
arsenales o la venta de armas de una capacidad alarmante de
destrucción: la carrera de armamentos prevalece entonces sobre las
grandes tareas pacíficas que deberían unir a los pueblos en una
nueva solidaridad, alimenta conflictos esporádicos, pero
sangrientos, y acumula las más graves amenazas. Es verdad: a
primera vista, la causa de la paz tiene ante sí un obstáculo
desesperante.
De palabras de paz...
Sin embargo, en casi todos los discursos públicos,
a nivel de naciones o de organismos internacionales, rara vez se ha
hablado tanto de paz, de distensión, de entendimiento, de
soluciones razonables de los conflictos, de acuerdo con la justicia.
La paz se ha convertido en el lema que tranquiliza o quiere seducir.
Esto, en cierto sentido es un hecho positivo: la opinión pública
de las naciones no aguantaría ya que se haga la apología de la
guerra ni tampoco que se corra el riesgo de una guerra ofensiva.
...a convicciones de paz
Pero para poner de manifiesto el desafío que
se impone a toda la humanidad, frente a la dura tarea de la paz,
hace falta algo más que palabras, sinceras o demagógicas. Sobre
todo es necesario que penetre el verdadero espíritu de la paz a
nivel de hombres políticos, de medios o de centros de los que
dependen más o menos directamente, más o menos secretamente, los
pasos decisivos hacia la paz o al contrario la prolongación de las
guerras o de las situaciones de violencia. Es necesario, como mínimo,
apoyarse sobre principios elementales pero seguros, como son los
siguientes: las cosas de los hombres deben ser tratadas con
humanidad, y no por la violencia. Las tensiones, los contenciosos y
los conflictos deben ser arreglados por negociaciones razonables y
no por la fuerza. Las oposiciones ideológicas deben confrontarse en
un clima de diálogo y de libre discusión. Los intereses legítimos
de grupos determinados deben tener también en cuenta los intereses
legítimos de los otros grupos afectados y las exigencias del bien
común superior. El recurso a las armas no debería ser considerado
como el instrumento adecuado para solucionar los conflictos. Los
derechos humanos imprescriptibles deben ser salvaguardados en toda
circunstancia. No está permitido matar para imponer una solución.
Estos principios humanitarios los puede
encontrar todo hombre de buena voluntad en su propia conciencia.
Corresponden a la voluntad de Dios sobre los hombres. Para que se
conviertan en convicciones, tanto para los poderosos como para los débiles,
e impregnen toda su actividad, hay que devolverles toda su fuerza.
Es necesaria una educación paciente y prolongada a todos los
niveles.
II. LA EDUCACIÓN A LA PAZ
1. LLENAR NUESTRAS MIRADAS CON HORIZONTES DE
PAZ
Para vencer este sentimiento espontáneo de
impotencia, la tarea y el primer beneficio de una educación digna
de este nombre es mirar más allá de las tristes evidencias
inmediatas, o más bien, aprender a reconocer, en el meollo mismo de
los estallidos de la violencia que mata, el camino discreto de la
paz que jamás renuncia, que incansablemente cura la heridas, que
mantiene y hace progresar la vida. La marcha hacia la paz aparecerá
entonces posible y deseable, fuerte y ya victoriosa.
Un repaso a la historia
Aprendamos primero a repasar la historia de los
pueblos y de la humanidad según esquemas más verdaderos que los de
la concatenación de las guerras y de las revoluciones. Ciertamente,
el ruido de las batallas domina la historia. Pero son las treguas de
la violencia las que han consentido realizar esas obras culturales
duraderas de las que se honra la humanidad. Además, si es que se
puede encontrar en las guerras y en las mismas revoluciones unos
factores de vida y progreso, ellos provienen de aspiraciones de
orden distinto al de la violencia: son aspiraciones de naturaleza
espiritual, tales como la voluntad de ver reconocida una dignidad
común a toda la humanidad, de salvar el espíritu y la libertad de
un pueblo. Donde existían estas aspiraciones, actuaban como un
regulador en el seno mismo de los conflictos, impedían rupturas
irremediables, mantenían una esperanza y preparaban una nueva
oportunidad para la paz. Donde faltaban tales aspiraciones o se
alteraban en la exaltación de la violencia, dejaban el campo
abierto a la lógica de la destrucción que ha llevado a regresiones
económicas y culturales duraderas y a la muerte de civilizaciones
enteras. Responsables de los pueblos, sabed educaros a vosotros
mismos en el amor de la paz, discerniendo y haciendo brillar en las
grandes páginas de la historia nacional el ejemplo de vuestros
predecesores cuya gloria ha sido hacer germinar unos frutos de paz.
«Dichosos los que trabajan por la paz ...».
La estima de las grandes tareas pacificadoras
de hoy
Hoy vosotros contribuiréis a la educación en
la paz dando el mayor relieve posible a las grandes tareas
pacificadoras que se imponen a la familia humana. A través de
vuestros esfuerzos para llegar a una gestión razonable y solidaria
del propio ambiente y del patrimonio común de la humanidad, a la
erradicación de la miseria que abruma a millones de hombres, a la
consolidación de instituciones susceptibles de expresar y agrandar
la unidad de la familia humana a nivel regional y mundial, los
hombres descubrirán la llamada fascinante de la paz que es
reconciliación entre sí y reconciliación con su universo natural.
Exhortando, contra todas las demagogias ambientales, a la búsqueda
de modos de vida más simples, menos expuestos a la tiranía de los
instintos de posesión, de consumo y de dominio, y más acogedores
de los ritmos profundos de la creatividad personal y de la amistad,
abriréis para vosotros mismos y para todos un espacio inmenso a las
posibilidades insospechadas de la paz.
La irradiación de múltiples ejemplos de paz
Inhibe tanto al individuo el sentimiento de que
resulten vanos sus modestos esfuerzos en favor de la paz, en el límite
restringido de las responsabilidades de cada uno, debido a los
grandes debates políticos mundiales prisioneros de una lógica de
simples medidas de fuerzas y de recurso a los armamentos, como lo
libera el espectáculo de las instancias internacionales convencidas
de las posibilidades de la paz, y empeñadas de manera apasionada en
la construcción de la paz. La educación para la paz puede entonces
beneficiar también de un interés renovado por los ejemplos
cotidianos de sencillos artífices de paz a todos los niveles: son
individuos y hogares que, por el dominio de sus pasiones, por la
aceptación y el respeto mutuos, conquistan su propia paz interior y
la difunden; son pueblos, a menudo pobres y probados, cuya sabiduría
milenaria se ha forjado alrededor del bien supremo de la paz, que
han sabido resistir frecuentemente a las seducciones engañosas de
progresos rápidos conseguidos por la violencia, convencidos de que
tales beneficios llevarían los gérmenes envenenados de nuevos
conflictos.
Sí, sin ignorar el drama de las violencias,
llenemos nuestras miradas y la de las jóvenes generaciones con
estos objetivos de paz: son éstos los que ejercerán una atracción
decisiva. Sobre todo, harán surgir la aspiración a la paz que es
un constitutivo del hombre. Estas energías nuevas harán inventar
un nuevo lenguaje de paz y nuevos gestos de paz.
2. HABLAR UN LENGUAJE DE PAZ
El lenguaje es para expresar los sentimientos
del corazón y para unir. Pero cuando es prisionero de esquemas
prefabricados, arrastra a su vez al corazón hacia sus propias
pendientes. Hay que actuar, pues, sobre el lenguaje para actuar
sobre el corazón e impedir las trampas del lenguaje.
Es fácil constatar hasta qué punto la ironía
acerba y la dureza en los juicios, en la crítica de los demás y
sobre todo del «extranjero», la contestación y la reivindicación
sistemáticas invaden las comunicaciones orales y ahogan tanto la
caridad social cuanto la misma justicia. A fuerza de expresarlo todo
en términos de relaciones de fuerza, de lucha de grupos y de
clases, de amigos y de enemigos, se ha creado el terreno propicio a
las barreras sociales, al menosprecio, es decir, al odio y al
terrorismo y su apología disimulada o abierta. De un corazón
conquistado por el valor superior de la paz brotan al contrario el
deseo de escuchar y de comprender, el respeto al otro, la dulzura
que es fuerza verdadera y la confianza. Este lenguaje sitúa en el
camino de la objetividad, de la verdad, de la paz. Grande es en este
punto la función educativa de los medios de comunicación social. Y
es también muy influyente la manera de expresarse en los
intercambios y en los debates con ocasión de confrontaciones políticas,
nacionales e internacionales. Responsables de las naciones y
responsables de las organizaciones internacionales, sabed encontrar
un lenguaje nuevo, un lenguaje de paz: éste abre por sí mismo un
nuevo espacio a la paz.
3. HACER GESTOS DE PAZ
Lo que suscita unos horizontes de paz, lo que
sirve a un lenguaje de paz, debe expresarse en unos gestos de paz.
En su ausencia, la convicciones nacientes se evaporan y el lenguaje
de paz se convierte en una retórica rápidamente desacreditada. Muy
numerosos pueden ser los artífices de paz si toman conciencia de
sus posibilidades y de sus responsabilidades. La práctica de la paz
arrastra a la paz. Ella enseña a los que buscan el tesoro de la paz
que este tesoro se descubre y se ofrece a quienes realizan
modestamente, día tras día, todas las acciones de paz de que son
capaces.
Padres, educadores y jóvenes
Padres y educadores, ayudad a los niños y a
los jóvenes a hacer la experiencia de la paz en las mil acciones
diarias que están a su alcance, en familia, en la escuela, en el
juego, la camaradería, el trabajo en equipo, la competición
deportiva, las múltiples conciliaciones y reconciliaciones
necesarias. El Año internacional del Niño, que las Naciones Unidas
han proclamado para 1979, debería atraer la atención de todos
sobre la aportación original de los niños a la paz.
Jóvenes, sed constructores de paz. Vosotros
sois artífices con pleno derecho de esta gran obra común. Resistid
a las facilidades que os adormecen en la triste mediocridad, y a las
violencias estériles con que quieren utilizaros algunas veces unos
adultos que no están en paz consigo mismos. Seguid los caminos que
os marca vuestro sentido de la generosidad, de la alegría de vivir,
del compartir. Vosotros deseáis invertir vuestras energías nuevas
—que escapan a las discriminaciones apriorísticas— en unos
encuentros fraternales por encima de fronteras, en el aprendizaje de
lenguas extranjeras que faciliten la comunicación, en el servicio
desinteresado a los países más necesitados. Vosotros sois las
primeras víctimas de la guerra que destroza vuestro ímpetu.
Vostros sois la promesa de la paz.
Compañeros sociales
Compañeros de la vida profesional y social, la
paz os resulta a menudo difícil de conseguir. No hay paz sin
justicia y sin libertad, sin un compromiso valiente para promover
una y otra. La fortaleza que hay que poner en práctica debe ser
paciente, sin resignación ni renuncia, firme sin provocación,
prudente para preparar activamente los progresos deseables sin
disipar las energías en llamaradas de indignación violenta
prontamente extinguidas. Contra las injusticias y las opresiones, la
paz está llamada a abrirse un camino en la adopción de una acción
decidida. Pero esta acción debe llevar ya la marca del objetivo al
que tiende, a saber, una mejor aceptación mutua de las personas y
de los grupos. Encontrará una regulación en la voluntad de paz que
proviene de lo más profundo del hombre, en las aspiraciones y en la
legislación de los pueblos: Es esta capacidad de paz, cultivada,
disciplinada, la que da lucidez en orden a dar a las tensiones y a
los mismos conflictos las treguas necesarias para desarrollar su lógica
fecunda y constructiva. Lo que ocurre en la vida social interna de
los países tiene una repercusión considerable —en lo bueno y en
lo malo— sobre la paz entre las naciones.
Hombres políticos
Pero, hay que insistir en ello de nuevo, estos
múltiples gestos de paz corren el riesgo de ser desalentados y en
parte aniquilados por una política internacional que no hallara la
misma dinámica de paz. Hombres políticos, responsables de los
pueblos y de las organizaciones internacionales, yo os manifiesto mi
estima sincera y doy mi total apoyo a vuestros esfuerzos muchas
veces agotadores por mantener o restablecer la paz. Es más,
consciente de que va en ello la felicidad e incluso la supervivencia
de la humanidad, y persuadido de la gran responsabilidad que me
incumbe de hacer eco a la llamada capital de Cristo: «Dichosos los
que trabajan por la paz», me atrevo a alentaros a que vayais más
lejos. Abrid nuevas puertas a la paz. Haced todo lo que está en
vuestras manos para hacer prevalecer la vía del diálogo sobre la
de la fuerza. Que esto tenga aplicación en primer lugar en el plano
interior: ¿cómo pueden los pueblos promover de verdad la paz
internacional, si son ellos mismos prisioneros de ideologías según
las cuales la justicia y la paz no se obtienen más que reduciendo a
la impotencia a aquellos que, ya de antemano, son considerados
indignos de ser artífices de la propia suerte o cooperadores válidos
del bien común? En las negociaciones con los adversarios, estad
persuadidos de que el honor y la eficiencia no se miden por el grado
de inflexibilidad en la defensa de los intereses, sino por la
capacidad de respeto, de verdad, de benevolencia y de fraternidad
para con los colegas, en una palabra, por su humanidad. Llevad a
cabo gestos de paz, incluso audaces, que rompan con los
encadenamientos fatales y con el peso de las pasiones heredadas de
la historia; tejed después pacientemente la trama política, económica
y cultural de la paz. Cread —la hora es propicia y el tiempo
urge— zonas cada vez más amplias de desarme. Tened la valentía
de examinar nuevamente y en profundidad la turbadora cuestión del
comercio de las armas. Sabed detectar a tiempo y regular con
serenidad los conflictos latentes, antes de que despierten las
pasiones. Proporcionad marcos institucionales apropiados a las
solidaridades regionales y mundiales. Renunciad a utilizar, al
servicio de conflictos de interés, los legítimos valores, es
decir, espirituales que se degradan si se los instrumentaliza. Velad
para que la legítima pasión comunicativa de las ideas se ejerza
por la vía de la persuasión y no bajo la presión de las amenazas
y de las armas.
Poniendo en práctica gestos resueltos de paz,
liberaréis las verdaderas aspiraciones de los pueblos y encontraréis
en ellas aliados poderosos para trabajar por el desarrollo pacífico
de todos. Os educaréis vosotros mismos a la paz, despertaréis en
vosotros convicciones firmes y una nueva capacidad de iniciativa al
servicio de la gran causa de la paz.
III. LA CONTRIBUCIÓN ESPECÍFICA DE LOS
CRISTIANOS
La importancia de la fe
Toda esta educación a la paz entre los
pueblos, en su propio país, en su ambiente, en sí mismo se ofrece
a todos los hombres de buena voluntad, como recuerda la encíclica
Pacem in terris del Papa Juan XXIII. En grados diversos, está a su
alcance. Y como «la paz en la tierra ... no puede fundarse ni
afirmarse más que en el respeto absoluto del orden establecido por
Dios» (Encíclica citada, AAS 55, 1963, p. 257), los creyentes
tienen en su religión las luces, los reclamos, las fuerzas, para
trabajar por la educación en la paz. El verdadero sentimiento
religioso no puede menos de promover la verdadera paz. Los poderes públicos,
al reconocer como se debe la libertad religiosa, favorecen la
expansión del espíritu de paz, en lo más profundo de los
corazones y en las instituciones educativas promovidas por los
creyentes. Los cristianos, por su parte, están especia:lmente
educados por Cristo y entrenados por él para ser artífices de paz:
«Dichosos los que trabajan por la paz, porque serán llamados hijos
de Dios» (Mt. 5, 9; cfr. Lc. 10, 5 etc.). A1 final de este Mensaje,
se comprenderá que llamo particularmente la atención de los hijos
de la Iglesia, con el fin de estimular su contribución a la paz y a
situarla en el gran Designio de Paz, revelado por Dios en
Jesucristo. La aportación específica de los cristianos y de la
Iglesia en la obra común será tanto más segura, cuanto más se
nutra en sus propias fuentes, en su esperanza propia.
La visión cristiana de la Paz
Queridos Hermanos y Hermanas en Cristo: la
aspiración a la paz que vosotros compartís con todos los hombres
corresponde a una llamada inicial de Dios a formar una sola familia
de hermanos, creados a imagen del mismo Padre. La revelación
insiste sobre nuestra libertad y nuestra solidaridad. Las
dificultades que encontramos en la marcha hacia la paz están
ligadas en parte a nuestra debilidad de creaturas, cuyos pasos son
necesariamente lentos y progresivos; estas dificultades se agravan a
causa de nuestros egoísmos, nuestros pecados de toda índole, a
consecuencia del pecado de origen que ha marcado una ruptura con
Dios, produciendo una ruptura entre hermanos. La imagen de la Torre
de Babel describe bien la situación. Pero nosotros creemos que
Jesucristo, mediante la donación de su vida en la cruz, se ha
convertido en nuestra Paz: él ha derribado el muro de odio que
separaba a los hermanos enemistados (Efes. 2, 14). Mediante su
resurrección y entrada en la gloria del Padre, nos asocia
misteriosamente a su vida: reconciliándonos con Dios, repara las
heridas del pecado y de la división, y nos hace capaces de
inscribir en nuestras sociedades un esbozo de la unidad que él
restablece en nosotros. Los discípulos más fieles de Cristo han
sido artífices de paz, llegando hasta perdonar a sus enemigos,
hasta ofrecer muchas veces su propia vida por ellos. Su ejemplo
traza el camino a una humanidad nueva que no se contenta ya con
compromisos provisionales, sino que realiza la fraternidad más
profunda. Sabemos que nuestra marcha hacia la paz en la tierra, sin
perder su consistencia natural ni sus propias dificultades, está
englobada en el interior de otra marcha, la de la salvación, que se
termina en una plenitud eterna de paz, en una comnunión total con
Dios. Así el Reino de Dios, Reino de paz, con su propia fuente, sus
medios y su fin, penetra ya toda la actividad terrena sin diluirse
en ella. Esta visión de fe tiene un impacto profundo sobre la
actividad cotidiana de los cristianos.
El dinamismo cristiano de la paz
Ciertamente, avanzamos por los caminos de la
paz, con las debilidades y las búsquedas vacilantes de todos
nuestros compañeros de viaje. Sufrimos con ellos la trágica falta
de paz. Sentimos la urgencia de ponerle remedio con mayor resolución
aún, por el honor de Dios y por el honor del hombre. No pretendemos
hallar en la lectura del Evangelio fórmulas ya hechas para llevar a
cabo hoy tal o cual progreso en la paz. Pero todos hallamos, casi en
cada página del Evangelio y de la historia de la Iglesia, un espíritu,
el del amor fraterno, que educa poderosamente a la paz. Hallamos en
los dones del Espíritu Santo y en los Sacramentos una fuerza
alimentada en la fuente divina. Hallamos en Cristo, una esperanza.
Los fracasos no lograrán hacer vana la obra de la paz, aun cuando
los resultados inmediatos sean frágiles, aun cuando nosotros seamos
perseguidos por nuestro testimonio en favor de la paz. Cristo
Salvador asocia a su destino a todos aquellos que trabajan con amor
por la paz.
La oración por la paz
La paz es obra nuestra: exige nuestra acción
decidida y solidaria. Pero es inseparablemente y por encima de todo
un don de Dios: exige nuestra oración. Los cristianos deben estar
en primera fila entre aquellos que oran diariamente por la paz;
deben además educar a orar por la paz. Ellos procurarán orar con
María, Reina de la paz.
A todos; cristianos, creyentes y hombres de
buena voluntad os digo: no tengáis miedo de apostar por la paz, de
educar para la paz. La aspiración a la paz no quedará nunca
decepcionada. El trabajo por la paz, inspirado por la caridad que no
pasa, dará sus frutos. La paz será la última palabra de la
Historia.
Vaticano, 8 de diciembre de 1978.
JOANNES
PAULUS PP. II
SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DI MARIA SS.MA
MADRE DI DIO E NELLA XII GIORNATA MONDIALE DELLA PACE
OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II
1° gennaio 1979
1. Anno 1979. Il primo giorno del mese di
gennaio; il primo giorno dell’anno nuovo.
Entrando oggi per le porte di questa Basilica,
vorrei insieme con voi tutti, carissimi Fratelli e Sorelle, salutare
questo anno, vorrei dirgli: benvenuto!
Lo faccio nel giorno dell’ottava della
Natività.
Oggi è già l’ottavo giorno di questa grande
festa, che, secondo il ritmo della liturgia, conclude e inizia ogni
anno.
L’anno è la misura umana del tempo. Il tempo
ci parla del “trascorrere”, al quale è sottoposto tutto il
creato. L’uomo è consapevole di questo trascorrere. Egli passa
non soltanto nel tempo, ma parimenti “misura il tempo” del suo
trascorrere: tempo fatto di giorni, settimane, mesi e anni. In
questo fluire umano c’è sempre la tristezza del congedo dal
passato e, insieme, l’apertura al futuro.
Proprio questo congedo dal passato e questa
apertura al futuro sono iscritti, mediante il linguaggio e il ritmo
della liturgia della Chiesa, nella solennità del Natale del
Signore.
La nascita parla sempre di un inizio,
dell’inizio di ciò che nasce. Il Natale del Signore parla di un
singolare inizio. In primo luogo parla di quell’inizio che precede
qualsiasi tempo, del principio che è Dio stesso, senza inizio.
Durante questa ottava siamo stati nutriti ogni giorno del mistero
della perenne generazione in Dio, del mistero del figlio generato
eternamente dal Padre: “Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio
vero, generato, non creato” (Professio fidei).
In questi giorni siamo stati, poi, in modo
particolare, testimoni della nascita terrestre di questo Figlio.
Nascendo a Betlemme da Maria Vergine come Uomo, Dio-Verbo, accetta
il tempo. Entra nella storia. Si sottopone alla legge del fluire
umano. Chiude il passato: con lui ha fine il tempo di attesa, cioè
l’antica alleanza. Egli apre l’avvenire: la nuova alleanza della
grazia e della riconciliazione con Dio. È il nuovo “Inizio” del
tempo nuovo. Ogni nuovo anno partecipa di questo Inizio. È l’anno
del Signore. Benvenuto anno 1979! Dall’inizio stesso sei misura
del tempo nuovo, iscritta nel mistero della nascita di Dio!
2. In questo primo giorno dell’anno nuovo
tutta la Chiesa prega per la pace. Fu il grande Pontefice Paolo VI a
fare del problema della pace il tema della preghiera del Capodanno
per la Chiesa intera. Oggi, seguendo la sua nobile iniziativa,
riprendiamo questo tema con piena convinzione, fervore e umiltà.
Infatti, in questo giorno che apre l’anno nuovo, non è possibile
formulare augurio più fondamentale proprio di questo augurio di
pace. “Liberaci
dal male”! Recitando queste parole della preghiera di
Cristo è ben difficile dar loro diverso contenuto da quello che si
oppone alla pace, che la distrugge, che la minaccia. Preghiamo
dunque: Liberaci dalla guerra, dall’odio, dalla distruzione delle
vite umane! Non permettere che uccidiamo! Non permettere che siano
usati quei mezzi che sono al servizio della morte e della
distruzione e la cui potenza, il cui raggio di azione e di
precisione oltrepassano i limiti finora conosciuti. Non
permettere che siano mai usati! “Liberaci dal male”! Difendici
dalla guerra! Da qualsiasi guerra. Padre, che sei nei cieli, Padre
della vita e datore della pace. Ti supplica il Papa, figlio di una
Nazione che, durante la storia, e particolarmente nel nostro secolo,
è stata fra le più provate dall’orrore, dalla crudeltà, dal
cataclisma della guerra. Ti
supplica per tutti i popoli del mondo, per tutti i paesi e per tutti
i continenti. Ti supplica in nome di Cristo, Principe della
pace.
Come sono significative le parole di Gesù
Cristo, che ogni giorno ricordiamo nella liturgia eucaristica: “Vi
lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la
do a voi” (Gv 14,27).
È questa dimensione di pace, la dimensione
più profonda, che solo Cristo può dare all’uomo. È la pienezza
della pace, radicata nella riconciliazione con Dio stesso. La pace
interiore in cui compartecipano i fratelli mediante la comunione
spirituale. Questa pace, prima di tutto, noi imploriamo. Ma,
consapevoli che “il mondo” da solo – il mondo dopo il peccato
originale, il mondo nel peccato – non può darci questa pace, la
imploriamo allo stesso tempo per il mondo. Per l’uomo nel mondo.
Per tutti gli uomini, per tutte le Nazioni, di lingua, cultura e
razze diverse. Per
tutti i continenti. La pace è la prima condizione del vero
progresso. La pace è indispensabile, affinché gli uomini e i
popoli vivano nella libertà. La pace è, in pari tempo,
condizionata – come insegnano Giovanni XXIII e Paolo VI – dalla
garanzia che a tutti gli uomini e popoli sia assicurato il diritto
alla libertà, alla verità, alla giustizia e all’amore.
“La convivenza fra gli esseri umani –
insegna Giovanni XXIII – è... ordinata, feconda e rispondente
alla loro dignità di persone, quando si fonda sulla verità... Ciò
domanda che siano riconosciuti i reciproci diritti e vicendevoli
doveri. Ed è inoltre una convivenza che si attua secondo giustizia
o nell’effettivo rispetto di quei diritti e nel leale adempimento
dei rispettivi doveri; che è vivificata e integrata dall’amore,
atteggiamento d’animo che fa sentire come propri i bisogni e le
esigenze altrui, rende partecipi gli altri dei propri beni e mira a
rendere sempre più vivida la comunione nel mondo dei valori
spirituali; ed è attuata nella libertà, nel modo cioè che si
addice alla dignità di essere portati dalla loro stessa natura
razionale ad assumere le responsabilità del proprio operare”
(Giovanni XXIII, Pacem in Terris, 18; cf. Paolo VI, Populorum
Progressio, 44).
La pace dunque bisogna sempre impararla.
Bisogna, di conseguenza, educarsi alla pace, come dice il messaggio
per il primo giorno dell’anno 1979. Bisogna impararla onestamente
e sinceramente a vari livelli e nei vari ambienti, iniziando dai
bambini delle scuole elementari, fino a coloro che governano. A
quale stadio di questa universale educazione alla pace ci troviamo?
Quanto rimane ancora da fare? Quanto bisogna ancora imparare?
3. Oggi la Chiesa venera particolarmente la
Maternità di Maria. Questa è come un ultimo messaggio
dell’ottava del Natale del Signore. La nascita parla sempre della
Genitrice, di colei che dà la vita, di colei che dà l’uomo al
mondo. Il primo giorno dell’anno nuovo è la giornata della Madre.
La vediamo quindi – come in tanti quadri e
sculture – col Bambino tra le braccia, col Bambino al seno. Madre,
colei che ha generato e nutrito il Figlio di Dio. Madre di Cristo.
Non vi è immagine più conosciuta e che parli in modo più semplice
del mistero della nascita del Signore come quella della Madre con
Gesù fra le braccia. Non è forse questa immagine la sorgente della
nostra singolare fiducia? Non è proprio essa che ci permette di
vivere nella cerchia di tutti i misteri della nostra fede, e,
contemplandoli come “divini”, considerarli nello stesso tempo
così “umani”?
Ma c’è ancora un’altra immagine della
Madre con il Figlio tra le braccia. Essa si trova in questa
Basilica: è “la Pietà”: Maria con Gesù tolto dalla croce; con
Gesù che è spirato davanti ai suoi occhi, sul monte Golgota, e
dopo la morte torna fra quelle braccia, sulle quali a Betlemme fu
offerto come Salvatore del mondo.
Vorrei, quindi, oggi unire la nostra preghiera
per la pace con questa duplice immagine. Vorrei collegarla a questa
Maternità, che la Chiesa venera in modo particolare nell’ottava
del Natale del Signore.
Perciò dico: “Madre, che sai cosa significa
stringere nelle braccia il corpo morto del Figlio, di colui al quale
hai dato la vita, risparmia a tutte le madri di questa terra la
morte dei loro figli, i tormenti, la schiavitù, la distruzione
della guerra, le persecuzioni, i campi di concentramento, le
carceri! Conserva loro la gioia della nascita, del sostentamento,
dello sviluppo dell’uomo e della sua vita. Nel nome di questa
vita, nel nome della nascita del Signore, implora con noi la pace,
la giustizia nel mondo! Madre della pace, in tutta la bellezza e
maestà della tua maternità, che la Chiesa esalta e il mondo
ammira, ti preghiamo: Sii con noi in ogni momento! Fa’ che questo
nuovo anno sia un anno di pace, in virtù della nascita e della
morte del Tuo figlio!”.
Amen.
GIOVANNI PAOLO II
ANGELUS
1° gennaio 1979
All’inizio di un nuovo anno, con quale altra
parola potrei rivolgermi a voi, carissimi, che non sia una parola
d’augurio? “Buon anno”, dunque a voi, miei fratelli e sorelle!
A voi che siete venuti in questa piazza per testimoniare con la
vostra presenza l’affetto che nutrite per il Papa, e “buon
anno” a tutti coloro che sono qui presenti con lo spirito. Il Papa
vorrebbe poter varcare le soglie di tutte le case, specialmente di
quelle dove la povertà, la malattia e la solitudine fanno sentire
il loro peso – non esclusi gli ospedali e le carceri – e portare
ovunque una parola di conforto, di incoraggiamento, di speranza.
“Buon anno” a tutti, nella luce che
s’irradia dal volto dolcissimo della Vergine Maria, che la
Liturgia ci invita, oggi, a venerare nel mistero della sua
Maternità divina. “Concepit de Spiritu Sancto”, concepì per
opera dello Spirito Santo, diremo tra poco nell’Angelus, e la
nostra mente sarà invitata a riflettere sul momento decisivo
dell’incarnazione del Verbo di Dio. Quel momento solenne, anche se
tanto umile e nascosto, ci pone in atteggiamento di pensosa
ammirazione e di istintivo rispetto di fronte al momento iniziale
dell’esistenza terrena di ogni essere umano.
Nel primo giorno di questo nuovo anno, io
voglio rivolgere uno speciale saluto a tutti coloro che nasceranno
nel corso dei prossimi mesi, a quanti riceveranno il dono della vita
nell’anno del Signore 1979. Possano essi trovare il calore
affettuoso di cuori che li attendono e che sanno gioire per il
prodigio meraviglioso di una nuova vita.
Oggi si celebra la Giornata mondiale della
pace.
È un tema, questo della pace, che se sta a
cuore ad ogni essere umano responsabile e generoso, suscita una
particolare vivissima sollecitudine nell’animo del Papa, il quale
sa di essere posto da Cristo come pastore dell’umanità intera. A
questo proposito, oggi voglio raccomandare alla vostra preghiera due
situazioni delicate, per le quali la Santa Sede ha ritenuto suo
dovere avviare specifiche iniziative: intendo alludere alla
tormentata vicenda del Libano, in cui tanto sangue, troppo sangue,
è già stato versato, e alla più recente controversia insorta tra
Argentina e Cile circa le Isole del Canale di Beagle. Le missioni
inviate dalla Santa Sede hanno avuto, tanto in un caso quanto
nell’altro, una cordiale accoglienza sia da parte delle autorità
che da parte della popolazione. È necessario ora che la preghiera
di tutti ottenga da Dio copiosi doni di lungimiranza, di equilibrio,
di coraggio, perché le strade della pace possano essere percorse e
la meta di una soluzione equa e onorevole possa essere quanto prima
raggiunta.
In questo giorno, poi – giorno che dovrebbe
essere di gioia per tutti –, il mio pensiero va alle vittime dei
sequestri, che ancora sono trattenute con ingiusta violenza lontane
dalle loro famiglie. Mi rattrista in particolare la situazione di
chi, essendo in giovane età, è maggiormente esposto ai traumi
psicologici di una simile drammatica esperienza. Per loro, tutti
noi, qui riuniti, eleviamo a Dio la nostra preghiera, confidando che
la caratteristica atmosfera, di cui sono soffusi questi giorni,
valga a risvegliare nei cuori dei loro oppressori sentimenti di
doverosa resipiscenza e di rinnovata umanità.
Preghiamo, fratelli e sorelle.
EXHORTACIÓN APOSTÓLICA CATECHESI TRADENDA DE
SU SANTIDAD
JUAN PABLO II AL EPISCOPADO AL CLERO Y A LOS
FIELES DE TODA LA IGLESIA
SOBRE LA CATEQUESIS EN NUESTRO TIEMPO
INTRODUCCIÓN
La última consigna de Cristo
1. LA CATEQUESIS ha sido siempre considerada
por la Iglesia como una de sus tareas primordiales, ya que Cristo
resucitado, antes de volver al Padre, dio a los Apóstoles esta
última consigna: hacer discípulos a todas las gentes,
enseñándoles a observar todo lo que Él había mandado.(1) Él les
confiaba de este modo la misión y el poder de anunciar a los
hombres lo que ellos mismos habían oído, visto con sus ojos,
contemplado y palpado con sus manos, acerca del Verbo de vida.(2) Al
mismo tiempo les confiaba la misión y el poder de explicar con
autoridad lo que Él les había enseñado, sus palabras y sus actos,
sus signos y sus mandamientos. Y les daba el Espíritu para cumplir
esta misión.
Muy pronto se llamó catequesis al conjunto de
esfuerzos realizados por la Iglesia para hacer discípulos, para
ayudar a los hombres a creer que Jesús es el Hijo de Dios, a fin de
que, mediante la fe, ellos tengan la vida en su nombre,(3) para
educarlos e instruirlos en esta vida y construir así el Cuerpo de
Cristo. La Iglesia no ha dejado de dedicar sus energías a esa
tarea.
Solicitud del Papa Pablo VI
2. Los últimos Papas le han reservado un
puesto de relieve en su solicitud pastoral. Mi venerado Predecesor
Pablo VI sirvió a la catequesis de la Iglesia de manera
especialmente ejemplar con sus gestos, su predicación, su
interpretación autorizada del Concilio Vaticano II —que él
consideraba como la gran catequesis de los tiempos modernos— con
su vida entera. Él aprobó, el 18 de marzo de 1971, el «Directorio
general de la catequesis», preparado por la S. Congregación para
el Clero, un Directorio que queda como un documento básico para
orientar y estimular la renovación catequética en toda la Iglesia.
Él instituyó la Comisión internacional de Catequesis, en el año
1975. Él definió magistralmente el papel y el significado de la
catequesis en la vida y en la misión de la Iglesia, cuando se
dirigió a los participantes en el Primer Congreso Internacional de
Catequesis, el 25 de septiembre de 1971,(4) y se detuvo
explícitamente sobre este tema en la Exhortación Apostólica
Evangelii nuntiandi.(5) Él quiso que la catequesis, especialmente
la que se dirige a los niños y a los jóvenes, fuese el tema de la
IV Asamblea general del Sínodo de los Obispos,(6) celebrada durante
el mes de octubre de 1977, en la que yo mismo tuve el gozo de
participar.
Un Sínodo fructuoso
3. Al concluir el Sínodo, los Padres
entregaron al Papa una documentación muy rica, que comprendía las
diversas intervenciones tenidas durante la Asamblea, las
conclusiones de los grupos de trabajo, el Mensaje que con su
consentimiento habían dirigido al pueblo de Dios,(7) y sobre todo
la serie imponente de « Proposiciones» en las que ellos expresaban
su parecer acerca de muchos aspectos de la catequesis en el momento
actual.
Este Sínodo ha trabajado en una atmósfera
excepcional de acción de gracias y de esperanza. Ha visto en la
renovación catequética un don precioso del Espíritu Santo a la
Iglesia de hoy, un don al que por doquier las comunidades
cristianas, a todos los niveles, responden con una generosidad y
entrega creadora que suscitan admiración. El necesario
discernimiento podía así realizarse partiendo de una base viva y
podía contar en el pueblo de Dios con una gran disponibilidad a la
gracia del Señor y a las directrices del Magisterio.
Sentido de esta Exhortación
4. En este mismo clima de fe y esperanza os
dirijo hoy, Venerables Hermanos, amados hijos e hijas, esta
Exhortación Apostólica. En un tema tan amplio, ella no tratará
sino de algunos aspectos más actuales y decisivos, para corroborar
los frutos del Sínodo. Ella vuelve a tomar en consideración,
sustancialmente, las reflexiones que el Papa Pablo VI había
preparado, utilizando ampliamente los documentos dejados por el
Sínodo. El Papa Juan Pablo I —cuyo celo y cualidades de
catequista tanto asombro nos han causado— las había recogido y se
disponía a publicarlas en el momento en que inesperadamente fue
llamado por Dios. A todos nosotros él nos ha dado el ejemplo de una
catequesis fundada en lo esencial y a la vez popular, hecha de
gestos y palabras sencillas, capaces de llegar a los corazones. Yo
asumo pues la herencia de estos dos Pontífices, para responder a la
petición de los Obispos, formulada expresamente al final de la IV
Asamblea general del Sínodo y acogida por el Papa Pablo VI en su
discurso de clausura.(8) Lo hago también para cumplir uno de los
deberes principales de mi oficio apostólico. La catequesis ha sido
siempre una preocupación central en mi ministerio de sacerdote y de
obispo.
Deseo ardientemente que esta Exhortación
Apostólica, dirigida a toda la Iglesia, refuerce la solidez de la
fe y de la vida cristiana, dé un nuevo vigor a las iniciativas
emprendidas, estimule la creatividad —con la vigilancia debida—
y contribuya a difundir en la comunidad cristiana la alegría de
llevar al mundo el misterio de Cristo.
I
TENEMOS UN SOLO MAESTRO: JESUCRISTO
En comunión con la persona de Cristo
5. La IV Asamblea general del Sínodo de los
Obispos ha insistido mucho en el cristocentrismo de toda catequesis
auténtica. Podemos señalar aquí los dos significados de la
palabra que ni se oponen ni se excluyen, sino que más bien se
relacionan y se complementan.
Hay que subrayar, en primer lugar, que en el
centro de la catequesis encontramos esencialmente una Persona, la de
Jesús de Nazaret, «Unigénito del Padre, lleno de gracia y de
verdad»,(9) que ha sufrido y ha muerto por nosotros y que ahora,
resucitado, vive para siempre con nosotros. Jesús es «el Camino,
la Verdad y la Vida»,(10) y la vida cristiana consiste en seguir a
Cristo, en la «sequela Christi».
El objeto esencial y primordial de la
catequesis es, empleando una expresión muy familiar a San Pablo y a
la teología contemporánea, «el Misterio de Cristo». Catequizar
es, en cierto modo, llevar a uno a escrutar ese Misterio en toda su
dimensión: «Iluminar a todos acerca de la dispensación del
misterio... comprender, en unión con todos los santos, cuál es la
anchura, la largura, la altura y la profundidad y conocer la caridad
de Cristo, que supera toda ciencia, para que seais llenos de toda la
plenitud de Dios».(11) Se trata por lo tanto de descubrir en la
Persona de Cristo el designio eterno de Dios que se realiza en Él.
Se trata de procurar comprender el significado de los gestos y de
las palabras de Cristo, los signos realizados por Él mismo, pues
ellos encierran y manifiestan a la vez su Misterio. En este sentido,
el fin definitivo de la catequesis es poner a uno no sólo en
contacto sino en comunión, en intimidad con Jesucristo: sólo Él
puede conducirnos al amor del Padre en el Espíritu y hacernos
partícipes de la vida de la Santísima Trinidad.
Transmitir la doctrina de Cristo
6. En la catequesis, el cristocentrismo
significa también que, a través de ella se transmite no la propia
doctrina o la de otro maestro, sino la enseñanza de Jesucristo, la
Verdad que Él comunica o, más exactamente, la Verdad que Él
es.(12) Así pues hay que decir que en la catequesis lo que se
enseña es a Cristo, el Verbo encarnado e Hijo de Dios y todo lo
demás en referencia a Él; el único que enseña es Cristo, y
cualquier otro lo hace en la medida en que es portavoz suyo,
permitiendo que Cristo enseñe por su boca. La constante
preocupación de todo catequista, cualquiera que sea su
responsabilidad en la Iglesia, debe ser la de comunicar, a través
de su enseñanza y su comportamiento, la doctrina y la vida de
Jesús. No tratará de fijar en sí mismo, en sus opiniones y
actitudes personales, la atención y la adhesión de aquel a quien
catequiza; no tratará de inculcar sus opiniones y opciones
personales como si éstas expresaran la doctrina y las lecciones de
vida de Cristo. Todo catequista debería poder aplicarse a sí mismo
la misteriosa frase de Jesús: «Mi doctrina no es mía, sino del
que me ha enviado».(13) Es lo que hace san Pablo al tratar una
cuestión de primordial importancia: «Yo he recibido del Señor lo
que os he transmitido».(14) ¡Qué contacto asiduo con la Palabra
de Dios transmitida por el Magisterio de la Iglesia, qué
familiaridad profunda con Cristo y con el Padre, qué espíritu de
oración, qué despego de sí mismo ha de tener el catequista para
poder decir: «Mi doctrina no es mía»!
Cristo que enseña
7. Esta doctrina no es un cúmulo de verdades
abstractas, es la comunicación del Misterio vivo de Dios. La
calidad de Aquel que enseña en el Evangelio y la naturaleza de su
enseñanza superan en todo a las de los «maestros» en Israel,
merced a la unión única existente entre lo que Él dice, hace y lo
que es. Es evidente que los Evangelios indican claramente los
momentos en que Jesús enseña, «Jesús hizo y enseñó»:(15) en
estos dos verbos que introducen al libro de los Hechos, san Lucas
une y distingue a la vez dos dimensiones en la misión de Cristo.
Jesús enseñó. Este es el testimonio que Él
da de sí mismo: «Todos los días me sentaba en el Templo a
enseñar».(16) Esta es la observación llena de admiración que
hacen los evangelistas, maravillados de verlo enseñando en todo
tiempo y lugar, y de una forma y con una autoridad desconocidas
hasta entonces: «De nuevo se fueron reuniendo junto a Él las
multitudes y de nuevo, según su costumbre, les enseñaba»;(17) «y
se asombraban de su enseñanza, pues enseñaba como quien tiene
autoridad»,(18) Eso mismo hacen notar sus enemigos, aunque sólo
sea para acusarlo y buscar un pretexto para condenarlo. «Subleva al
pueblo, enseñando por toda Judea, desde Galilea, donde empezó,
hasta aquí».(19)
El único «Maestro»
8. El que enseña así merece a título único
el nombre de Maestro. ¡Cuántas veces se le da este título de
maestro a lo largo de todo el Nuevo Testamento y especialmente en
los Evangelios!(20) Son evidentemente los Doce, los otros
discípulos y las muchedumbres que lo escuchan quienes le llaman
«Maestro» con acento a la vez de admiración, de confianza y de
ternura.(21) Incluso los Fariseos y los Saduceos, los Doctores de la
Ley y los Judíos en general, no le rehúsan esta denominación:
«Maestro, quisiéramos ver una señal tuya»;(22) «Maestro, ¿qué
tengo que hacer de bueno para alcanzar la vida eterna?».(23) Pero
sobre todo Jesús mismo se llama Maestro en ocasiones
particularmente solemnes y muy significativas: «Vosotros me
llamáis Maestro y Señor, y decís bien, porque de verdad lo
soy»;(24) y proclama la singularidad, el carácter único de su
condición de Maestro: «Uno solo es vuestro Maestro»:(25) Cristo.
Se comprende que, a lo largo de dos mil años, en todas las lenguas
de la tierra, hombres de toda condición, raza y nación, le hayan
dado con veneración este título repitiendo a su manera la
exclamación de Nicodemo: «has venido como Maestro de parte de
Dios».(26)
Esta imagen de Cristo que enseña, a la vez
majestuosa y familiar, impresionante y tranquilizadora, imagen
trazada por la pluma de los evangelistas y evocada después, con
frecuencia, por la iconografía desde la época paleocristiana,(27)
—¡tan atractiva es!— deseo ahora evocarla en el umbral de estas
reflexiones sobre la catequesis en el mundo actual.
Enseñando con toda su vida
9. No olvido, haciendo esto, que la majestad de
Cristo que enseña, la coherencia y la fuerza persuasiva únicas de
su enseñanza, no se explican sino porque sus palabras, sus
parábolas y razonamientos no pueden separarse nunca de su vida y de
su mismo ser. En este sentido, la vida entera de Cristo fue una
continua enseñanza: su silencio, sus milagros, sus gestos, su
oración, su amor al hombre, su predilección por los pequeños y
los pobres, la aceptación del sacrificio total en la cruz por la
salvación del mundo, su resurrección son la actuación de su
palabra y el cumplimiento de la revelación. De suerte que para los
cristianos el Crucifijo es una de las imágenes más sublimes y
populares de Jesús que enseña.
Estas consideraciones, que están en línea con
las grandes tradiciones de la Iglesia, reafirman en nosotros el
fervor hacia Cristo, el Maestro que revela a Dios a los hombres y al
hombre a sí mismo; el Maestro que salva, santifica y guía, que
está vivo, que habla, exige, que conmueve, que endereza, juzga,
perdona, camina diariamente con nosotros en la historia; el Maestro
que viene y que vendrá en la gloria.
Solamente en íntima comunión con Él, los
catequistas encontrarán luz y fuerza para una renovación
auténtica y deseable de la catequesis.
II
UNA EXPERIENCIA TAN ANTIGUA COMO LA IGLESIA
La Misión de los Apóstoles
10. La imagen de Cristo que enseña se había
impreso en la mente de los Doce y de los primeros discípulos, y la
consigna «Id y haced discípulos a todas las gentes»(28) orientó
toda su vida. San Juan da testimonio de ello en su Evangelio, cuando
refiere las palabras de Jesús: «Ya no os llamo siervos, porque el
siervo no sabe lo que hace su señor; pero os digo amigos, porque
todo lo que oí de mi Padre os lo he dado a conocer».(29) No son
ellos los que han escogido seguir a Jesús, sino que es Jesús quien
los ha elegido, quien los ha guardado y establecido, ya antes de su
Pascua, para que ellos vayan y den fruto y para que su fruto
permanezca.(30) Por ello después de la resurrección, les confió
formalmente la misión de hacer discípulos a todas las gentes.
El libro entero de los Hechos de los Apóstoles
atestigua que fueron fieles a su vocación y a la misión recibida.
Los miembros de la primitiva comunidad cristiana aparecen en él
«perseverantes en oír la enseñanza de los apóstoles y en la
fracción del pan y en la oración».(31) Se encuentra allí sin
duda alguna la imagen permanente de una Iglesia que, gracias a la
enseñanza de los Apóstoles, nace y se nutre continuamente de la
Palabra del Señor, la celebra en el sacrificio eucarístico y da
testimonio al mundo con el signo de la caridad.
Cuando los adversarios se sienten celosos de la
actividad de los Apóstoles, se debe a que están «molestos porque
enseñan al pueblo»(32) y les prohíben enseñar en el nombre de
Jesús.(33) Pero nosotros sabemos que, precisamente en ese punto,
los Apóstoles juzgaron más razonable obedecer a Dios que a los
hombres.(34)
La catequesis en la época apostólica
11. Los Apóstoles no tardan en compartir con
los demás el ministerio del apostolado.(35) Transmiten a sus
sucesores la misión de enseñar. Ellos la confían también a los
diáconos desde su institución: Esteban, «lleno de gracia y de
poder», no cesa de enseñar, movido por la sabiduría del
Espíritu.(36) Los Apóstoles asocian en su tarea de enseñar a
«otros» discípulos;(37) e incluso simples cristianos dispersados
por la persecución, iban por todas partes predicando la
palabra.(38) San Pablo es el heraldo por antonomasia de este
anuncio, desde Antioquía hasta Roma, donde la última imagen que
tenemos de él según el libro de los Hechos, es la de un hombre
«que enseña con toda libertad lo tocante al Señor
Jesucristo».(39) Sus numerosas cartas amplian y profundizan su
enseñanza. Asimismo las cartas de Pedro, de Juan, de Santiago y de
Judas son otros tantos testimonios de la catequesis de la era
apostólica.
Los Evangelios que, antes de ser escritos,
fueron la expresión de una enseñanza oral transmitida a las
comunidades cristianas, tienen más o menos una estructura
catequética. ¿No ha sido llamado el relato de San Mateo evangelio
del catequista y el de San Marcos, evangelio del catecúmeno?
En los Padres de la Iglesia
12. La Iglesia continúa esta misión de
enseñar de los Apóstoles y de sus primeros colaboradores.
Haciéndose día a día discípula del Señor, con razón se la ha
llamado «Madre y Maestra».(40) Desde Clemente Romano hasta
Orígenes,(41) en la edad postapostólica ven la luz obras notables.
Más tarde se registra un hecho impresionante: Obispos y Pastores,
los de mayor prestigio, sobre todo en los siglos tercero y cuarto,
consideran como una parte importante de su ministerio episcopal
enseñar de palabra o escribir tratados catequéticos. Es la época
de Cirilo de Jerusalén y de Juan Crisóstomo, de Ambrosio y de
Agustín, en la que brotan de la pluma de tantos Padres de la
Iglesia obras que siguen siendo modelos para nosotros.
No es posible evocar aquí, ni siquiera
brevemente, la catequesis que ha mantenido la difusión y el camino
de la Iglesia en los diversos períodos de la historia, en todos los
continentes y en los contextos sociales y culturales más diversos.
Ciertamente las dificultades no han faltado nunca. Mas la Palabra
del Señor ha realizado su misión a través de los siglos, se ha
difundido y ha sido glorificada, como indica el Apóstol Pablo.(42)
En los Concilios y en la actividad misionera
13. El ministerio de la catequesis saca siempre
nuevas energías de los Concilios. A este respecto el Concilio de
Trento constituye un ejemplo que se ha de subrayar: en sus
constituciones y decretos dio prioridad a la catequesis; dio lugar
al «catecismo romano» que lleva además su nombre y constituye una
obra de primer orden, resumen de la doctrina cristiana y de la
teología tradicional para uso de los sacerdotes; promovió en la
Iglesia una organización notable de la catequesis; despertó en los
clérigos la conciencia de sus deberes con relación a la enseñanza
catequética; y, merced al trabajo de santos teólogos como san
Carlos Borromeo, san Roberto Belarmino o san Pedro Canisio, dio
origen a catecismos, verdaderos modelos para aquel tiempo. ¡Ojalá
suscite el Concilio Vaticano II un impulso y una obra semejante en
nuestros días!
Las misiones constituyen también un terreno
privilegiado para la práctica de la catequesis. Así, desde hace
casi dos mil años, el Pueblo de Dios no ha cesado de educarse en la
fe, según formas adaptadas a las distintas situaciones de los
creyentes y a las múltiples coyunturas eclesiales.
La catequesis está íntimamente unida a toda
la vida de la Iglesia. No sólo la extensión geográfica y el
incremento numérico sino también, y más todavía, el crecimiento
interior de la Iglesia, su correspondencia con el designio de Dios,
dependen esencialmente de ella. De entre las experiencias de la
historia de la Iglesia que acabamos de recordar, muchas lecciones
—entre tantas otras— merecen ser puestas de relieve.
La catequesis: derecho y deber de la Iglesia
14. Es evidente, ante todo, que la catequesis
ha sido siempre para la Iglesia un deber sagrado y un derecho
imprescriptible. Por una parte, es sin duda un deber que tiene su
origen en un mandato del Señor e incumbe sobre todo a los que en la
Nueva Alianza reciben la llamada al ministerio de Pastores. Por otra
parte, puede hablarse igualmente de derecho: desde el punto de vista
teológico, todo bautizado por el hecho mismo de su bautismo, tiene
el derecho de recibir de la Iglesia una enseñanza y una formación
que le permitan iniciar una vida verdaderamente cristiana; en la
perspectiva de los derechos del hombre, toda persona humana tiene
derecho a buscar la verdad religiosa y de adherirse plenamente a
ella, libre de «toda coacción por parte tanto de los individuos
como de los grupos sociales y de cualquier poder humano que sea, de
suerte que, en esta materia, a nadie se fuerce a actuar contra su
conciencia o se le impida actuar ... de acuerdo con ella».(43)
Por ello la actividad catequética debe poder
ejercerse en circunstancias favorables de tiempo y lugar, debe tener
acceso a los medios de comunicación social, a adecuados
instrumentos de trabajo, sin discriminación para con los padres,
los catequizados o los catequistas. Actualmente es cierto que ese
derecho es reconocido cada vez más, al menos a nivel de grandes
principios, como testimonian declaraciones o convenios
internacionales, en los que —cualesquiera que sean sus límites—
se puede reconocer la voz de la conciencia de gran parte de los
hombres de hoy.(44) Pero numerosos Estados violan este derecho,
hasta tal punto que dar, hacer dar la catequesis o recibirla, llega
a ser un delito susceptible de sanción. En unión con los Padres
del Sínodo elevo enérgicamente la voz contra toda discriminación
en el ámbito de la catequesis, a la vez que dirijo una apremiante
llamada a los responsables para que acaben del todo esas
constricciones que gravan sobre la libertad humana en general y
sobre la libertad religiosa en particular.
Tarea prioritaria
15. La segunda lección se refiere al lugar
mismo de la catequesis en los proyectos pastorales de la Iglesia.
Cuanto más capaz sea, a escala local o universal, de dar la
prioridad a la catequesis —por encima de otras obras e iniciativas
cuyos resultados podrían ser mas espectaculares—, tanto más la
Iglesia encontrará en la catequesis una consolidación de su vida
interna como comunidad de creyentes y de su actividad externa como
misionera. En este final del siglo XX, Dios y los acontecimientos,
que son otras tantas llamadas de su parte, invitan a la Iglesia a
renovar su confianza en la acción catequética como en una tarea
absolutamente primordial de su misión. Es invitada a consagrar a la
catequesis sus mejores recursos en hombres y en energías, sin
ahorrar esfuerzos, fatigas y medios materiales, para organizarla
mejor y formar personal capacitado. En ello no hay un mero cálculo
humano, sino una actitud de fe. Y una actitud de fe se dirige
siempre a la fidelidad a Dios, que nunca deja de responder.
Responsabilidad común y diferenciada
16. Tercera lección: la catequesis ha sido
siempre, y seguirá siendo, una obra de la que la Iglesia entera
debe sentirse y querer ser responsable. Pero sus miembros tienen
responsabilidades diferentes, derivadas de la misión de cada uno.
Los Pastores, precisamente en virtud de su oficio, tienen, a
distintos niveles, la más alta responsabilidad en la promoción,
orientación y coordinación de la catequesis. El Papa, por su
parte, tiene una profunda conciencia de la responsabilidad primaria
que le compete en este campo: encuentra en él motivos de
preocupación pastoral, pero sobre todo de alegría y de esperanza.
Los sacerdotes, religiosos y religiosas tienen ahí un campo
privilegiado para su apostolado. A otro nivel, los padres de familia
tienen una responsabilidad singular. Los maestros, los diversos
ministros de la Iglesia, los catequistas y, por otra parte, los
responsables de los medios de comunicación social, todos ellos
tienen, en grado diverso, responsabilidades muy precisas en esta
formación de la conciencia del creyente, formación importante para
la vida de la Iglesia, y que repercute en la vida de la sociedad
misma. Uno de los mejores frutos de la Asamblea general del Sínodo
dedicado por entero a la catequesis sería despertar, en toda la
Iglesia y en cada uno de sus sectores, una conciencia viva y
operante de esta responsabilidad diferenciada pero común.
Renovación continua y equilibrada
17. Finalmente la catequesis tiene necesidad de
renovarse continuamente en un cierto alargamiento de su concepto
mismo, en sus métodos, en la búsqueda de un lenguaje adaptado, en
el empleo de nuevos medios de transmisión del mensaje Esta
renovación no siempre tiene igual valor, y los Padres del Sínodo
han reconocido con realismo, junto a un progreso innegable en la
vitalidad de la actividad catequética y a iniciativas prometedoras,
las limitaciones o incluso las «deficiencias» de lo que se ha
realizado hasta el presente.(45) Estos límites son particularmente
graves cuando ponen en peligro la integridad del contenido. El
«Mensaje al pueblo de Dios» subrayó justamente que, para la
catequesis, «la repetición rutinaria, que se opone a todo cambio,
por una parte, y la improvisación irreflexiva que afronta con
ligereza los problemas, por la otra, son igualmente
peligrosas».(46) La repetición rutinaria lleva al estancamiento,
al letargo y, en definitiva, a la parálisis. La improvisación
irreflexiva engendra desconcierto en los catequizados y en sus
padres, cuando se trata de los niños, causa desviaciones de todo
tipo, rupturas y finalmente la ruina total de la unidad. Es
necesario que la Iglesia dé prueba hoy —come supo hacerlo en
otras épocas de su historia— de sabiduría, de valentía y de
fidelidad evangélicas, buscando y abriendo caminos y perspectivas
nuevas para la enseñanza catequética.
III
LA CATEQUESIS EN LA ACTIVIDAD PASTORAL Y
MISIONERA DE LA IGLESIA
La catequesis: una etapa de la evangelización
18. La catequesis no puede disociarse del
conjunto de actividades pastorales y misionales de la Iglesia. Ella
tiene, sin embargo, algo específico propio sobre lo que la IV
Asamblea general del Sínodo de los Obispos, en sus trabajos
preparatorios y a lo largo de su celebración, se ha interrogado a
menudo. La cuestión interesa también a la opinión pública,
dentro y fuera de la Iglesia.
No es éste el lugar adecuado para dar una
definición rigurosa y formal de la catequesis, suficientemente
ilustrada en el «Directorio General de la Catequesis».(47) Compete
a los especialistas enriquecer cada vez más su concepto y su
articulación.
Frente a la incertidumbre de la práctica,
recordemos simplemente algunos puntos esenciales, por lo demás ya
consolidados en los documentos de la Iglesia, para una comprensión
exacta de la catequesis y sin los cuales se correría el riesgo de
no llegar a comprender todo su significado y su alcance.
Globalmente, se puede considerar aquí la
catequesis en cuanto educación de la fe de los niños, de los
jóvenes y adultos, que comprende especialmente una enseñanza de la
doctrina cristiana, dada generalmente de modo orgánico y
sistemático, con miras a iniciarlos en la plenitud de la vida
cristiana. En este sentido, la catequesis se articula en cierto
número de elementos de la misión pastoral de la Iglesia, sin
confundirse con ellos, que tienen un aspecto catequético, preparan
a la catequesis o emanan de ella: primer anuncio del evangelio o
predicación misional por medio del kerigma para suscitar la fe
apologética o búsqueda de las razones de creer, experiencia de
vida cristiana, celebración de los sacramentos, integración en la
comunidad eclesial, testimonio apostólico y misional.
Recordemos ante todo que entre la catequesis y
la evangelización no existe ni separación u oposición, ni
identificación pura y simple, sino relaciones profundas de
integración y de complemento recíproco.
La Exhortación apostólica «Evangelii
nuntiandi» del 8 de diciembre de 1975, sobre la evangelización en
el mundo contemporáneo, subrayó con toda razón que la
evangelización —cuya finalidad es anunciar la Buena Nueva a toda
la humanidad para que viva de ella—, es una realidad rica,
compleja y dinámica, que tiene elementos o, si se prefiere,
momentos, esenciales y diferentes entre sí, que es preciso saber
abarcar conjuntamente, en la unidad de un único movimiento.(48) La
catequesis es uno de esos momentos —¡y cuán señalado!— en el
proceso total de evangelización.
Catequesis y primer anuncio del Evangelio
19. La peculiaridad de la Catequesis, distinta del anuncio primero del
Evangelio que ha suscitado la conversión, persigue el doble
objetivo de hacer madurar la fe inicial y de educar al verdadero
discípulo por medio de un conocimiento más profundo y sistemático
de la persona y del mensaje de Nuestro Señor Jesucristo.(49) Pero
en la práctica catequética, este orden ejemplar debe tener en
cuenta el hecho de que a veces la primera evangelización no ha
tenido lugar. Cierto número de niños bautizados en su infancia
llega a la catequesis parroquial sin haber recibido alguna
iniciación en la fe, y sin tener todavía adhesión alguna
explícita y personal a Jesucristo, sino solamente la capacidad de
creer puesta en ellos por el bautismo y la presencia del Espíritu
Santo; y los prejuicios de un ambiente familiar poco cristiano o el
espíritu positivista de la educación crean rápidamente algunas
reticencias. A éstos es necesario añadir otros niños, no
bautizados, para quienes sus padres no aceptan sino tardíamente la
educación religiosa: por motivos prácticos, su etapa catecumenal
se hará en buena parte durante la catequesis ordinaria. Además
muchos preadolescentes y adolescentes, que han sido bautizados y que
han recibido sistemáticamente una catequesis así como los
sacramentos, titubean por largo tiempo en comprometer o no su vida
con Jesucristo, cuando no se preocupan por esquivar la formación
religiosa en nombre de su libertad. Finalmente los adultos mismos no
están al reparo de tentaciones de duda o de abandono de la fe, a
consecuencia de un ambiente notoriamente incrédulo. Es decir que la
«catequesis» debe a menudo preocuparse, no sólo de alimentar y
enseñar la fe, sino de suscitarla continuamente con la ayuda de la
gracia, de abrir el corazón, de convertir, de preparar una
adhesión global a Jesucristo en aquellos que están aún en el
umbral de la fe. Esta preocupación inspira parcialmente el tono, el
lenguaje y el método de la catequesis.
Finalidad específica de la catequesis
20. La finalidad específica de la catequesis
no consiste únicamente en desarrollar, con la ayuda de Dios, una fe
aún inicial, en promover en plenitud y alimentar diariamente la
vida cristiana de los fieles de todas las edades. Se trata en efecto
de hacer crecer, a nivel de conocimiento y de vida, el germen de la
fe sembrado por el Espíritu Santo con el primer anuncio y
transmitido eficazmente a través del bautismo.
La catequesis tiende pues a desarrollar la
inteligencia del misterio de Cristo a la luz de la Palabra, para que
el hombre entero sea impregnado por ella. Transformado por la
acción de la gracia en nueva criatura, el cristiano se pone así a
seguir a Cristo y, en la Iglesia, aprende siempre a pensar mejor
como Él, a juzgar como Él, a actuar de acuerdo con sus
mandamientos, a esperar como Él nos invita a ello.
Más concretamente, la finalidad de la
catequesis, en el conjunto de la evangelización, es la de ser un
período de enseñanza y de madurez, es decir, el tiempo en que el
cristiano, habiendo aceptado por la fe la persona de Jesucristo como
el solo Señor y habiéndole prestado una adhesión global con la
sincera conversión del corazón, se esfuerza por conocer mejor a
ese Jesús en cuyas manos se ha puesto: conocer su «misterio», el
Reino de Dios que anuncia, las exigencias y las promesas contenidas
en su mensaje evangélico, los senderos que Él ha trazado a quien
quiera seguirle.
Si es verdad que ser cristiano significa decir
«sí» a Jesucristo, recordemos que este «sí» tiene dos niveles:
consiste en entregarse a la Palabra de Dios y apoyarse en ella, pero
significa también, en segunda instancia, esforzarse por conocer
cada vez mejor el sentido profundo de esa Palabra.
Necesidad de una catequesis sistemática
21. En su discurso de clausura de la IV
Asamblea general del Sínodo, el Papa Pablo VI se felicitaba al
«advertir que todos han señalado la gran necesidad de una
catequesis orgánica y bien ordenada, ya que esa reflexión vital
sobre el misterio mismo de Cristo es lo que principalmente distingue
a la Catequesis de todas las demás formas de presentar la Palabra
de Dios».(50)
Frente a las dificultades prácticas, hay que
subrayar algunas características de esta enseñanza: debe ser una
enseñanza sistemática, no improvisada, siguiendo un programa que
le permita llegar a un fin preciso; una enseñanza elemental que no
pretenda abordar todas las cuestiones disputadas ni transformarse en
investigación teológica o en exégesis científica; una
enseñanza, no obstante, bastante completa, que no se detenga en el
primer anuncio del misterio cristiano, cual lo tenemos en el
kerigma; una iniciación cristiana integral, abierta a todas las
esferas de la vida cristiana.
Sin olvidar la importancia de múltiples
ocasiones de catequesis, relacionadas con la vida personal,
familiar, social y eclesial, que es necesario aprovechar y sobre las
que os remito al capítulo VI, insisto en la necesidad de una
enseñanza cristiana orgánica y sistemática, dado que desde
distintos sitios se intenta minimizar su importancia.
Catequesis y experiencia vital
22. Es inútil insistir en la ortopraxis en
detrimento de la ortodoxia: el cristianismo es inseparablemente la
una y la otra. Unas convicciones firmes y reflexivas llevan a una
acción valiente y segura; el esfuerzo por educar a los fieles a
vivir hoy como discípulos de Cristo reclama y facilita el
descubrimiento más profundo del Misterio de Cristo en la historia
de la salvación.
Es asimismo inútil querer abandonar el estudio
serio y sistemático del mensaje de Cristo, en nombre de una
atención metodológica a la experiencia vital. «Nadie puede llegar
a la verdad íntegra solamente desde una simple experiencia privada,
es decir, sin una conveniente exposición del mensaje de Cristo, que
es el "Camino, la Verdad y la Vida" (Jn 14, 6)».(51)
No hay que oponer igualmente una catequesis que
arranque de la vida a una catequesis tradicional, doctrinal y
sistemática.(52) La auténtica catequesis es siempre una
iniciación ordenada y sistemática a la Revelación que Dios mismo
ha hecho al hombre, en Jesucristo, revelación conservada en la
memoria profunda de la Iglesia y en las Sagradas Escrituras y
comunicada constantemente, mediante una «traditio» viva y activa,
de generación en generación. Pero esta revelación no está
aislada de la vida ni yuxtapuesta artificialmente a ella. Se refiere
al sentido último de la existencia y la ilumina, ya para
inspirarla, ya para juzgarla, a la luz del Evangelio.
Por eso podemos aplicar a los catequistas lo
que el Concilio Vaticano II ha dicho especialmente de los
sacerdotes: educadores del hombre y de la vida del hombre en la
fe.(53)
Catequesis y sacramentos
23. La catequesis está intrínsecamente unida
a toda la acción litúrgica y sacramental, porque es en los
sacramentos y sobre todo en la eucaristía donde Jesucristo actúa
en plenitud para la transformación de los hombres.
En la Iglesia primitiva, catecumenado e
iniciación a los sacramentos del bautismo y de la eucaristía, se
identificaban. Aunque en este campo haya cambiado la práctica de la
Iglesia, en los antiguos países cristianos, el catecumenado jamás
ha sido abolido; conoce allí una renovación(54) y se practica
abundantemente en las jóvenes Iglesias misioneras. De todos modos,
la catequesis está siempre en relación con los sacramentos. Por
una parte, una forma eminente de catequesis es la que prepara a los
sacramentos, y toda catequesis conduce necesariamente a los
sacramentos de la fe. Por otra parte, la práctica auténtica de los
sacramentos tiene forzosamente un aspecto catequético. En otras
palabras, la vida sacramental se empobrece y se convierte muy pronto
en ritualismo vacío, si no se funda en un conocimiento serio del
significado de los sacramentos y la catequesis se intelectualiza, si
no cobra vida en la práctica sacramental.
Catequesis y comunidad eclesial
24. La catequesis, finalmente, tiene una
íntima unión con la acción responsable de la Iglesia y de los
cristianos en el mundo. Todo el que se ha adherido a Jesucristo por
la fe y se esfuerza por consolidar esta fe mediante la catequesis,
tiene necesidad de vivirla en comunión con aquellos que han dado el
mismo paso. La catequesis corre el riesgo de esterilizarse, si una
comunidad de fe y de vida cristiana no acoge al catecúmeno en
cierta fase de su catequesis. Por eso la comunidad eclesial, a todos
los niveles, es doblemente responsable respecto a la catequesis:
tiene la responsabilidad de atender a la formación de sus miembros,
pero también la responsabilidad de acogerlos en un ambiente donde
puedan vivir, con la mayor plenitud posible, lo que han aprendido.
La catequesis está abierta igualmente al
dinamismo misionero. Si hace bien, los cristianos tendrán interés
en dar testimonio de su fe, de transmitirla a sus hijos, de hacerla
conocer a otros, de servir de todos modos a la comunidad humana.
Necesidad de la catequesis en sentido amplio
para la madurez y fuerza de la fe
25. Así pues, gracias a la catequesis, el
kerygma evangélico —primer anuncio lleno de ardor que un día
transformó al hombre y lo llevó a la decisión de entregarse a
Jesucristo por la fe— se profundiza poco a poco, se desarrolla en
sus corolarios implícitos, explicado mediante un discurso que va
dirigido también a la razón, orientado hacia la práctica
cristiana en la Iglesia y en el mundo. Todo esto no es menos
evangélico que el kerygma, por más que digan algunos que la
catequesis vendría forzosamente a racionalizar, aridecer y
finalmente matar lo que de más vivo, espontáneo y vibrante hay en
el kerygma. Las verdades que se profundizan en la catequesis son las
mismas que hicieron mella en el corazón del hombre al escucharlas
por primera vez. El hecho de conocerlas mejor, lejos de embotarlas o
agostarlas, debe hacerlas aún más estimulantes y decisivas para la
vida.
En la concepción que se acaba de exponer, la
catequesis se ajusta al punto de vista totalmente pastoral desde el
cual ha querido considerarla el Sínodo. Este sentido amplio de la
catequesis no contradice, sino que incluye, desbordándolo, el
sentido estricto al que por lo común se atienen las exposiciones
didácticas: la simple enseñanza de las fórmulas que expresan la
fe.
En definitiva, la catequesis es tan necesaria
para la madurez de la fe de los cristianos como para su testimonio
en el mundo: ella quiere conducir a los cristianos «en la unidad de
la fe y en el conocimiento del Hijo de Dios y a formar al hombre
perfecto, maduro, que realice la plenitud de Cristo»;(55) también
quiere que estén dispuestos a dar razón de su esperanza a todos
los que les pidan una explicación.(56)
IV
TODA LA BUENA NUEVA BROTA DE LA FUENTE
El contenido del Mensaje
26. Siendo la catequesis un momento o un
aspecto de la evangelización, su contenido no puede ser otro que el
de toda la evangelización: el mismo mensaje —Buena Nueva de
salvación— oído una y mil veces y aceptado de corazón, se
profundiza incesantemente en la catequesis mediante la reflexión y
el estudio sistemático; mediante una toma de conciencia, que cada
vez compromete más, de sus repercusiones en la vida personal de
cada uno; mediante su inserción en el conjunto orgánico y
armonioso que es la existencia cristiana en la sociedad y en el
mundo.
La fuente
27. La catequesis extraerá siempre su
contenido de la fuente viva de la Palabra de Dios, transmitida
mediante la Tradición y la Escritura, dado que «la Tradición y la
Escritura constituyen el depósito sagrado de la Palabra de Dios,
confiado a la Iglesia», como ha recordado el Concilio Vaticano II
al desear que «el ministerio de la palabra, que incluye la
predicación pastoral, la catequesis, toda la instrucción
cristiana... reciba de la palabra de la Escritura alimento saludable
y por ella dé frutos de santidad».(57)
Hablar de la Tradición y de la Escritura como
fuentes de la catequesis es subrayar que ésta ha de estar
totalmente impregnada por el pensamiento, el espíritu y actitudes
bíblicas y evangélicas a través de un contacto asiduo con los
textos mismos; es también recordar que la catequesis será tanto
más rica y eficaz cuanto más lea los textos con la inteligencia y
el corazón de la Iglesia y cuanto más se inspire en la reflexión
y en la vida dos veces milenaria de la Iglesia.
La enseñanza, la liturgia y la vida de la
Iglesia surgen de esta fuente y conducen a ella, bajo la dirección
de los Pastores y concretamente del Magisterio doctrinal que el
Señor les ha confiado.
El Credo: expresión doctrinal privilegiada
28. Una expresión privilegiada de la herencia
viva que ellos han recibido en custodia, se encuentra en el Credo o,
más concretamente, en los Símbolos que, en momentos cruciales,
recogieron en síntesis felices la fe de la Iglesia. Durante siglos,
un elemento importante de la catequesis era precisamente la
«traditio Symboli» (o transmisión del compendio de la fe),
seguida de la entrega de la oración dominical. Este rito expresivo
ha vuelto a ser introducido en nuestros días en la iniciación de
los catecúmenos.(58) ¿No habría que encontrar una utilización
más concretamente adaptada, para señalar esta etapa, la más
importante entre todas, en que un nuevo discípulo de Jesucristo
acepta con plena lucidez y valentía el contenido de lo que más
adelante va a profundizar con seriedad?
Mi predecesor Pablo VI, en el «Credo del
Pueblo de Dios» proclamado al cumplirse el XIX centenario del
martirio de los Apóstoles Pedro y Pablo, quiso reunir los elementos
esenciales de la fe católica, sobre todo los que ofrecían mayor
dificultad o estaban en peligro de ser ignorados.(59) Es una
referencia segura para el contenido de la catequesis.
Elementos a no olvidar
29. El mismo Sumo Pontífice ha recordado, en
el capítulo tercero de su Exhortación Apostólica Evangelii
nuntiandi, «el contenido esencial, la substancia viva» de la
evangelización.(60) Es necesario para la catequesis misma tener
presente cada uno de los elementos y la síntesis viva en que ellos
han sido integrados.(61)
Me contentaré por consiguiente con ofrecer
aquí alguna simple alusión.(62) Todos ven, por ejemplo, la
importancia de hacer entender al niño, al adolescente, al que
progresa en la fe, «lo que puede conocerse de Dios»;(63) de
poderles decir, en cierto sentido: «Lo que sin conocer veneráis,
eso es lo que yo os anuncio»;(64) de exponerles brevemente(65) el
misterio del Verbo de Dios hecho hombre y que realiza la salvación
del hombre por su Pascua, es decir, a través de su muerte y su
resurrección, pero también con su predicación, con los signos que
realiza, con los sacramentos de su presencia permanente en medio de
nosotros. Los Padres del Sínodo estuvieron bien inspirados cuando
pidieron que se evite reducir a Cristo a su sola humanidad y su
mensaje a una dimensión meramente terrestre, y que se le
reconociera más bien como el Hijo de Dios, el mediador que nos da
libre acceso al Padre en el Espíritu.(66)
¡Cuán importante es exponer a la inteligencia
y al corazón, a la luz de la fe, ese sacramento de su presencia que
es el Misterio de la Iglesia, asamblea de hombres pecadores, pero,
al mismo tiempo, santificados y que constituyen la familia de Dios
reunida por el Señor bajo la dirección de aquellos a quienes «el
Espíritu Santo... constituyó vigilantes para apacentar la Iglesia
de Dios»!(67)
Es importante explicar que la historia de los
hombres, con sus aspectos de gracia y de pecado, de grandeza y de
miseria, es asumida por Dios en su Hijo Jesucristo y «ofrece ya
algún bosquejo del siglo futuro».(68) Es importante, finalmente,
revelar sin ambages las exigencias, hechas de renuncia mas también
de gozo, de lo que el Apóstol Pablo gustaba llamar «vida
nueva»,(69) «creación nueva»,(70) ser o existir en Cristo,(71)
«vida eterna en Cristo Jesús»,(72) y que no es más que la vida
en el mundo, pero una vidá según las bienaventuranzas y destinada
a prolongarse y a transfigurarse en el más allá.
De ahí la importancia que tienen en la
catequesis las exigencias morales personales correspondientes al
Evangelio y las actitudes cristianas ante la vida y ante el mundo,
ya sean heroicas, ya las más sencillas: nosotros las llamamos
virtudes cristianas o virtudes evangélicas. De ahí también el
cuidado que tendrá la catequesis de no omitir, sino iluminar como
es debido, en su esfuerzo de educación en la fe, realidades como la
acción del hombre por su liberación integral,(73) la búsqueda de
una sociedad más solidaria y fraterna, las luchas por la justicia y
la construcción de la paz.
Por lo demás no se ha de creer que esta
dimensión de la catequesis es absolutamente nueva. Ya en la época
patrística, san Ambrosio y san Juan Crisóstomo, por no mencionar a
otros, destacaron las consecuencias sociales de las exigencias
evangélicas y, más cerca de nosotros, el catecismo de san Pío X
citaba explícitamente, entre los pecados que claman venganza ante
Dios, el hecho de oprimir a los pobres, así como el defraudar a los
trabajadores en su justo salario.(74) Especialmente desde la Rerum
novarum, la preocupación social está activarnente presente en la
enseñanza catequética de los papas y de los obispos. Muchos Padres
del Sínodo han pedido con legítima insistencia que el rico
patrimonio de la enseñanza social de la Iglesia encuentre su
puesto, bajo formas apropiadas, en la formación catequética común
de los fieles.
Integridad del contenido
30. A propósito del contenido de la
catequesis, hay que poner de relieve, en nuestros días, tres puntos
importantes.
El primero se refiere a la integridad de dicho contenido. A fin de que la
oblación de su fe(75) sea perfecta, el que se hace discípulo de
Cristo tiene derecho a recibir la «palabra de la fe»(76) no
mutilada, falsificada o disminuida, sino completa e integral, en
todo su rigor y su vigor. Traicionar en algo la integridad del
mensaje es vaciar peligrosamente la catequesis misma y comprometer
los frutos que de ella tienen derecho a esperar Cristo y la
comunidad eclesial. No es ciertamente casual el hecho de que una
cierta totalidad caracterice el mandato final de Jesús en el
evangelio de Mateo: «Me ha sido dado todo poder...
Haced discípulos a todas las gentes...
enseñándoles a guardar todo... yo estoy siempre con vosotros».
Por eso, cuando un hombre, presintiendo «la superioridad del
conocimiento de Cristo Jesús»,(77) descubierto por la fe, abrigue
el deseo, aún inconsciente, de conocerle más y mejor, mediante
«una predicación y enseñanza conforme a la verdad que hay en
Jesús»,(78) ningún pretexto es válido para negarle parte alguna
de ese conocimiento. ¿Qué catequesis sería aquella en la que no
hubiera lugar para la creación del hombre y su pecado, para el plan
redentor de nuestro Dios y su larga y amorosa preparación y
realización, para la Encarnación del Hijo de Dios, para María
—la Inmaculada, la Madre de Dios, siempre Virgen, elevada en
cuerpo y alma a la gloria celestial— y su función en el misterio
de la salvación, para el misterio de la iniquidad operante en
nuestras vidas(79) y la virtud de Dios que nos libera, para la
necesidad de la penitencia y de la ascesis, para los gestos
sacramentales y litúrgicos, para la realidad de la presencia
eucarística, para la participación en la vida divina aquí en la
tierra y en el más allá, etc.? Asimismo, a ningún verdadero
catequista le es lícito hacer por cuenta propia una selección en
el depósito de la fe, entre lo que estima importante y lo que
estima menos importante o para enseñar lo uno y rechazar lo otro.
Con métodos pedagógicos adaptados
31. De ahí esta segunda observación: es
posible que en la situación actual de la catequesis, razones de
método o de pedagogía aconsejen organizar la comunicación de las
riquezas del contenido de la catequesis de un modo más bien que de
otro. Por lo demás, la integridad no dispensa del equilibrio ni del
carácter orgánico y jerarquizado, gracias a los cuales se dará a
las verdades que se enseñan, a las normas que se transmiten y a los
caminos de la vida cristiana que se indican, la importancia
respectiva que les corresponden. También puede suceder que
determinado lenguaje se demuestre preferible para transmitir este
contenido a determinada persona o grupo de personas. La elección
sería válida en la medida en que no dependa de teorías o
prejuicios más o menos subjetivos y marcados por una cierta
ideología, sino que esté inspirada por el humilde afán de
ajustarse mejor a un contenido que debe permanecer intacto. El
método y el lenguaje utilizados deben seguir siendo verdaderamente
instrumentos para comunicar la totalidad y no una parte de las
«palabras de vida eterna»(80) o del «camino de la vida».(81)
Dimensión ecuménica de la catequesis
32. El gran movimiento, inspirado ciertamente
por el Espíritu de Jesús, que, desde hace un cierto número de
años, lleva a la Iglesia católica a buscar con otras Iglesias o
confesiones cristianas el restablecimiento de la perfecta unidad
querida por el Señor, me induce a hablar del carácter ecuménico
de la catequesis. Este movimiento cobró todo su relieve en el
Concilio Vaticano II,(82) , y, a partir del Concilio, ha conocido en
la Iglesia una importancia, concretada en una serie impresionante de
hechos y de iniciativas, conocidas por todos.
La catequesis no puede permanecer ajena a esta
dimensión ecuménica cuando todos los fieles, según su propia
capacidad y su situación en la Iglesia, son llamados a tomar parte
en el movimiento hacia la unidad.(83)
La catequesis tendrá una dimensión ecuménica
si, sin renunciar a enseñar que la plenitud de las verdades
reveladas y de los medios de salvación instituidos por Cristo se
halla en la Iglesia Católica,(84) lo hace, sin embargo, respetando
sinceramente, de palabra y de obra, a las comunidades eclesiales que
no están en perfecta comunión con esta misma Iglesia.
En este contexto, es muy importante hacer una
presentación correcta y leal de las demás Iglesias y comunidades
eclesiales de las que el Espíritu de Cristo no rehusa servirse como
medio de salvación; por otra parte «los elementos o bienes que
conjuntamente edifican y dan vida a la propia Iglesia, pueden
encontrarse algunos, más aún, muchísimos y muy valiosos, fuera
del recinto visible de la Iglesia católica».(85) Además esta
presentación ayudará a los católicos por un lado a profundizar su
propia fe y por otra a conocer mejor y estimar a los demás hermanos
cristianos, facilitando así la búsqueda común del camino hacia la
plena unidad en toda la verdad. Ella debería además ayudar a los
no católicos a conocer mejor y a apreciar a la Iglesia católica y
su convicción de ser el «auxilio general de salvación».
La catequesis tendrá una dimensión ecuménica
si, además, suscita y alimenta un verdadero deseo de unidad; más
todavía, si inspira esfuerzos sinceros —incluido el esfuerzo por
purificarse en la humildad y el fervor del Espíritu con el fin de
despejar los caminos— no con miras a un irenismo fácil, hecho de
omisiones y de concesiones en el plano doctrinal, sino con miras a
la unidad perfecta, cuando el Señor quiera y por las vías que Él
quiera.
Finalmente, la catequesis será ecuménica si
se esfuerza por preparar a los niños y a los jóvenes, así como a
los adultos católicos, a vivir en contacto con los no católicos,
viviendo su identidad católica dentro del respecto a la fe de los
otros.
Colaboración ecuménica en el ámbito de la
catequesis
33. En situaciones de pluralismo religioso, los
Obispos pueden juzgar oportunas, o aun necesarias, ciertas
experiencias de colaboración en el campo de la catequesis entre
católicos y otros cristianos, como complemento de la catequesis
habitual que, de todos modos, los católicos deben recibir. Tales
experiencias encuentran su fundamento teológico en los elementos
comunes a todos los cristianos.(86) Pero la comunión de fe entre
los católicos y los demás cristianos no es completa ni perfecta;
más aún existen, en determinados casos, profundas divergencias. En
consecuencia, esta colaboración ecuménica es por su naturaleza
limitada: no debe significar jamás una «reducción» al mínimo
común. Además, la catequesis no consiste únicamente en enseñar
la doctrina, sino en iniciar a toda la vida cristiana, haciendo
participar plenamente en los sacramentos de la Iglesia. De ahí la
necesidad, donde se da una experiencia de colaboración ecuménica
en el terreno de la catequesis, de vigilar para que la formación de
los católicos esté bien asegurada en la Iglesia católica en lo
concerniente a la doctrina y a la vida cristiana.
Durante el Sínodo, cierto número de Obispos
señaló casos —cada vez más frecuentes, decían— en los que
las autoridades civiles u otras circunstancias imponen, en las
escuelas de algunos países, una enseñanza de la religión
cristiana —con sus manuales, horas de clase, etc.— común a
católicos y no católicos. Sería superfluo decir que no se trata
de una verdadera catequesis. Esta enseñanza tiene además una
importancia ecuménica cuando se presenta con lealtad la doctrina
cristiana. En los casos en que las circunstancias impusieran esta
enseñanza, es importante que sea asegurada de otra manera, con el
mayor esmero, una catequesis específicamente católica.
Problema de manuales comunes a diversas
religiones
34. Hay que añadir aquí otra observación que
se sitúa en la misma dirección aunque bajo óptica distinta.
Sucede a veces que las escuelas estatales ponen libros a
disposición de los alumnos, en los que las religiones, incluida la
católica, son presentadas a título cultural histórico, moral y
literario. Una presentación objetiva de los hechos históricos, de
las diferentes religiones y confesiones cristianas puede contribuir
a una mejor comprensión recíproca. En tal caso se hará todo lo
posible para que la presentación sea verdaderamente objetiva, al
resguardo de sistemas ideológicos y políticos o de pretendidos
prejuicios científicos que deformarían su verdadero sentido. De
todos modos, estos manuales no deben considerarse como obras
catequéticas: les falta para ello el testimonio de creyentes que
exponen la fe a otros creyentes, y una comprensión de los misterios
cristianos y de lo específicamente católico, todo ello sacado de
lo profundo de la fe.
V
TODOS TIENEN NECESIDAD DE LA CATEQUESIS
La importancia de los niños y de los jóvenes
35. El tema señalado por mi Predecesor, Pablo
VI, para la IV Asamblea general del Sínodo de los Obispos versaba
sobre «la catequesis en nuestro tiempo con especial atención a los
niños y a los jóvenes». El ascenso de los jóvenes constituye sin
duda el hecho más rico de esperanza y al mismo tiempo de inquietud
para una buena parte del mundo actual. En algunos países, sobre
todo los del Tercer Mundo, más de la mitad de la población está
por debajo de los veinticinco o treinta años. Ello significa que
millones y millones de niños y de jóvenes se preparan para su
futuro de adultos. Y no es sólo el factor numérico:
acontecimientos recientes, y la misma crónica diaria, nos dicen que
esta multitud innumerable de jóvenes, aunque esté dominada aquí y
allí por la incertidumbre y el miedo, o seducida por la evasión en
la droga y la indiferencia, incluso tentada por el nihilismo y la
violencia, constituye sin embargo en su mayor parte la gran fuerza
que, entre muchos riesgos, se propone construir la civilización del
futuro.
Ahora bien, en nuestra solicitud pastoral nos
preguntamos: ¿Cómo revelar a esa multitud de niños y jóvenes a
Jesucristo, Dios hecho hombre? ¿Cómo revelarlo no simplemente en
el deslumbramiento de un primer encuentro fugaz, sino a través del
conocimiento cada día más hondo y más luminoso de su persona, de
su mensaje, del Plan de Dios que él quiso revelar, del llamamiento
que dirige a cada uno, del Reino que quiere inaugurar en este mundo
con el «pequeño rebaño»(87) de quienes creen en él, y que no
estará completo más que en la eternidad? ¿Cómo dar a conocer el
sentido, el alcance, las exigencias fundamentales, la ley del amor,
las promesas, las esperanzas de ese Reino?
Habría que hacer muchas observaciones sobre
las características propias que adopta la catequesis en las
diferentes etapas de la vida.
Párvulos
36. Un momento con frecuencia destacado es
aquel en que el niño pequeño recibe de sus padres y del ambiente
familiar los primeros rudimentos de la catequesis, que acaso no
serán sino una sencilla revelación del Padre celeste, bueno y
providente, al cual aprende a dirigir su corazón. Las brevísimas
oraciones que el niño aprenderá a balbucir serán el principio de
un diálogo cariñoso con ese Dios oculto, cuya Palabra comenzará a
escuchar después. Ante los padres cristianos nunca insistiríamos
demasiado en esta iniciación precoz, mediante la cual son
integradas las facultades del niño en una relación vital con Dios:
obra capital que exige gran amor y profundo respeto al niño, el
cual tiene derecho a una presentación sencilla y verdadera de la fe
cristiana.
Niños
37. Pronto llegará, en la escuela y en la
iglesia, en la parroquia o en la asistencia espiritual recibida en
el colegio católico o en el instituto estatal, a la vez que la
apertura a un círculo social más amplio, el momento de una
catequesis destinada a introducir al niño de manera orgánica en la
vida de la Iglesia, incluida también una preparación inmediata a
la celebración de los sacramentos: catequesis didáctica, pero
encaminada a dar testimonio de la fe; catequesis inicial, mas no
fragmentaria, puesto que deberá revelar, si bien de manera
elemental, todos los principales misterios de la fe y su
repercusión en la vida moral y religiosa del niño; catequesis que
da sentido a los sacramentos, pero a la vez recibe de los
sacramentos vividos una dimensión vital que le impide quedarse en
meramente doctrinal, y comunica al niño la alegría de ser
testimonio de Cristo en su ambiente de vida.
Adolescentes
38. Luego vienen la pubertad y la adolescencia,
con las grandezas y los riesgos que presenta esa edad. Es el momento
del descubrimiento de sí mismo y del propio mundo interior, el
momento de los proyectos generosos, momento en que brota el
sentimiento del amor, así como los impulsos biológicos de la
sexualidad, del deseo de estar juntos; momento de una alegría
particularmente intensa, relacionada con el embriagador
descubrimiento de la vida. Pero también es a menudo la edad de los
interrogantes más profundos, de búsquedas angustiosas, incluso
frustrantes, de desconfianza de los demás y de peligrosos
repliegues sobre sí mismo; a veces también la edad de los primeros
fracasos y de las primeras amarguras. La catequesis no puede ignorar
esos aspectos fácilmente cambiantes de un período tan delicado de
la vida. Podrá ser decisiva una catequesis capaz de conducir al
adolescente a una revisión de su propia vida y al diálogo, una
catequesis que no ignore sus grandes temas, —la donación de sí
mismo, la fe, el amor y su mediación que es la sexualidad—. La
revelación de Jesucristo como amigo, como guía y como modelo,
admirable y sin embargo imitable; la revelación de su mensaje que
da respuesta a las cuestiones fundamentales; la revelación del Plan
de amor de Cristo Salvador como encarnación del único amor
verdadero y de la única posibilidad de unir a los hombres, todo eso
podrá constituir la base de una auténtica educación en la fe. Y
sobre todo los misterios de la pasión y de la muerte de Jesús, a
los que san Pablo atribuye el mérito de su gloriosa resurrección,
podrán decir muchas cosas a la conciencia y al corazón del
adolescente y arrojar luz sobre sus primeros sufrimientos y los del
mundo que va descubriendo.
Jóvenes
39. Con la edad de la juventud llega la hora de
las primeras decisiones. Ayudado tal vez por los miembros de su
familia y por los amigos, mas a pesar de todo solo consigo mismo y
con su conciencia moral, el joven, cada vez más a menudo y de modo
más determinante, deberá asumir su destino. Bien y mal, gracia y
pecado, vida y muerte, se enfrentarán cada vez más en su interior
como categorías morales, pero también y sobre todo como opciones
fundamentales que habrá de efectuar o rehusar con lucidez y sentido
de responsabilidad. Es evidente que una catequesis que denuncie el
egoísmo en nombre de la generosidad, que exponga sin simplismos ni
esquematismos ilusorios el sentido cristiano del trabajo, del bien
común, de la justicia y de la caridad, una catequesis sobre la paz
entre las naciones, sobre la promoción de la dignidad humana, del
desarrollo, de la liberación tal como las presentan documentos
recientes de la Iglesia,(88) completará felizmente en los
espíritus de los jóvenes una buena catequesis de las realidades
propiamente religiosas, que nunca ha de ser desatendida. La
catequesis cobra entonces una importancia considerable, porque es el
momento en que el evangelio podrá ser presentado, entendido y
aceptado como capaz de dar sentido a la vida y, por consiguiente, de
inspirar actitudes de otro modo inexplicables: renuncia,
desprendimiento, mansedumbre, justicia, compromiso, reconciliación,
sentido de lo Absoluto y de lo invisible, etc., rasgos todos ellos
que permitirán identificar entre sus compañeros a este joven como
discípulo de Jesucristo.
La catequesis prepara así para los grandes
compromisos cristianos de la vida adulta. En lo que se refiere por
ejemplo a las vocaciones para la vida sacerdotal y religiosa, es
cosa cierta que muchas de ellas han nacido en el curso de una
catequesis bien llevada a lo largo de la infancia y de la
adolescencia.
Desde la infancia hasta el umbral de la
madurez, la catequesis se convierte, pues, en una escuela permanente
de la fe y sigue de este modo las grandes etapas de la vida como
faro que ilumina la ruta del niño, del adolescente y del joven.
Adaptación de la catequesis a los jóvenes
40. Es consolador comprobar que, durante la IV
Asamblea general del Sínodo y a lo largo de estos años que lo han
seguido, la Iglesia ha compartido ampliamente esta preocupación:
¿Cómo impartir la catequesis a los niños y a los jóvenes?
¡Quiera Dios que la atención así despertada perdure mucho tiempo
en la conciencia de la Iglesia! En ese sentido, el Sínodo ha sido
precioso para la Iglesia entera, al esforzarse por delinear con la
mayor precisión posible el rostro complejo de la juventud actual;
al mostrar que esta juventud emplea un lenguaje al que es preciso
saber traducir, con paciencia y buen sentido, sin traicionarlo, el
mensaje de Jesucristo; al demostrar que, a despecho de las
apariencias, esta juventud tiene, aunque sea confusamente, no sólo
la disponibilidad y la apertura, sino también verdadero deseo de
conocer a «Jesús, llamado Cristo»;(89) al revelar, finalmente,
que la obra de la catequesis, si se quiere llevar a cabo con rigor y
seriedad, es hoy día más ardua y fatigosa que nunca a causa de los
obstáculos y dificultades de toda índole con que topa, pero
también es más reconfortante que nunca a causa de la hondura de
las respuestas que recibe por parte de los niños y de los jóvenes.
Ahí hay un tesoro con el que la Iglesia puede y debe contar en los
años venideros.
Algunas categorías de jóvenes destinatarios
de la catequesis, dada su situación peculiar, postulan también una
atención especial.
Minusválidos
41. Se trata ante todo de los niños y de los
jóvenes física o mentalmente minusválidos. Estos tienen derecho a
conocer como los demás coetáneos el «misterio de la fe». Al ser
mayores las dificultades que encuentran, son más meritorios los
esfuerzos de ellos y de sus educadores. Es motivo de alegría
comprobar que organizaciones católicas especialmente consagradas a
los jóvenes minusválidos tuvieron a bien aportar al Sínodo su
experiencia en la materia, y sacaron del Sínodo el deseo renovado
de afrontar mejor este importante problema. Merecen ser vivamente
alentadas en esta tarea.
Jóvenes sin apoyo religioso
42. Mi pensamiento se dirige después a los
niños y a los jóvenes, cada vez más numerosos, nacidos y educados
en un hogar no cristiano, o al menos no practicante, pero deseosos
de conocer la fe cristiana. Se les deberá asegurar una catequesis
adecuada para que puedan creer en la fe y vivirla progresivamente, a
pesar de la falta de apoyo, acaso a pesar de la oposición que
encuentren en su familia y en su ambiente.
Adultos
43. Continuando la serie de destinatarios de la
catequesis, no puedo menos de poner de relieve ahora una de las
preocupaciones más constantes de los Padres del Sínodo, impuesta
con vigor y con urgencia por las experiencias que se están dando en
el mundo entero: se trata del problema central de la catequesis de
los adultos. Esta es la forma principal de la catequesis porque
está dirigida a las personas que tienen las mayores
responsabilidades y la capacidad de vivir el mensaje cristiano bajo
su forma plenamente desarrollada.(90) La comunidad cristiana no
podría hacer una catequesis permanente sin la participación
directa y experimentada de los adultos, bien sean ellos
destinatarios o promotores de la actividad catequética. El mundo en
que los jóvenes están llamados a vivir y dar testimonio de la fe
que la catequesis quiere ahondar y afianzar, está gobernado por los
adultos: la fe de éstos debería igualmente ser iluminada,
estimulada o renovada sin cesar con el fin de penetrar las
realidades temporales de las que ellos son responsables. Así pues,
para que sea eficaz, la catequesis ha de ser permanente y sería
ciertamente vana si se detuviera precisamente en el umbral de la
edad madura puesto que, si bien ciertamente de otra forma, se revela
no menos necesaria para los adultos.
Cuasi catecúmenos
44. Entre estos adultos que tienen necesidad de
la catequesis, nuestra preocupación pastoral y misionera se dirige
a los que, nacidos y educados en regiones todavía no
cristianizadas, no han podido profundizar la doctrina cristiana que
un día las circunstancias de la vida les hicieron encontrar; a los
que en su infancia recibieron una catequesis proporcionada a esa
edad, pero que luego se alejaron de toda práctica religiosa y se
encuentran en la edad madura con conocimientos religiosos más bien
infantiles; a los que se resienten de una catequesis sin duda
precoz, pero mal orientada o mal asimilada; a los que, aun habiendo
nacido en países cristianos, incluso dentro de un cuadro
sociológicamente cristiano, nunca fueron educados en su fe y, en
cuanto adultos, son verdaderos catecúmenos.
Catequesis diversificadas y complementarias
45. Así pues, los adultos de cualquier edad,
incluidas las personas de edad avanzada —que merecen atención
especial dada su experiencia y sus problemas— son destinatarios de
la catequesis igual que los niños, los adolescentes y los jóvenes.
Habría que hablar también de los emigrantes, de las personas
marginadas por la evolución moderna, de las que viven en las
barriadas de las grandes metrópolis, a menudo desprovistas de
iglesias, de locales y de estructuras adecuadas. Por todos ellos
quiero formular votos a fin de que se multipliquen las iniciativas
encaminadas a su formación cristiana con los instrumentos
apropiados (medios audio-visuales, publicaciones, mesas redondas,
conferencias), de suerte que muchos adultos puedan suplir las
insuficiencias o deficiencias de la catequesis, o completar
armoniosamente, a un nivel más elevado, la que recibieron en la
infancia, o incluso enriquecerse en este campo hasta el punto de
poder ayudar más seriamente a los demás.
Con todo, es importante que la catequesis de
los ninos y de los jóvenes, la catequesis permanente y la
catequesis de adultos no sean compartimientos estancos e
incomunicados. Más importante aún es que no haya ruptura entre
ellas. Al contrario, es menester propiciar su perfecta
complementariedad: los adultos tienen mucho que dar a los jóvenes y
a los niños en materia de catequesis, pero también pueden recibir
mucho de ellos para el crecimiento de su vida cristiana.
Hay que repetirlo: en la Iglesia de Jesucristo
nadie debería sentirse dispensado de recibir la catequesis;
pensamos incluso en los jóvenes seminaristas y religiosos, y en
todos los que están destinados a la tarea de pastores y
catequistas, los cuales desempeñarán mucho mejor ese ministerio si
saben formarse humildemente en la escuela de la Iglesia, la gran
catequista y a la vez la gran catequizada.
VI
MÉTODOS Y MEDIOS DE LA CATEQUESIS
Medios de comunicación social
46. Desde la enseñanza oral de los Apóstoles
a las cartas que circulaban entre las Iglesias y hasta los medios
más modernos, la catequesis no ha cesado de buscar los métodos y
los medios más apropiados a su misión, con la participación
activa de las comunidades, bajo impulso de los Pastores Este
esfuerzo debe continuar.
Me vienen espontáneamente al pensamiento las
grandes posibilidades que ofrecen los medios de comunicación social
y los medios de comunicación de grupos: televisión, radio, prensa,
discos, cintas grabadas, todo lo audio-visual. Los esfuerzos
realizados en estos campos son de tal alcance que pueden alimentar
las más grandes esperanzas. La experiencia demuestra, por ejemplo,
la resonancia de una enseñanza radiofónica o televisiva, cuando
sabe unir una apreciable expresión estética con una rigurosa
fidelidad al Magisterio. La Iglesia tiene hoy muchas ocasiones de
tratar estos problemas —incluidas las jornadas de los medios de
comunicación social—, sin que sea necesario extenderse aquí
sobre ello no obstante su capital importancia.
Múltiples lugares, momentos o reuniones por
valorizar
47. Pienso asimismo en diversos momentos de
gran importancia en que la catequesis encuentra cabalmente su
puesto: por ejemplo, las peregrinaciones diocesanas, regionales o
nacionales, que son más provechosas si están centradas en un tema
escogido con acierto a partir de la vida de Cristo, de la Virgen y
de los Santos; las misiones tradicionales, tantas veces abandonadas
con excesiva prisa, y que son insustituibles para una renovación
periódica y vigorosa de la vida cristiana —hay que reanudarlas y
remozarlas—; los círculos bíblicos, que deben ir más allá de
la exégesis para hacer vivir la Palabra de Dios; las reuniones de
las comunidades eclesiales de base, en la medida en que se atengan a
los criterios expuestos en la Exhortación Apostólica «Evangelii
nuntiandi».(91) Quiero recordar también los grupos de jóvenes que
en ciertas regiones, con denominaciones y fisonomías distintas
—mas con el mismo fin de dar a conocer a Jesucristo y de vivir el
Evangelio—, se multiplican y florecen como en una primavera muy
reconfortante para la Iglesia: grupos de acción católica, grupos
caritativos, grupos de oración, grupos de reflexión cristiana,
etc. Estos grupos suscitan grandes esperanzas para la Iglesia del mañana.
Pero en el nombre de Jesús conjuro a los jóvenes que los forman, a
sus responsables y a los sacerdotes que les consagran lo mejor de su
ministerio: no permitáis por nada del mundo que en estos grupos,
ocasiones privilegiadas de encuentro, ricos en tantos valores de
amistad y solidaridad juveniles, de alegría y de entusiasmo, de
reflexión sobre los hechos y las cosas, falte un verdadero estudio
de la doctrina cristiana. En ese caso se expondrían —y el
peligro, por desgracia, se ha verificado sobradamente— a
decepcionar a sus miembros y a la Iglesia misma.
El esfuerzo catequético, posible en estos
lugares y en otros muchos, tiene tantas más probabilidades de ser
acogido y de dar sus frutos, cuanto más se respete su naturaleza
propia. Con una inserción apropiada, conseguirá esa diversidad y
complementaridad de contactos que le permite desarrollar toda la
riqueza de su concepto, mediante la triple dimensión de palabra, de
memoria y de testimonio —de doctrina, de celebración y de
compromiso en la vida— que el mensaje del Sínodo al Pueblo de
Dios ha puesto en evidencia.(92)
Homilía
48. Esta observación vale mas aún para la
catequesis que se hace dentro del cuadro litúrgico y concretamente
en la asamblea litúrgica: respetando lo específico y el ritmo
propio de este cuadro, la homilía vuelve a recorrer el itinerario
de fe propuesto por la catequesis y lo conduce a su
perfeccionamiento natural; al mismo tiempo impulsa a los discípulos
del Señor a emprender cada día su itinerario espiritual en la
verdad, la adoración y la acción de gracias. En este sentido se
puede decir que la pedagogía catequética encuentra, a su vez, su
fuente y su plenitud en la eucaristía dentro del horizonte completo
del año litúrgico. La predicación centrada en los textos bíblicos,
debe facilitar entonces, a su manera, el que los fieles se
familiaricen con el conjunto de los misterios de la fe y de las
normas de la vida cristiana. Hay que prestar una gran atención a la
homilía: ni demasiado larga, ni demasiado breve, siempre
cuidadosamente preparada, sustanciosa y adecuada, y reservada a los
ministros autorizados. Esta homilía debe tener su puesto en toda
eucaristía dominical o festiva, y también en la celebración de
los bautismos, de las liturgias penitenciales, de los matrimonios,
de los funerales. Es éste uno de los beneficios de la renovada
liturgia.
Publicaciones catequéticas
49. En medio de este conjunto de vías y de
medios —toda actividad de la Iglesia tiene una dimensión catequética—
las obras de catecismo, lejos de perder su importancia esencial,
adquieren nuevo relieve. Uno de los aspectos más interesantes del
florecimiento actual de la catequesis consiste en la renovación y
multiplicación de los libros catequéticos que en la Iglesia se ha
verificado un poco por doquier. Han visto la luz obras numerosas y
muy logradas, y constituyen una verdadera riqueza al servicio de la
enseñanza catequética. Pero hay que reconocer igualmente, con
honradez y humildad, que esta floración y esta riqueza han llevado
consigo ensayos y publicaciones equívocas y perjudiciales para los
jovenes y para la vida de la Iglesia. Bastante a menudo, aquí y allá,
con el fin de encontrar el lenguaje más apto o de estar al día en
lo que atañe a los métodos pedagógicos, ciertas obras catequéticas
desorientan a los jóvenes y aun a los adultos, ya por la omisión,
consciente o inconsciente, de elementos esenciales a la fe de la
Iglesia, ya por la excesiva importancia dada a determinados temas
con detrimento de los demás, ya sobre todo por una visión global
harto horizontalista, no conforme con la enseñanza del Magisterio
de la Iglesia.
No basta, por tanto, que se multipliquen las
obras catequéticas. Para que respondan a su finalidad, son
indispensables algunas condiciones:
que conecten con la vida concreta de la
generación a la que se dirigen, teniendo bien presentes sus
inquietudes y sus interrogantes, sus luchas y sus esperanzas; que se
esfuercen por encontrar el lenguaje que entiende esa generación;
que se propongan decir todo el mensaje de Cristo y de su Iglesia,
sin pasar por alto ni deformar nada, exponiéndolo todo según un
eje y una estructura que hagan resaltar lo esencial; que tiendan
realmente a producir en sus usuarios un conocimiento mayor de los
misterios de Cristo en orden a una verdadera conversión y a una
vida más conforme con el querer de Dios.
Catecismos
50. Todos los que asumen la pesada tarea de
preparar estos instrumentos catequéticos, y con mayor razón el
texto de los catecismos, no pueden hacerlo sin la aprobación de los
Pastores que tienen autoridad para darla, ni sin inspirarse lo más
posible en el Directorio general de Catequesis que sigue siendo
norma de referencia.(93)
A este respecto, no puedo menos de animar
fervientemente a las Conferencias episcopales del mundo entero: que
emprendan, con paciencia pero también con firme resolución, el
imponente trabajo a realizar de acuerdo con la Sede Apostólica,
para lograr catecismos fieles a los contenidos esenciales de la
Revelación y puestos al día en lo que se refiere al método,
capaces de educar en una fe robusta a las generaciones cristianas de
los tiempos nuevos.
Esta breve mención a los medios y a las vías
de la catequesis contemporánea no agota la riqueza de las
proposiciones elaboradas por los Padres del Sínodo. Es
reconfortante pensar que en cada país se realiza actualmente una
preciosa colaboración para una renovación más orgánica y más
segura de estos aspectos de la catequesis. ¿Cómo es posible dudar
de que la Iglesia pueda encontrar personas competentes y medios
adaptados para responder, con la gracia de Dios, a las exigencias
complejas de la comunicación con los hombres de nuestro tiempo?
VII
CÓMO DAR LA CATEQUESIS
Diversidad de métodos
51. La edad y el desarrollo intelectual de los
cristianos, su grado de madurez eclesial y espiritual y muchas otras
circunstancias personales postulan que la catequesis adopte métodos
muy diversos para alcanzar su finalidad específica: la educación
en la fe. Esta variedad es requerida también, en un plano más
general, por el medio socio-cultural en que la Iglesia lleva a cabo
su obra catequética.
La variedad en los métodos es un signo de vida
y una riqueza. Así lo han considerado los Padres de la IV Asamblea
general del Sínodo, llamando la atención sobre las condiciones
indispensables para que sea útil y no perjudique a la unidad de la
enseñanza de la única fe.
Al servicio de la Revelación y de la conversión
52. La primera cuestión de orden general que
se presenta concierne el riesgo y la tentación de mezclar
indebidamente la enseñanza catequética con perspectivas ideológicas,
abierta o larvadamente, sobre todo de índole político-social, o
con opciones políticas personales. Cuando estas perspectivas
predominan sobre el mensaje central que se ha de transmitir, hasta
oscurecerlo y relegarlo a un plano secundario, incluso hasta
utilizarlo para sus fines, entonces la catequesis queda desvirtuada
en sus raíces. E1 Sínodo ha insistido con razón en la necesidad
de que la catequesis se mantenga por encima de las tendencias
unilaterales divergentes —de evitar las «dicotomías»— aun en
el campo de las interpretaciones teológicas dadas a tales
cuestiones. La pauta que ha de procurar seguir es la Revelación,
tal como la transmite el Magisterio universal de la Iglesia en su
forma solemne u ordinaria. Esta Revelación es la de un Dios creador
y redentor, cuyo Hijo, habiendo venido entre los hombres hecho
carne, no sólo entra en la historia personal de cada hombre, sino
también en la historia humana, convirtiéndose en su centro. Esta
es, por tanto, la Revelación de un cambio radical del hombre y del
universo, de todo lo que forma el tejido de la existencia humana,
bajo la influencia de la Buena Nueva de Jesucristo. Una catequesis
así entendida supera todo moralismo formalista, aun cuando incluya
una verdadera moral cristiana. Supera principalmente todo mesianismo
temporal, social o político. Apunta a alcanzar el fondo del hombre.
Encarnación del mensaje en las culturas
53. Abordo ahora una segunda cuestión. Como
decía recientemente a los miembros de la Comisión bíblica, «el término
"aculturación" o "inculturación", además de
ser un hermoso neologismo, expresa muy bien uno de los componentes
del gran misterio de la Encarnación».(94) De la catequesis como de
la evangelización en general, podemos decir que está llamada a
llevar la fuerza del evangelio al corazón de la cultura y de las
culturas. Para ello, la catequesis procurará conocer estas culturas
y sus componentes esenciales; aprenderá sus expresiones más
significativas, respetará sus valores y riquezas propias. Sólo así
se podrá proponer a tales culturas el conocimiento del misterio
oculto(95) y ayudarles a hacer surgir de su propia tradición viva
expresiones originales de vida, de celebración y de pensamiento
cristianos. Se recordará a menudo dos cosas:
por una parte, el Mensaje evangélico no se
puede pura y simplemente aislarlo de la cultura en la que está
inserto desde el principio (el mundo bíblico y, más concretamente,
el medio cultural en el que vivió Jesús de Nazaret); ni tampoco,
sin graves pérdidas, podrá ser aislado de las culturas en las que
ya se ha expresado a lo largo de los siglos; dicho Mensaje no surge
de manera espontánea en ningún «humus» cultural; se transmite
siempre a través de un diálogo apostólico que está
inevitablemente inserto en un cierto diálogo de culturas;por otra
parte, la fuerza del Evangelio es en todas partes transformadora y
regeneradora. Cuando penetra una cultura ¿quién puede sorprenderse
de que cambien en ella no pocos elementos? No habría catequesis si
fuese el Evangelio el que hubiera de cambiar en contacto con las
culturas.
En ese caso ocurría sencillamente lo que san
Pablo llama, con una expresión muy fuerte, «reducir a nada la cruz
de Cristo».(96)
Otra cosa sería tomar como punto de arranque,
con prudencia y discernimiento, elementos —religiosos o de otra índole—
que forman parte del patrimonio cultural de un grupo humano para
ayudar a las personas a entender mejor la integridad del misterio
cristiano. Los catequistas auténticos saben que la catequesis «se
encarna» en las diferentes culturas y ambientes: baste pensar en la
diversidad tan grande de los pueblos, en los jóvenes de nuestro
tiempo, en las circunstancias variadísimas en que hoy día se
encuentran las gentes; pero no aceptan que la catequesis se
empobrezca por abdicación o reducción de su mensaje, por
adaptaciones, aun de lenguaje, que comprometan el «buen depósito»
de la fe,(97) o por concesiones en materia de fe o de moral; están
convencidos de que la verdadera catequesis acaba por enriquecer a
esas culturas, ayudándolas a superar los puntos deficientes o
incluso inhumanos que hay en ellas y comunicando a sus valores legítimos
la plenitud de Cristo.(98)
Aportación de las devociones populares
54. Otra cuestión de método concierne a la
valorización, mediante la enseñanza catequética, de los elementos
válidos de la piedad popular. Pienso en las devociones que en
ciertas regiones practica el pueblo fiel con un fervor y una
rectitud de intención conmovedores, aun cuando en muchos aspectos
haya que purificar, o incluso rectificar, la fe en que se apoyan.
Pienso en ciertas oraciones fáciles de entender y que tantas gentes
sencillas gustan de repetir. Pienso en ciertos actos de piedad
practicados con deseo sincero de hacer penitencia o de agradar al Señor.
En la mayor parte de esas oraciones o de esas prácticas, junto a
elementos que se han de eliminar, hay otros que, bien utilizados,
podrían servir muy bien para avanzar en el conocimiento del
misterio de Cristo o de su mensaje: el amor y la misericordia de
Dios, la Encarnación de Cristo, su cruz redentora y su resurrección,
la acción del Espíritu en cada cristiano y en la Iglesia, el
misterio del más allá, la práctica de las virtudes evangélicas,
la presencia del cristiano en el mundo, etc. Y ¿por qué motivo íbamos
a tener que utilizar elementos no cristianos —incluso
anticristianos— rehusando apoyarnos en elementos que, aun
necesitando revisión y rectificación, tienen algo cristiano en su
raíz?
Memorización
55. La última cuestión metodológica que
conviene al menos subrayar —más de una vez se hizo alusión a
ella en el Sínodo— es la memorización. Los comienzos de la
catequesis cristiana, que coincidieron con una civilización
eminentemente oral, recurrieron muy ampliamente a la memorización.
Y la catequesis ha conocido una larga tradición de aprendizaje por
la memoria de las principales verdades. Todos sabemos que este método
puede presentar ciertos inconvenientes: no es el menor el de
prestarse a una asimilación insuficiente, a veces casi nula, reduciéndose
todo el saber a fórmulas que se repiten sin haber calado en ellas.
Estos inconvenientes, unidos a las características diversas de
nuestra civilización, han llevado aquí o allí a la supresión
casi total —definitiva, por desgracia, según algunos— de la
memorización en la catequesis. Y sin embargo, con ocasión de la IV
Asamblea general del Sínodo, se han hecho oír voces muy
autorizadas para reequilibrar con buen criterio la parte de la
reflexión y de la espontaneidad, del diálogo y del silencio, de
los trabajos escritos y de la memoria. Por otra parte, determinadas
culturas tienen en gran aprecio la memorización.
¿Por qué, mientras en la enseñanza profana
de ciertos países se elevan críticas cada vez más numerosas
contra las lamentables consecuencias que se siguen del menosprecio
de esa facultad humana que es la memoria, por qué no tratar de
revalorizarla en la catequesis de manera inteligente y aún
original, tanto más cuanto la celebración o «memoria» de los
grandes acontecimientos de la historia de la salvación exige que se
tenga un conocimiento preciso? Una cierta memorización de las
palabras de Jesús, de pasajes bíblicos importantes, de los diez
mandamientos, de fórmulas de profesión de fe, de textos litúrgicos,
de algunas oraciones esenciales, de nociones-clave de la
doctrina..., lejos de ser contraria a la dignidad de los jóvenes
cristianos, o de constituir un obstáculo para el diálogo personal
con el Señor, es una verdadera necesidad, como lo han recordado con
vigor los Padres sinodales. Hay que ser realistas. Estas flores, por
así decir, de la fe y de la piedad no brotan en los espacios desérticos
de una catequesis sin memoria. Lo esencial es que esos textos
memorizados sean interiorizados y entendidos progresivamente en su
profundidad, para que sean fuente de vida cristiana personal y
comunitaria.
La pluralidad de métodos en la catequesis
contemporánea puede ser signo de vitalidad y de ingeniosidad. En
todo caso, conviene que el método escogido se refiera en fin de
cuentas a una ley fundamental para toda la vida de la Iglesia: la
fidelidad a Dios y la fidelidad al hombre, en una misma actitud de
amor.
VIII
LA ALEGRÍA DE LA FE EN UN MUNDO DIFÍCIL
Afirmar la identidad cristiana...
56. Vivimos en un mundo difícil donde la
angustia de ver que las mejores realizaciones del hombre se le
escapan y se vuelven contra él,(99) crea un clima de incertidumbre.
Es en este mundo donde la catequesis debe ayudar a los cristianos a
ser, para su gozo y para el servicio de todos, «luz» y «sal».(100)
Ello exige que la catequesis les dé firmeza en su propia identidad
y que se sobreponga sin cesar a las vacilaciones, incertidumbres y
desazones del ambiente. Entre otras muchas dificultades, que son
otros tantos desafíos para la fe, pongo de relieve algunas para
ayudar a la catequesis a superarlas.
... en un mundo indiferente ...
57. Se hablaba mucho, hace algunos años, de un
mundo secularizado, de una era postcristiana. La moda pasa... Pero
permanece una realidad profunda. Los cristianos de hoy deben ser
formados para vivir en un mundo que ampliamente ignora a Dios o que,
en materia religiosa, en lugar de un diálogo exigente y fraterno,
estimulante para todos, cae muy a menudo en un indiferentismo
nivelador, cuando no se queda en una actitud menospreciativa de «suspicacia»
en nombre de sus progresos en materia de «explicaciones» científicas.
Para «entrar» en este mundo, para ofrecer a todos un «diálogo de
salvación»(101) donde cada uno se siente respetado en su dignidad
fundamental, la de buscador de Dios, tenemos necesidad de una
catequesis que enseñe a los jóvenes y a los adultos de nuestras
comunidades a permanecer lúcidos y coherentes en su fe, a afirmar
serenamente su identidad cristiana y católica, a «ver lo invisible»(102)
y a adherirse de tal manera al absoluto de Dios que puedan dar
testimonio de Él en una civilización materialista que lo niega.
... con la pedagogía original de la fe
58. La originalidad irreductible de la
identidad cristiana tiene como corolario y condición una pedagogía
no menos original de la fe. Entre las numerosas y prestigiosas
ciencias del hombre que han progresado enormemente en nuestros días,
la pedagogía es ciertamente una de las más importantes. Las
conquistas de las otras ciencias —biología, psicología, sociología—
le ofrecen aportaciones preciosas. La ciencia de la educación y el
arte de enseñar son objeto de continuos replanteamientos con miras
a una mejor adaptación o a una mayor eficacia, con resultados por
lo demás desiguales.
Pues bien, también hay una pedagogía de la fe
y nunca se ponderará bastante lo que ésta puede hacer en favor de
la catequesis. En efecto, es cosa normal adaptar, en beneficio de la
educación en la fe, las técnicas perfeccionadas y comprobadas de
la educación en general. Sin embargo es importante tener en cuenta
en todo momento la originalidad fundamental de la fe. Cuando se
habla de pedagogía de la fe, no se trata de transmitir un saber
humano, aun el más elevado; se trata de comunicar en su integridad
la Revelación de Dios. Ahora bien, Dios mismo, a lo largo de toda
la historia sagrada y principalmente en el Evangelio, se sirvió de
una pedagogía que debe seguir siendo el modelo de la pedagogía de
la fe. En catequesis, una técnica tiene valor en la medida en que
se pone al servicio de la fe que se ha de transmitir y educar, en
caso contrario, no vale.
Lenguaje adaptado al servicio del Credo
59. Un problema, próximo al anterior es el del
lenguaje. Todos saben la candente actualidad de este tema. ¿No es
paradójico constatar también que los estudios contemporáneos, en
el campo de la comunicación, de la semántica y de la ciencia de
los símbolos, por ejemplo, dan una importancia notable al lenguaje;
mas, por otra parte, el lenguaje es utilizado abusivamente hoy al
servicio de la mistificación ideológica, de la masificación del
pensamiento y de la reducción del hombre al estado de objeto?
Todo eso influye notablemente en el campo de la
catequesis. En efecto, ésta tiene el deber imperioso de encontrar
el lenguaje adaptado a los niños y a los jóvenes de nuestro tiempo
en general, y a otras muchas categorías de personas: lenguaje de
los estudiantes, de los intelectuales, de los hombres de ciencia;
lenguaje de los analfabetos o de las personas de cultura primitiva;
lenguaje de los minusválidos, etc. San Agustín se encontró ya con
ese problema y contribuyó a resolverlo para su época con su famosa
obra De catechizandis rudibus. Tanto en catequesis como en teología,
el tema del lenguje es sin duda alguna primordial. Pero no está de
más recordarlo aquí: la catequesis no puede aceptar ningún
lenguaje que, bajo el pretexto que sea, aun supuestamente científico,
tenga como resultado desvirtuar el contenido del Credo. Tampoco es
admisible un lenguaje que engañe o seduzca. Al contrario, la ley
suprema es que los grandes progresos realizados en el campo de la
ciencia del lenguaje han de poder ser utilizados por la catequesis
para que ésta pueda «decir» o «comunicar» más fácilmente al
niño, al adolescente, a los jóvenes y a los adultos de hoy todo su
contenido doctrinal sin deformación.
Búsqueda y certeza de la fe
60. Un desafío muy sutil viene algunas veces
del modo mismo de entender la fe. Ciertas escuelas filosóficas
contemporáneas, que parecen ejercer gran influencia en algunas
corrientes teológicas y, a través de ellas, en la práctica
pastoral, acentúan de buen grado, que la actitud humana fundamental
es la de una búsqueda sin fin, una búsqueda que no alcanza nunca
su objeto. En teología, este modo de ver las cosas afirmará muy
categóricamente que la fe no es una certeza sino un interrogante,
no es una claridad sino un salto en la oscuridad.
Estas corrientes de pensamiento, no cabe duda,
tienen la ventaja de recordarnos que la fe dice relación a cosas
que no se poseen todavía, puesto que se las espera, que todavía no
se ven más que «en un espejo y obscuramente»,(103) y que Dios
habita una luz inaccessible.(104) Nos ayudan a no hacer de la fe
cristiana una actitud de instalado, sino una marcha hacia adelante,
como la de Abrahán. Con mayor razón conviene evitar el presentar
como ciertas las cosas que no lo son.
Con todo, no hay que caer en el extremo
opuesto, como sucede con demasiada frecuencia. La misma carta a los
Hebreos dice que «la fe es la garantía de las cosas que se
esperan, la prueba de las realidades que no se ven»(105) Si no
tenemos la plena posesión, tenemos una garantía y una prueba. En
la educación de los niños, de los adolescentes y de los jóvenes,
no les demos un concepto totalmente negativo de la fe —como un
no-saber absoluto, una especie de ceguera, un mundo de tinieblas—,
antes bien, sepamos mostrarles que la búsqueda humilde y valiente
del creyente, lejos de partir de la nada, de meras ilusiones, de
opiniones falibles y de incertidumbres, se funda en la Palabra de
Dios que ni se engaña ni engaña, y se construye sin cesar sobre la
roca inamovible de esa Palabra. Es la búsqueda de los Magos a
merced de una estrella,(106) búsqueda a propósito de la cual
Pascal, recogiendo un pensamiento de san Agustín escribía en términos
muy profundos: «No me buscarías si no me hubieras encontrado».(107)
Finalidad de la catequesis es también dar a
los jóvenes catecúmenos aquellas certezas, sencillas pero sólidas,
que les ayuden a buscar, cada vez más y mejor, el conocimiento del
Señor.
Catequesis y teología
61. En este contexto, me parece importante que
se comprenda bien la correlación existente entre catequesis y
teología.
Esta correlación es evidentemente profunda y
vital para quien comprende la misión irreemplazable de la teología
al servicio de la fe. Nada tiene de extraño que toda conmoción en
el campo de la teología provoque repercusiones igualmente en el
terreno de la catequesis. Ahora bien, en este inmediato
post-concilio, la Iglesia vive un momento importante pero arriesgado
de investigación teológica. Y lo mismo habría que decir de la
hermenéutica en exégesis.
Padres Sinodales provenientes de todos los
continentes han abordado la cuestión con un lenguaje muy neto: han
hablado de un «equilibrio inestable» que amenaza con pasar de la
teología a la catequesis, y han señalado la necesidad de atajar
este mal. El Papa Pablo VI había abordado personalmente el
problema, con términos no menos netos, en la introducción a su
solemne Profesión de Fe(108) y en la Exhortación Apostólica que
conmemoró el V aniversario de la clausura del Concilio Vaticano
II.(109)
Conviene insistir nuevamente en este punto.
Conscientes de la influencia que sus investigaciones y afirmaciones
ejercen en la enseñanza catequética, los teólogos y los exegetas
tienen el deber de estar muy atentos para no hacer pasar por
verdades ciertas lo que, por el contrario, pertenece al ámbito de
las cuestiones opinables o discutidas entre expertos. Los
catequistas tendrán a su vez el buen criterio de recoger en el
campo de la investigación teológica lo que pueda iluminar su
propia reflexión y su enseñanza, acudiendo como los teólogos a
las verdaderas fuentes, a la luz del Magisterio. Se abstendrán de
turbar el espíritu de los niños y de los jóvenes, en esa etapa de
su catequesis, con teorías extrañas, problemas fútiles o
discusiones estériles, muchas veces fustigadas por san Pablo en sus
cartas pastorales.(110)
El don más precioso que la Iglesia puede
ofrecer al mundo de hoy, desorientado e inquieto, es el formar unos
cristianos firmes en lo esencial y humildemente felices en su fe. La
catequesis les enseñará esto y desde el principio sacará su
provecho: «El hombre que quiere comprenderse hasta el fondo a sí
mismo —no solamente según criterios y medidas del propio ser
inmediatos, parciales, a veces superficiales e incluso aparentes—
debe, con su inquietud, incertidumbre e incluso con su debilidad y
pecaminosidad, con su vida y con su muerte acercarse a Cristo. Debe,
por decirlo así, entrar en Él con todo su ser, debe
"apropiarse" y asimilar toda la realidad de la Encarnación
y de la Redención para encontrarse a sí mismo».(111)
IX
LA TAREA NOS CONCIERNE A TODOS
Aliento a todos los responsables
62. Ahora, Hermanos e Hijos queridísimos,
quisiera que mis palabras, concebidas como una grave y ardiente
exhortación de mi ministerio de Pastor de la Iglesia universal,
enardecieran vuestros corazones a la manera de las cartas de san
Pablo a sus compañeros de Evangelio Tito y Timoteo, a la manera de
san Agustín cuando escribía al diácono Deogracias, desalentado
sobre el gozo de catequizar.(112) ¡Sí, quiero sembrar pródigamente
en el corazón de todos los responsables, tan numerosos y diversos,
de la enseñanza religiosa y del adiestramiento en la vida según el
Evangelio, el valor, la esperanza y el entusiasmo!
Obispos
63. Me dirijo ante todo a vosotros, mis
Hermanos Obispos: el Concilio Vaticano II ya os recordó explícitamente
vuestra tarea en el campo catequético,(113) y los Padres de la IV
Asamblea general del Sínodo lo subrayaron expresamente.
En el campo de la catequesis tenéis vosotros,
queridísimos Hermanos, una misión particular en vuestras Iglesias:
en ellas sois los primeros responsables de la catequesis, los
catequistas por excelencia. Lleváis también con el Papa en el espíritu
de la colegialidad episcopal, el peso de la catequesis en la Iglesia
entera. Permitid, pues que os hable con el corazón en la mano.
Sé que el ministerio episcopal que tenéis
encomendado es cada día más complejo y abrumador. Os requieren mil
compromisos, desde la formación de nuevos sacerdotes, a la
presencia activa en medio de las comunidades de fieles, desde la
celebración viva y digna del culto y de los sacramentos, a la
solicitud por la promoción humana y por la defensa de los derechos
del hombre. Pues bien, ¡que la solicitud por promover una
catequesis activa y eficaz no ceda en nada a cualquier otra
preocupación. Esta solicitud os llevará a transmitir personalmente
a vuestros fieles la doctrina de vida. Pero debe llevaros también a
haceros cargo en vuestras diócesis, en conformidad con los planes
de la Conferencia episcopal a la que pertenecéis, de la alta
dirección de la catequesis, rodeándoos de colaboradores
competentes y dignos de confianza. Vuestro cometido principal
consistirá en suscitar y mantener en vuestras Iglesias una
verdadera mística de la catequesis, pero una mística que se
encarne en una organización adecuada y eficaz, haciendo uso de las
personas, de los medios e instrumentos, así como de los recursos
necesarios. Tened la seguridad de que, si funciona bien la
catequesis en las Iglesias locales, todo el resto resulta más fácil.
Por lo demás —¿hace falta decíroslo?— vuestro celo os impondrá
eventualmente la tarea ingrata de denunciar desviaciones y corregir
errores, pero con mucha mayor frecuencia os deparará el gozo y el
consuelo de proclamar la sana doctrina y de ver cómo florecen
vuestras Iglesias gracias a la catequesis impartida como quiere el
Señor.
Sacerdotes
64. En cuanto a vosotros, sacerdotes, aquí tenéis
un campo en el que sois los colaboradores inmediatos de vuestros
Obispos. El Concilio os ha llamado «educadores de la fe»:(114) ¿Cómo
serlo más cabalmente que dedicando lo mejor de vuestros esfuerzos
al crecimiento de vuestras comunidades en la fe? Lo mismo si tenéis
un cargo parroquial que si sois capellanes en una escuela, instituto
o universidad, si sois responsables de la pastoral a cualquier nivel
o animadores de pequeñas o grandes comunidades, pero sobre todo de
grupos de jóvenes, la Iglesia espera de vosotros que no dejéis
nada por hacer con miras a una obra catequética bien estructurada y
bien orientada. Los diáconos y demás ministros que pueda haber en
torno vuestro son vuestros cooperadores natos. Todos los creyentes
tienen derecho a la catequesis; todos los pastores tienen el deber
de impartirla. A las autoridades civiles pediremos siempre que
respeten la libertad de la enseñanza catequética; a vosotros,
ministros de Jesucristo, os suplico con todas mis fuerzas: no permitáis
que, por una cierta falta de celo, como consecuencia de alguna idea
inoportuna, preconcebida, los fieles se queden sin catequesis. Que
no se pueda decir: «los pequeñuelos piden pan y no hay quien se lo
parta».(115)
Religiosos y religiosas
65. Muchas familias religiosas masculinas y
femeninas nacieron para la educación cristiana de los niños y de
los jóvenes, principalmente los más abandonados. En el decurso de
la historia, los religiosos y las religiosas se han encontrado muy
comprometidos en la actividad catequética de la Iglesia, llevando a
cabo un trabajo particularmente idóneo y eficaz. En un momento en
que se quiere intensificar los vínculos entre los religiosos y los
pastores y, en consecuencia, la presencia activa de las comunidades
religiosas y de sus miembros en los proyectos pastorales de las
Iglesias locales, os exhorto de todo corazón a vosotros, que en
virtud de la consagración religiosa debéis estar aún más
disponibles para servir a la Iglesia, a prepararos lo mejor posible
para la tarea catequética, según las distintas vocaciones de
vuestros institutos y las misiones que os han sido confiadas,
llevando a todas partes esta preocupación. ¡Que las comunidades
dediquen el máximo de sus capacidades y de sus posibilidades a la
obra específica de la catequesis!
Catequistas laicos ...
66. En nombre de toda la Iglesia quiero dar las
gracias a vosotros, catequistas parroquiales, hombres y, en mayor número
aún, mujeres, que en todo el mundo os habéis consagrado a la
educación religiosa de numerosas generaciones de niños. Vuestra
actividad, con frecuencia humilde y oculta, mas ejercida siempre con
celo ardiente y generoso, es una forma eminente de apostolado
seglar, particularmente importante allí donde, por distintas
razones, los niños y los jóvenes no reciben en sus hogares una
formación religiosa conveniente. En efecto, ¿cuántos de nosotros
hemos recibido de personas como vosotros las primeras nociones de
catecismo y la preparación para el sacramento de la reconciliación,
para la primera comunion y para la confirmación? La IV Asamblea
general del Sínodo no os ha olvidado. Con ella os animo a proseguir
vuestra colaboración en la vida de la Iglesia.
Pero el título de «catequista» se aplica por
excelencia a los catequistas de tierras de misión. Habiendo nacido
en familias ya cristianas o habiéndose convertido un día al
cristianismo e instruidos por los misioneros o por otros
catequistas, consagran luego su vida, durante largos años, a
catequizar a los niños y adultos de sus países. Sin ellos no se
habrían edificado Iglesias hoy día florecientes. Me alegro de los
esfuerzos realizados por la S. Congregación para la Evangelización
de los Pueblos con miras a perfeccionar cada vez más la formación
de esos catequistas. Evoco con reconocimiento la memoria de aquellos
a quienes el Señor llamó ya a Sí. Pido la intercesión de
aquellos a quienes mis predecesores elevaron a la gloria de los
altares. Aliento de todo corazón a los que ahora están entregados
a esa obra. Deseo que otros muchos los releven y que su número se
acreciente en favor de una obra tan necesaria para la mision.
... en parroquia ...
67. Quiero evocar ahora el marco concreto en
que actúan habitualmente todos estos catequistas, volviendo todavía
de manera más sintética sobre los «lugares» de la catequesis,
algunos de los cuales han sido ya evocados en el capítulo VI:
parroquia, familia, escuela y movimiento.
Aunque es verdad que se puede catequizar en
todas partes, quiero subrayar —conforme al deseo de muchísimos
Obispos— que la comunidad parroquial debe seguir siendo la
animadora de la catequesis y su lugar privilegiado. Ciertamente, en
muchos países, la parroquia ha sido como sacudida por el fenómeno
de la urbanización. Algunos quizás han aceptado demasiado fácilmente
que la parroquia sea considerada como sobrepasada, si no destinada a
la desaparición en beneficio de pequeñas comunidades más
adaptadas y más eficaces. Quiérase o no, la parroquia sigue siendo
una referencia importante para el pueblo cristiano, incluso para los
no practicantes. El realismo y la cordura piden pues continuar dando
a la parroquia, si es necesario, estructuras más adecuadas y sobre
todo un nuevo impulso gracias a la integración creciente de
miembros cualificados, responsables y generosos. Dicho esto, y
teniendo en cuenta la necesaria diversidad de lugares de catequesis,
en la misma parroquia, en las familias que acogen a niños o
adolescentes, en las capellanías de las escuelas estatales, en las
instituciones escolares católicas, en los movimientos de apostolado
que conservan unos tiempos catequéticos, en centros abiertos a
todos los jóvenes, en fines de semana de formación espiritual,
etc., es muy conveniente que todos estos canales catequéticos
converjan realmente hacia una misma confesión de fe, hacia una
misma pertenencia a la Iglesia, hacia unos compromisos en la
sociedad vividos en el mismo espiritu evangélico: «... un solo Señor,
una sola fe, un solo bautismo, un solo Dios y Padre...».(116) Por
esto, toda parroquia importante y toda agrupación de parroquias numéricamente
más reducidas tienen el grave deber de formar responsables
totalmente entregados a la animación catequética —sacerdotes,
religiosos, religiosas y seglares—, de prever el equipamiento
necesario para una catequesis bajo todos sus aspectos, de
multiplicar y adaptar los lugares de catequesis en la medida que sea
posible y útil, de velar por la cualidad de la formación religiosa
y por la integración de distintos grupos en el cuerpo eclesial.
En una palabra, sin monopolizar y sin
uniformar, la parroquia sigue siendo, como he dicho, el lugar
privilegiado de la catequesis. Ella debe encontrar su vocación, el
ser una casa de familia, fraternal y acogedora, donde los bautizados
y los confirmados toman conciencia de ser pueblo de Dios. Allí, el
pan de la buena doctrina y el pan de la Eucaristía son repartidos
en abundancia en el marco de un solo acto de culto;(117) desde allí
son enviados cada día a su misión apostólica en todas las obras
de la vida del mundo.
...en familia...
68. La acción catequética de la familia tiene
un carácter peculiar y en cierto sentido insustituible, subrayado
con razón por la Iglesia, especialmente por el Concilio Vaticano
II.(118) Esta educación en la fe, impartida por los padres —que
debe comenzar desde la más tierna edad de los niños(119)— se
realiza ya cuando los miembros de la familia se ayudan unos a otros
a crecer en la fe por medio de su testimonio de vida cristiana, a
menudo silencioso, mas perseverante a lo largo de una existencia
cotidiana vivida según el Evangelio. Será más señalada cuando,
al ritmo de los acontecimientos familiares —tales como la recepción
de los sacramentos, la celebración de grandes fiestas litúrgicas,
el nacimiento de un hijo o la ocasión de un luto— se procura
explicitar en familia el contenido cristiano o religioso de esos
acontecimientos. Pero es importante ir más allá: los padres
cristianos han de esforzarse en seguir y reanudar en el ámbito
familiar la formación más metódica recibida en otro tiempo. El
hecho de que estas verdades sobre las principales cuestiones de la
fe de la vida cristiana sean así transmitidas en un ambiente
familiar impregnado de amor y respeto permitirá muchas veces que
deje en los niños una huella de manera decisiva y para toda la
vida. Los mismos padres aprovechen el esfuerzo que esto les impone,
porque en un diálogo catequético de este tipo cada uno recibe y
da.
La catequesis familiar precede, pues, acompaña
y enriquece toda otra forma de catequesis. Además, en los lugares
donde una legislación antirreligiosa pretende incluso impedir la
educación en la fe, o donde ha cundido la incredulidad o ha
penetrado el secularismo hasta el punto de resultar prácticamente
imposible una verdadera creencia religiosa, la iglesia doméstica(120)
es el único ámbito donde los niños y los jóvenes pueden recibir
una auténtica catequesis. Nunca se esforzarán bastante los padres
cristianos por prepararse a este ministerio de catequistas de sus
propios hijos y por ejercerlo con celo infatigable. Y es preciso
alentar igualmente a las personas o instituciones que, por medio de
contactos personales, encuentros o reuniones y toda suerte de medios
pedagógicos, ayudan a los padres a cumplir su cometido: el servicio
que prestan a la catequesis es inestimable.
... en la escuela ...
69. Al lado de la familia y en colaboración
con ella, la escuela ofrece a la catequesis posibilidades no desdeñables.
En los países, cada vez más escasos por desgracia, donde es
posible dar dentro del marco escolar una educación en la fe, la
Iglesia tiene el deber de hacerlo lo mejor posible. Esto se refiere,
ante todo, a la escuela católica: ¿Seguiría mereciendo este
nombre si, aun brillando por su alto nivel de enseñanza en las
materias profanas, hubiera motivo justificado para reprocharle su
negligencia o desviación en la educación propiamente religiosa? ¡Y
no se diga que ésta se dará siempre implícitamente o de manera
indirecta! El carácter propio y la razón profunda de la escuela
católica, el motivo por el cual deberían preferirla los padres católicos,
es precisamente la calidad de la enseñanza religiosa integrada en
la educación de los alumnos. Si es verdad que las instituciones católicas
deben respetar la libertad de conciencia, es decir, evitar cargar
sobre ella desde fuera, por presiones físicas o morales,
especialmente en lo que concierne a los actos religiosos de los
adolescentes, no lo es menos que tienen el grave deber de ofrecer
una formación religiosa adaptada a las situaciones con frecuencia
diversas de los alumnos, y también hacerles comprender que la
llamada de Dios a servirle en espíritu y en verdad, según los
mandamientos de Dios y los preceptos de la Iglesia, sin constreñir
al hombre, no lo obliga menos en conciencia.
Pero me refiero también a la escuela no
confesional y a la estatal. Expreso el deseo ardiente de que,
respondiendo a un derecho claro de la persona humana y de las
familias y en el respeto de la libertad religiosa de todos, sea
posible a todos los alumnos católicos el progresar en su formación
espiritual con la ayuda de una enseñanza religiosa que dependa de
la Iglesia, pero que, según los países, pueda ser ofrecida a la
escuela o en el ámbito de la escuela, o más aún en el marco de un
acuerdo con los poderes públicos sobre los programas escolares, si
la catequesis tiene lugar solamente en la parroquia o en otro centro
pastoral. En efecto, donde hay dificultades objetivas, por ejemplo
cuando los alumnos son de religiones distintas, conviene ordenar los
horarios escolares de cara a permitir a los católicos que
profundicen su fe y su experiencia religiosa, con unos educadores
cualificados, sacerdotes o laicos.
Ciertamente, muchos elementos vitales además
de la escuela contribuyen a influenciar la mentalidad de los jóvenes:
asuetos, medio social, medio laboral. Pero los que han realizado
estudios están fuertemente señalados por ellos, iniciados a unos
valores culturales o morales aprendidos en el clima de la institución
de enseñanza, interpelados por múltiples ideas recibidas en la
escuela: conviene que la catequesis tenga muy en cuenta esta
escolarización para alcanzar verdaderamente los demás elementos
del saber y de la educación, a fin de que el Evangelio impregne la
mentalidad de los alumnos en el terreno de su formación y que la
armonización de su cultura se logre a la luz de la fe. Aliento pues
a los sacerdotes, religiosos, religiosas y seglares que se ocupan de
ayudar a estos alumnos en el plano de la fe. Por lo demás, es el
momento de declarar aquí mi firme convicción de que el respeto
demostrado a la fe católica de los jóvenes, incluso facilitando su
educación, arraigo, consolidación, libre profesión y práctica,
honraría ciertamente a todo Gobierno, cualquiera que sea el sistema
en que se basa o la ideología en que se inspira.
... en los movimientos
70. Reciban finalmente mi palabra de aliento
las asociaciones, movimientos y agrupaciones de fieles que se
dedican a la práctica de la piedad, al apostolado, a la caridad y a
la asistencia, a la presencia cristiana en las realidades
temporales. Todos ellos alcanzarán tanto mejor sus objetivos
propios y servirán tanto mejor a la Iglesia, cuanto más importante
sea el espacio que dediquen, en su organización interna y en su
método de acción, a una seria formación religiosa de sus
miembros. En este sentido, toda asociación de fieles en la Iglesia
debe ser, por definición, educadora de la fe. Así aparece más
ostensiblemente la parte que corresponde hoy a los seglares en la
catequesis, siempre bajo la dirección pastoral de sus Obispos,
como, por otra parte, han subrayado en varias ocasiones las
Proposiciones formuladas por el Sínodo.
Institutos de formación
71. Esta contribución de los seglares, por la
cual hemos de estar reconocidos al Señor, constituye al mismo
tiempo un reto a nuestra responsabilidad de Pastores. En efecto,
esos catequistas seglares deben recibir una formación esmerada para
lo que es, si no un ministerio formalmente instituido, si al menos
una función de altísimo relieve en la Iglesia. Ahora bien, esa
formación nos invita a organizar Centros e Institutos idóneos,
sobre los que los Obispos mantendrán una atención constante. Es un
campo en el que una colaboración diocesana, interdiocesana e
incluso nacional se revela fecunda y fructuosa. Aquí, igualmente,
es donde podrá manifestar su mayor eficacia la ayuda material
ofrecida por las Iglesias más acomodadas a sus hermanas más
pobres. En efecto, ¿es que puede una Iglesia hacer en favor de otra
algo mejor que ayudarla a crecer por sí misma como Iglesia?
A todos los que trabajan generosamente al
servicio del Evangelio y a quienes he expresado aquí mis vivos
alientos, quisiera recordar una consigna muy querida a mi venerado
predecesor Pablo VI: «Evangelizadores: nosotros debemos ofrecer...
la imagen... de hombres adultos en la fe, capaces de encontrarse
más allá de las tensiones reales gracias a la búsqueda común,
sincera y desinteresada de la verdad. Sí, la suerte de la
evangelización está ciertamente vinculada al testimonio de unidad
dado por la Iglesia. He aquí una fuente de responsabilidad, pero
también de consuelo».(121)
CONCLUSIÓN
El Espíritu Santo, Maestro interior
72. Al final de esta Exhortación Apostólica,
la mirada se vuelve hacia Aquél que es el principio inspirador de
toda la obra catequética y de los que la realizan: el Espíritu del
Padre y del Hijo: el Espíritu Santo.
Al exponer la misión que tendría este
Espíritu en la Iglesia, Cristo utiliza estas palabras
significativas: «El os lo enseñará y os traerá a la memoria todo
lo que yo os he dicho»,(122) y añade: «Cuando viniere Aquél, el
Espíritu de verdad, os guiará hacia la verdad completa ..., os
comunicará las cosas venideras».(123)
El Espíritu es, pues, prometido a la Iglesia y
a cada fiel como un Maestro interior que, en la intimidad de la
conciencia y del corazón, hace comprender lo que se había
entendido pero que no se había sido capaz de captar plenamente.
«El Espíritu Santo desde ahora instruye a los fieles —decía a
este respecto san Agustín— según la capacidad espiritual de cada
uno. Y él enciende en sus corazones un deseo más vivo en la medida
en la que cada uno progresa en esta caridad que le hace amar lo que
ya conocía y desear lo que todavía no conocía».(124)
Además, misión del Espíritu es también
transformar a los discípulos en testigos de Cristo: «Él dará
testimonio de mí y vosotros daréis también testimonio».(125)
Más aún. Para san Pablo, que sintetiza en
este punto una teología latente en todo el Nuevo Testamento, la
vida según el Espíritu,(126) es todo el «ser cristiano», toda la
vida cristiana, la vida nueva de los hijos de Dios. Sólo el
Espíritu nos permite llamar a Dios: «Abba, Padre».(127) Sin el
Espíritu no podemos decir: «Jesús es el Señor».(128) Del
Espíritu proceden todos los carismas que edifican la Iglesia,
comunidad de cristianos.(129) En este sentido san Pablo da a cada
discípulo de Cristo esta consigna: «Llenaos del Espíritu».(130)
San Agustín es muy explícito: «El hecho de creer y de obrar bien
son nuestros como consecuencia de la libre elección de nuestra
voluntad, y sin embargo uno y otro son un don que viene del
Espíritu de fe y de caridad».(131)
La catequesis, que es crecimiento en la fe y
maduración de la vida cristiana hacia la plenitud, es por
consiguiente una obra del Espíritu Santo, obra que sólo Él puede
suscitar y alimentar en la Iglesia.
Esta constatación, sacada de la lectura de los
textos citados más arriba y de otros muchos pasajes del Nuevo
Testamento, nos lleva a dos convicciones.
Ante todo está claro que la Iglesia, cuando
ejerce su misión catequética —como también cada cristiano que
la ejerce en la Iglesia y en nombre de la Iglesia— debe ser muy
consciente de que actúa como instrumento vivo y dócil del
Espíritu Santo. Invocar constantemente este Espíritu, estar en
comunión con Él, esforzarse en conocer sus auténticas
inspiraciones debe ser la actitud de la Iglesia docente y de todo
catequista.
Además, es necesario que el deseo profundo de
comprender mejor la acción del Espíritu y de entregarse más a él
—dado que «nosotros vivimos en la Iglesia un momento privilegiado
del Espíritu», como observaba mi Predecesor Pablo VI en su
Exhortación Apostólica «Evangelii nuntiandi»(132)— provoca un
despertar catequético. En efecto, la «renovación en el
Espíritu» será auténtica y tendrá una verdadera fecundidad en
la Iglesia, no tanto en la medida en que suscite carismas
extraordinarios, cuanto si conduce al mayor número posible de
fieles, en su vida cotidiana, a un esfuerzo humilde, paciente, y
perseverante para conocer siempre mejor el misterio de Cristo y dar
testimonio de Él.
Yo invoco ahora sobre la Iglesia catequizadora
este Espíritu del Padre y del Hijo, y le suplicamos que renueve en
esta Iglesia el dinamismo catequético.
María, madre y modelo de discípulo
73. Que la Virgen de Pentecostés nos lo
obtenga con su intercesión. Por una vocación singular, ella vio a
su Hijo Jesús «crecer en sabiduría, edad y gracia».(133) En su
regazo y luego escuchándola, a lo largo de la vida oculta en
Nazaret, este Hijo, que era el Unigénito del Padre, lleno de gracia
y de verdad, ha sido formado por ella en el conocimiento humano de
las Escrituras y de la historia del designio de Dios sobre su
Pueblo, en la adoración al Padre.(134) Por otra parte, ella ha sido
la primera de sus discípulos: primera en el tiempo, pues ya al
encontrarle en el Templo, recibe de su Hijo adolescente unas
lecciones que conserva en su corazón;(135) la primera, sobre todo,
porque nadie ha sido enseñado por Dios(136) con tanta profundidad.
«Madre y a la vez discípula», decía de ella san Agustín
añadiendo atrevidamente que esto fue para ella más importante que
lo otro.(137) No sin razón en el Aula Sinodal se dijo de María que
es «un catecismo viviente», «madre y modelo de los catequistas».
Quiera, pues, la presencia del Espíritu Santo,
por intercesión de María, conceder a la Iglesia un impulso
creciente en la obra catequética que le es esencial. Entonces la
Iglesia realizará con eficacia, en esta hora de gracia, la misión
inalienable y universal recibida de su Maestro: «Id, pues; enseñad
a todas las gentes».(138)
Dado en Roma, junto a San Pedro, el día 16 de
octubre del año 1979, segundo de mi pontificado.
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SANTA
MESSA DI MEZZANOTTE
OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II
24 dicembre 1979
1. Ecco, di nuovo è venuta l’ora di questo
meraviglioso avvenimento: “Si compirono per Maria i giorni del
parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in
fasce e lo depose in una mangiatoia” (Lc 2,6-7). Ci chiediamo: è
un avvenimento comune o insolito? Quanti bambini nascono su tutta la
terra nel corso di ventiquattro ore, mentre in alcune parti del
mondo è giorno e in altre è notte! Certo, ognuno di questi momenti
è qualcosa di insolito; è qualcosa di unico per un padre, e
soprattutto per una madre, quando nasce un bambino, specialmente se
si tratta del primo bambino, del figlio primogenito.
Quel momento è sempre una cosa grande. E
tuttavia dato che esso si compie continuamente in qualche posto del
mondo, in ogni ora del giorno e della notte la nascita dell’uomo,
nel suo aspetto statistico, è insieme qualcosa di comune e normale.
Anche la nascita di Cristo sembra entrare in
questa dimensione statistica, tanto più che ad essa si accompagna,
secondo il racconto di San Luca, la menzione di un censimento, che
si svolse nelle terre governate dall’imperatore romano Cesare
Augusto; l’evangelista precisa che nel paese abitato da Maria e da
Giuseppe l’ordine del censimento venne dal governatore della
Siria, Quirinio.
A quell’avvenimento facciamo riferimento ogni
anno, come oggi, riunendoci in questa Basilica a mezzanotte. Ebbene,
se in questo avvenimento c’è qualcosa di insolito, ciò consiste
forse nel fatto che esso non si compie nelle consuete condizioni
umane, sotto il tetto di una casa, bensì in una stalla, che
ordinariamente ospita solo animali. La prima culla del Divin
Neonato, infatti, è una mangiatoia.
Stanotte, ci siamo riuniti in questa splendida
Basilica rinascimentale per fare compagnia al Bambino di una Donna
povera, nato in una stalla e deposto in una mangiatoia!
2. Certamente nessuno degli abitanti né dei
nuovi arrivati, presenti allora a Betlemme, poteva pensare che in
quel momento e in quella stalla si stavano realizzando le parole del
grande profeta, spesso rilette e continuamente meditate dai figli di
Israele.
Isaia, infatti, aveva scritto parole che
costituirono il contenuto di una grande Attesa e di una inflessibile
Speranza: “Hai moltiplicato la gioia, / hai aumentato la letizia.
/ Gioiscano davanti a te / come si gioisce quando si miete... /
Poiché un bambino è nato per noi, / ci è stato dato un figlio. /
Sulle sue spalle è il segno della sovranità... / grande sarà il
suo dominio / e la pace non avrà fine / sul trono di Davide e sul
regno, / che egli viene a consolidare e rafforzare / con il diritto
e la giustizia, / ora e sempre” (Is 9,2.5-6).
Nessuno dei presenti a Betlemme poteva pensare
che proprio in quella notte le parole del grande profeta venissero
realizzate, né che ciò si compisse in una stalla, dove di solito
abitano gli animali, “perché non c’era posto per loro
nell’albergo” (Lc 2,7).
3. Tuttavia c’è qualche elemento, qualche
cenno nelle parole di Isaia, che già in questa notte sembrano
realizzarsi alla lettera. Isaia aveva scritto: “Il popolo che
cammina nelle tenebre / vide una grande luce; / su coloro che
abitavano in terra tenebrosa, / una luce rifulse” (Is 9,1).
Orbene, tutta Betlemme e tutta la Palestina in
quel momento è “terra tenebrosa” e i suoi abitanti giacciono
nel sonno. Ma fuori della città – come leggiamo nel Vangelo di
Luca – “c’erano in quella regione alcuni pastori che
vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge” (Lc 2,8). I
pastori sono figli di quel “popolo che cammina nelle tenebre” e
insieme sono i suoi rappresentanti eletti per quel momento, eletti
“per vedere la grande luce”. Proprio così, infatti, scrive San
Luca dei pastori di Betlemme: “Un angelo del Signore si presentò
davanti a loro e la gloria del Signore, li avvolse di luce. Essi
furono presi da grande spavento” (Lc 2,9). E dal profondo di
quella luce che viene loro da Dio e nella profondità di quello
spavento che è la risposta dei cuori semplici alla luce divina,
giunge la voce: “Non temete, ecco, vi annunzio una grande gioia...
oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il
Cristo Signore” (Lc 2,10-11).
Queste parole dovettero produrre una grande
letizia nei cuori di quegli uomini semplici, educati e nutriti come
tutto il Popolo di Israele da una grande Promessa, nella tradizione
dell’attesa del Messia. E giustamente dice il Messaggero che
questa gioia “sarà di tutto il popolo” (Lc 2,10), cioè proprio
di quel Popolo di Dio, che “camminava nelle tenebre”, ma non si
stancava della Promessa.
4. Era necessario, proprio in quella notte, un
Messaggero che portasse la “grande luce” della profezia di Isaia
alla stalla e alla mangiatoia di Betlemme. Era necessaria questa
luce, era necessaria “la manifestazione della gloria” (Tt 2,13)
– come scrive San Paolo – perché si potesse leggere bene il
Segno! “Troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una
mangiatoia” (Lc 2,12). E i pastori di Betlemme, uomini semplici
che non sapevano di lettere, hanno davvero letto bene il Segno.
Furono i primi tra tutti coloro che lo hanno letto in seguito e che
lo rileggono tuttora. Furono i primi testimoni del Mistero. Noi, che
in questa notte riempiamo la Basilica di San Pietro e tutti coloro,
che in ogni luogo sono presenti alla Messa di Mezzanotte, diventiamo
partecipi della loro testimonianza. Non invano questa Messa di
Mezzanotte viene chiamata in alcune regioni “Messa dei pastori”.
5. Ricordiamo che è la notte del Mistero,
anche se si potrebbe valutare diversamente l’avvenimento, in cui
è apparsa la “manifestazione della gloria del nostro grande Dio e
salvatore” (Tt 2,13) con la nascita del Bambino, quando egli venne
al mondo dalla Vergine, e quando nella notte della sua nascita non
ebbe a disposizione un tetto domestico sopra il capo, ma solo una
stalla e una mangiatoia!
Ora, poiché ci siamo riuniti qui come
partecipi della prima testimonianza data dai pastori di Betlemme a
quel Mistero, cerchiamo di riflettere a fondo su di essa.
“Gloria a Dio nel più alto dei cieli, e pace
in terra agli uomini che egli ama” (Lc 2,14). Queste parole
provengono dalla stessa luce, che rifulse in quella notte nel cuore
di uomini di buona volontà. Dio si compiace negli uomini!
Questa notte rappresenta una testimonianza
particolare del divino compiacimento nell’uomo. Non lo ha forse
creato Dio a sua immagine e somiglianza? Le immagini e le
somiglianze si creano per vedervi il riflesso di se stessi. Perciò
si guardano con compiacimento. Dio non si è forse compiaciuto
dell’uomo, se, dopo averlo creato, “vide che era cosa molto
buona” (Gen 1,31)? Ed ecco che a Betlemme siamo alla sommità di
quel compiacimento. Ciò che è successo allora è forse possibile
esprimerlo diversamente!
È possibile comprendere diversamente il
Mistero, per cui il Verbo si fa carne, il Figlio di Dio assume la
natura umana e nasce come Fanciullo dal grembo della Vergine? È
possibile rileggere in altro modo questo Segno?
6. E per questo che alla mezzanotte di Natale
diversi popoli iniziano un grande canto. Esso si diffonde ogni anno
dalla stessa stalla di Betlemme. Risuona sulle labbra degli uomini
di tante terre e di tante razze. Risuona il grande canto della
gioia, e assume svariate forme. Cantano in Italia, cantano in
Polonia, cantano in tutte le lingue e nei vari dialetti, in tutti i
paesi e i continenti.
Dio ha manifestato il proprio compiacimento
nell’uomo! Dio si compiace dell’uomo. Gli uomini, allora, si
svegliano; si desta l’uomo, “pastore del suo destino”
(Heidegger).
Quanto spesso l’uomo è schiacciato da questo
destino! Quanto spesso ne è prigioniero; quanto spesso muore di
fame, quanto spesso è vicino alla disperazione, quanto spesso è
minacciato nella coscienza del significato della propria umanità.
Quanto spesso – nonostante tutte le apparenze – l’uomo è
lontano dal compiacersi di se stesso.
Ma oggi egli si desta e sente l’annuncio: Dio
nasce nella storia umana! Dio si compiace nell’uomo. Dio è
diventato uomo. Dio si compiace in te! Amen.
CELEBRAZIONE DEI VESPRI E DEL TE DEUM DI
RINGRAZIAMENTO
PER LA FINE DELL’ANNO ALLA CHIESA DEL GESÙ
OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II
31 dicembre 1979
1. “Figlioli, questa è l’ultima ora...”;
con queste parole inizia la prima lettura della liturgia d’oggi,
tratta dalla lettera di San Giovanni Apostolo (1Gv 2,18). Questa
lettura è fissata per il 31 dicembre, il settimo giorno
dell’ottava di Natale. Quanto attuali sono queste parole! Quanto
efficacemente risentiamo la loro eloquenza noi qui riuniti nella
Chiesa romana del Gesù, nel momento in cui scoccano le ultime ore
di quest’anno, che volge alla fine. Ogni ora del tempo umano è in
certo senso l’ultima, perché sempre unica e irripetibile. In ogni
ora passa qualche particella della nostra vita, una particella che
non tornerà più. E ognuna di tali particelle – benché non
sempre ce ne rendiamo conto – ci proietta verso l’eternità.
Forse le ultime ore di questo giorno – quando
l’anno del Signore 1979, e con esso l’ottavo decennio del nostro
secolo giungono alla loro fine – ce ne parlano meglio di qualsiasi
altra ora solita. E perciò risentiamo tanto maggiormente il bisogno
di trovarci, in queste ultime ore dell’anno, davanti a nostro
Signore, davanti a Dio che, con la sua eternità, abbraccia e
assorbe il nostro tempo umano; il bisogno di stare davanti a lui, di
parlare a lui con il contenuto stesso più profondo della nostra
esistenza. Sono questi i momenti adatti per una profonda meditazione
su noi stessi e sul mondo; i momenti per “fare i conti” con se
stessi e con la generazione alla quale apparteniamo. È questo il
tempo propizio per una preghiera volta ad ottenere il perdono, una
preghiera di ringraziamento e di supplica.
2. “Il Verbo era nel mondo” (cf. Gv 1,10).
Proprio adesso è ritornato il periodo in cui la Chiesa si rende
consapevole in modo particolare della verità che esprimono queste
parole del Vangelo di Giovanni. Nel mondo era il Verbo: quel Verbo
che “era in principio presso Dio” e “tutto è stato fatto per
mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che
esiste” (Gv 1,2-3). Questo Verbo “si fece carne e venne ad
abitare in mezzo a noi”. Venne
ad abitare anche se “i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1,11).
Il
computo degli anni, di cui ci serviamo, vuole testimoniare che sono
passati appunto 1979 anni dal momento in cui ciò avvenne. Il
tempo testimonia non soltanto il passare del mondo e il passare
dell’uomo nel mondo; esso rende testimonianza anche alla nascita
del Verbo eterno dalla Vergine Maria, alla nascita che, come ogni
nascita dell’uomo, viene determinata dal tempo: dall’anno, dal
giorno, dall’ora.
Tuttavia, nel momento presente, durante questo
nostro incontro, la nostra attenzione è attirata, prima di tutto,
dalla seguente frase del Vangelo di Giovanni: “Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia” (Gv 1,16). Non
vi è qui anche una chiave per comprendere l’anno che sta per
terminare? Non bisogna pensare ad esso nella prospettiva di
ogni grazia che abbiamo ricevuto dalla pienezza di Gesù Cristo, Dio
e Uomo? Non siamo convenuti qui per ringraziare di ognuna di queste
grazie e contemporaneamente di tutte insieme?
Certamente sì.
La grazia è una realtà interiore. È una
pulsazione misteriosa della vita divina nelle anime umane. È un
ritmo interiore dell’intimità di Dio con noi, e perciò anche
della nostra intimità con Dio. Essa è la sorgente di ogni vero
bene nella nostra vita. Ed è il fondamento del bene che non
trapassa. Mediante la grazia noi viviamo già in Dio, nell’unità
del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, benché la nostra vita
si svolga sempre in questo mondo. Essa dà valore soprannaturale ad
ogni vita, benché questa vita sia, umanamente e secondo i criteri
della temporaneità, molto povera, non appariscente e difficile.
Bisogna quindi ringraziare oggi per ogni grazia
di Dio che è stata comunicata a qualsiasi uomo: non soltanto a
ciascuno di noi qui presenti, ma ad ogni nostro fratello e sorella
in ogni parte della terra. In questo modo il nostro inno di
ringraziamento legato all’ultimo giorno dell’anno, che sta per
finire, diventerà quasi una grande sintesi. In questa sintesi sarà
presente tutta la Chiesa, poiché essa è, come ci insegna il
Concilio, un sacramento della salvezza umana (cf. Lumen Gentium, 1).
Cristo, dalla cui pienezza tutti riceviamo grazia su grazia, è
proprio il “Cristo della Chiesa”; e la Chiesa è quel Corpo
Mistico che riveste costantemente il Verbo Eterno nato nel tempo,
dalla Vergine.
Indirizzando i nostri cuori verso questo
mistero, la liturgia di oggi diventa sorgente della preghiera più
profonda del nostro ringraziamento.
3. Tuttavia la stessa liturgia ci fa presente
anche l’esistenza del male nella storia dell’uomo e
dell’umanità. E se ogni bene modella questa storia nella forma
del Corpo di Cristo, il male invece, come contraddizione del bene,
assume nel linguaggio della Lettera di Giovanni il nome di
“anti-Cristo”.
In tale senso l’Apostolo scrive: “Di fatto
ora molti anticristi sono apparsi. Da questo conosciamo che è
l’ultima ora” (1Gv 2,18). Allora quest’ultima ora dell’anno
non può passare senza una riflessione sul tema del male, sul tema
del peccato, del quale ognuno di noi si sente partecipe, giacché ad
ognuno ne parla la propria coscienza.
L’ultima ora si collega, in modo particolare,
alla prospettiva del giudizio che risuona nella voce della coscienza
umana, e nello stesso tempo alla prospettiva del giudizio di Dio,
del Signore che viene a giudicare la terra, come annunzia il salmo
responsoriale della liturgia di oggi. E aggiunge: “Giudicherà il
mondo con giustizia e con verità tutte le genti” (cf. Sal 96,13).
La stessa riflessione sul male, di cui ci offre
l’occasione l’ultima ora dell’anno, richiede da noi di
oltrepassare in un certo senso i limiti della nostra coscienza, e
della personale responsabilità morale. Il male che esiste nel
mondo, che ci circonda e che minaccia l’uomo, le nazioni,
l’umanità, sembra essere più grande, molto più grande, del male
di cui si sente responsabile personalmente ciascuno di noi. È come
se esso crescesse secondo la propria dinamica immanente e superasse
le intenzioni dell’uomo; come se uscisse da noi ma non fosse di
noi, per utilizzare ancora una volta le espressioni dell’Apostolo.
La nostra vita non ci manifesta forse simili
dimensioni del male? L’ultimo anno non ci ha forse dimostrato un
tale grado di minaccia che pensando ad essa l’uomo è portato a
chiedersi se sia ancora a misura d’uomo, a misura della sua
volontà e della sua coscienza?
Che cosa dire, oltre al resto, di tutte le
manifestazioni di odio e di crudeltà che si nascondono sotto il
nome del terrorismo internazionale? o sotto la forma del terrorismo,
di cui è vittima l’Italia? E che cosa dire dei giganteschi e
minacciosi arsenali militari che, specialmente nell’ultimo scorcio
di quest’anno, hanno richiamato l’attenzione del mondo intero e
in particolare dell’Europa, dall’Oriente fino all’Occidente?
Si avrebbe voglia di dire, seguendo
l’Apostolo, che quel male che si profila sull’orizzonte “è
uscito da noi, ma non era di noi”, non è di noi. E giustamente.
Nella storia dell’uomo opera non soltanto Cristo, ma anche
l’Anti-Cristo. Eppure è necessario, sì, è tanto più necessario
che l’uomo, ogni uomo, il quale in qualche modo si sente
responsabile di tale minaccia sovrumana che pesa sull’umanità, si
metta davanti al giudizio della propria coscienza; si metta davanti
al giudizio di Dio.
4. Nel mondo era il Verbo... / “In lui era la
vita / e la vita era la luce degli uomini; / la luce splende nelle
tenebre, / ma le tenebre non l’hanno accolta” (Gv 1,4-5).
Terminiamo così la nostra meditazione in
occasione della fine dell’anno con un’affermazione del Vangelo
di Giovanni. Essa porta in sé il messaggio del Natale; porta in sé
la manifestazione della speranza, la voce dell’ottimismo
cristiano.
Il Verbo è nel mondo. La luce splende nelle
tenebre. Bisogna soltanto che noi porgiamo orecchio, a questo Verbo.
Bisogna avvicinarsi a questa luce. Bisogna che
noi ci stringiamo a Cristo, aderiamo a lui con tutta l’anima e con
tutta la vita.
Allora possiamo avviarci con fiducia incontro
ad ogni tempo, per quanto minaccioso sia il suo volto. “La grazia
e la verità che vennero per mezzo di Gesù Cristo” (cf. Gv 1,17)
non cessano di essere la fonte del prevalere dell’uomo sul male. E
anche nella nostra epoca sta crescendo la quantità dei fatti –
dei fatti concreti – che lo confermano. Fatti che talvolta ci
stupiscono con la loro eloquenza. Ogni anno termina nello splendore
dell’ottava del Natale e ogni anno nuovo in tale splendore
incomincia.
Questo è un segno evidente della immutabile
presenza della grazia e della verità nel nostro tempo umano.
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