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PRIMO SALUTO E PRIMA BENEDIZIONE AI FEDELI

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II

16 ottobre 1978

Sia lodato Gesù Cristo.

Carissimi fratelli e sorelle,siamo ancora tutti addolorati dopo la morte del nostro amatissimo Papa Giovanni Paolo I. Ed ecco che gli Eminentissimi Cardinali hanno chiamato un nuovo vescovo di Roma. Lo hanno chiamato da un paese lontano... lontano, ma sempre così vicino per la comunione nella fede e nella tradizione cristiana.Ho avuto paura nel ricevere questa nomina, ma l’ho fatto nello spirito dell’ubbidienza verso Nostro Signore Gesù Cristo e nella fiducia totale verso la sua Madre, la Madonna Santissima.

Non so se posso bene spiegarmi nella vostra... nostra lingua italiana. Se mi sbaglio mi correggerete. E così mi presento a voi tutti, per confessare la nostra fede comune, la nostra speranza, la nostra fiducia nella Madre di Cristo e della Chiesa, e anche per incominciare di nuovo su questa strada della storia e della Chiesa, con l’aiuto di Dio e con l’aiuto degli uomini.

PRIMO RADIOMESSAGGIO "URBI ET ORBI"

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II

17 Ottobre 1978 

1. Signori Cardinali, e voi, figli della Santa Chiesa, e voi tutti, uomini di buona volontà, che ci ascoltate!

Solo una parola, tra tante, sale immediata sulle nostre labbra nel momento di presentarci a voi dopo l’elezione alla sede dell’Apostolo Pietro, ed è parola che fa risaltare, per l’evidente contrasto dei nostri limiti personali ed umani, l’immensa responsabilità che ci è stata affidata: “O profondità della sapienza e della scienza di Dio! Quanto imperscrutabili sono i suoi giudizi ed inaccessibili le sue vie!” (Rm 11,33). Difatti, chi avrebbe potuto prevedere, dopo la morte dell’indimenticabile Paolo VI, anche la prematura scomparsa dell’amabile suo successore Giovanni Paolo I? E come avremmo potuto noi prevedere che la loro formidabile eredità sarebbe passata sulle nostre spalle? Per questo, dobbiamo meditare sul misterioso disegno di Dio provvidente e buono, e non già per capire, ma piuttosto per adorare e pregare. Sentiamo davvero di dover ripetere l’invocazione del Salmista che, levando gli occhi verso l’alto, esclamava: “Da dove mi verrà l’aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore” (Sal 120,1-2).

La stessa imprevedibilità degli eventi, che si son succeduti in così breve arco di tempo, e l’inadeguatezza della risposta, che potrà venire dalla nostra persona, come ci impongono di rivolgerci al Signore e di confidare totalmente in lui, così non consentono di tracciare programmi che siano frutto di lunga riflessione e di accurata elaborazione. Ma a supplire una tale carenza è già pronta una sorta di compensazione, che costituisce essa stessa un segno della presenza confortatrice di Dio. È trascorso poco più di un mese da quando noi tutti ascoltammo, dentro e fuori dalle storiche volte di questa Cappella, l’allocuzione rivolta, all’alba del suo promettente servizio, da Papa Giovanni Paolo: per la freschezza del ricordo che ciascuno di noi ne conserva e per la sapienza delle indicazioni che vi erano contenute, non ci sembra di poter da essa prescindere. Come per la circostanza in cui fu pronunciata, essa appare tuttora valida all’inizio di un nuovo ciclo pontificale, che ci impegna in maniera diretta ed ormai ineludibile di fronte a Dio ed alla Chiesa.

Il Concilio: pietra miliare

2. Vogliamo, pertanto, enucleare alcune linee direttrici che riteniamo di preminente rilievo e, perché tali, avranno da parte nostra – come proponiamo e speriamo con l’aiuto del Signore – non soltanto attenzione e consenso, ma anche un coerente impulso, perché trovino riscontro nella realtà ecclesiale. Anzitutto, desideriamo insistere sulla permanente importanza del Concilio Ecumenico Vaticano II, e ciò è per noi un formale impegno di dare ad esso la dovuta esecuzione. Non è forse il Concilio una pietra miliare nella storia bimillenaria della Chiesa e, di riflesso, nella storia religiosa e anche culturale del mondo? Ma esso, come non è solo racchiuso nei documenti, così non è concluso nelle applicazioni, che si sono avute in questi anni cosiddetti del post-Concilio. Consideriamo, perciò, un compito primario quello di promuovere, con azione prudente e insieme stimolante, la più esatta esecuzione delle norme e degli orientamenti del medesimo Concilio, favorendo innanzitutto l’acquisizione di un’adeguata mentalità. Intendiamo dire che occorre prima mettersi in sintonia col Concilio per attuare praticamente quel che esso ha enunciato, per rendere esplicito, anche alla luce delle successive sperimentazioni e in rapporto alle istanze emergenti e alle nuove circostanze, ciò che in esso è implicito. Occorre, insomma, far maturare nel senso del movimento e della vita i semi fecondi che i Padri dell’assise ecumenica, nutriti della Parola di Dio, gettarono sul buon terreno (cf.Mt 13,8.23) cioè i loro autorevoli insegnamenti e le loro scelte pastorali.

Questo criterio generale, della fedeltà al Vaticano II e di esplicito proposito, da parte nostra, per la completa sua applicazione, potrà interessare più settori: da quello missionario a quello ecumenico, da quello disciplinare a quello organizzativo, ma uno specialmente dovrà essere il settore che richiederà le maggiori cure, cioè quello dell’ecclesiologia. È necessario, venerati Fratelli e diletti Figli del mondo cattolico, riprendere in mano la “magna charta” conciliare, che è la Costituzione dogmatica Lumen Gentium, per una rinnovata e corroborante meditazione sulla natura e sulla funzione, sul modo di essere e di operare della Chiesa, non soltanto per realizzare sempre meglio quella comunione vitale, in Cristo, di tutti quanti in lui sperano e credono, ma anche al fine di contribuire ad una più ampia e più stretta unità dell’intera famiglia umana. “Ecclesia Christi lumen gentium”, amava ripetere Papa Giovanni XXIII: la Chiesa – gli ha fatto eco il Concilio – è sacramento universale di salvezza e di unità per il genere umano (cf. Lumen Gentium, 1. 48; Ad Gentes, 1).

Il mistero salvifico che nella Chiesa s’incentra e per mezzo della Chiesa si attua; il dinamismo che, in forza di questo stesso mistero, sollecita il Popolo di Dio: la speciale coesione, o collegialità che “cum Petro et sub Petro” unisce tra loro i sacri Pastori, sono elementi sui quali non rifletteremo mai abbastanza per verificare, in base ai bisogni sia permanenti che contingenti dell’umanità, quali debbano essere le forme di presenza e le linee d’azione della Chiesa medesima. Per questo l’adesione al testo conciliare, visto nella luce della Tradizione ed in rapporto d’integrazione con le formulazioni dogmatiche anticipate, un secolo fa, dal Concilio Vaticano I, sarà per tutti noi, pastori e fedeli, il segreto di un orientamentosicuro ed uno stimolo propulsivo, altresì, per camminare – ripetiamo – nella direzione della vita e della storia.

Raccomandiamo, in particolare, di approfondire ai fini di una sempre più lucida consapevolezza e di una più vigile responsabilità, quel che comporta il vincolo collegiale, che intimamente associa i Vescovi al Successore di Pietro e tra tutti loro nelle alte funzioni di illuminare con la luce del Vangelo, di santificare con gli strumenti della grazia e di guidare con l’arte pastorale l’intero Popolo di Dio. Collegialità vorrà anche dire, sicuramente, adeguato sviluppo di Organismi in parte nuovi, in parte aggiornati, che possono garantire la migliore unione degli spiriti, delle intenzioni, delle iniziative nel lavoro di edificazione del corpo di Cristo, che è la Chiesa (cf. Ef 4,12;Col 1,24). A questo proposito, nominiamo innanzitutto il Sinodo dei Vescovi, costituito prima ancora che finisse il Concilio dalla grande mente di Paolo VI (cf. Paolo VI, Apostolica Sollicitudo: AAS 57 [1965] 775-780), e ripensiamo ai qualificati e preziosi contributi che esso ha già offerto.

Fedeltà globale alla missione

3. Al di là di questo riferimento al Concilio, rimane il dovere della fedeltà globale alla missione che abbiamo ricevuto, ed a questo punto il discorso, prima che per gli altri, vale per Noi, e lo facciamo, perciò, in prima persona. Chiamati alla suprema responsabilità nella Chiesa, siamo soprattutto Noi che, in posizione che ci obbliga all’esemplarità del volere e dell’agire, dobbiamo esprimere con tutte le nostre forze questa fedeltà, conservando intatto il deposito della fede, corrispondendo in pieno alle peculiari consegne di Cristo, che a Simone, costituito pietra della sua Chiesa, affidò le chiavi del Regno dei cieli (cf.Mt 16,8-19), comandò di confermare i fratelli (cf.Lc 22,32), e di pascere, a riprova del suo amore per lui, gli agnelli e le pecorelle del suo gregge (cf.Gv 21,15-17). Siamo profondamente convinti che ogni moderna indagine intorno al cosiddetto “ministerium Petri”, condotta allo scopo di individuare sempre meglio quel che esso contiene di peculiare e specifico, non potrà né dovrà mai prescindere da questi tre poli evangelici.

Si tratta, infatti, di prestazioni tipiche connesse alla natura stessa della Chiesa a salvaguardia della sua interna unità e a garanzia della sua missione spirituale, e affidate, perciò, dopo che a Pietro, anche ai suoi legittimi successori. E siamo convinti, altresì che tale singolarissimo ministero dovrà sempre trovare nell’amore – a modo di indeclinabile risposta all’“amas me?” di Gesù – la fonte che l’alimenta e insieme il clima in cui si espande. Ripeteremo, dunque, con San Paolo: “Caritas Christi urget nos” (2 Cor 5,14) perché il nostro vuol esser fin d’ora un ministero di amore in tutte le sue manifestazioni ed espressioni.

In ciò procureremo di seguire l’alta scuola degli immediati nostri Predecessori. Chi non ricorda le parole di Paolo VI, predicatore della “civiltà dell’amore”, il quale circa un mese prima della morte affermava con cuore presago: “fidem servavi” (cf. Paolo VI, Homilia in sollemnitate Ss. Petri et Pauli habita: AAS 70 [1970] 395), non certo per autoelogio, ma per un rigoroso esame al quale, trascorso un quindicennio di servizio, si sottoponeva la sua sensibilissima coscienza?

E che dire di Giovanni Paolo I? Ci sembra uscito appena ieri dalle nostre file per rivestire il peso del manto papale: ma quanto calore, una vera “ondata d’amore” – quale auspicò per il mondo nel suo ultimo salute all’Angelus domenicale – egli diffuse nei pochi giorni del suo ministero! E lo confermano le lezioni di sapiente catechesi sulla fede, la speranza e la carità, dettate durante le pubbliche udienze.

Nel rispetto delle norme liturgiche

4. Venerati Fratelli e Figli carissimi, è ovvio che la fedeltà significa anche adesione convinta al Magistero di Pietro specialmente nel campo dottrinale, la cui oggettiva importanza non solo dev’esser sempre tenuta presente, ma tutelata, altresì, a causa delle insidie che, da varie parti, si levano oggi contro certe verità della fede cattolica. La fedeltà significa anche rispetto per le norme liturgiche, emanate dall’Autorità ecclesiastica, ed esclude, quindi, sia gli arbitri di incontrollate innovazioni, sia gli ostinati rigetti di ciò che è stato legittimamente previsto ed introdotto nei sacri riti. La fedeltà significa, ancora, culto della grande disciplina della Chiesa, e anche questo – come ricordate – fu indicato dal nostro Predecessore. La disciplina, infatti, non tende già a mortificare, ma a garantire il retto ordinamento che è proprio del corpo mistico, quasi ad assicurare la regolare e fisiologica articolazione fra tutte le membra che lo compongono. Fedeltà significa, inoltre, corrispondenza generosa alle esigenze della vocazione sacerdotale e religiosa, in modo che quanto si è liberamente promesso a Dio sia sempre mantenuto e sviluppato in una stabile prospettiva soprannaturale.

Per i fedeli, infine, come dice la parola stessa, la fedeltà dev’essere un dovere connaturale al loro essere cristiani: essi vorranno professarla con animo pronto e leale, e dimostrarla sia nell’obbedienza ai sacri Pastori, che lo Spirito Santo ha posto a pascere la Chiesa (cf.At 20,28), sia nel collaborare a quelle iniziative e opere, a cui sono chiamati.

A questo punto, non possiamo dimenticare i Fratelli delle altre Chiese e confessioni cristiane. Troppo grande e delicata, infatti, è la causa ecumenica, perché possiamo ora lasciarla priva di una nostra parola. Quante volte abbiamo meditato insieme il testamento di Cristo, che chiese al Padre per i suoi discepoli il dono dell’unità? (cf.Gv 17,21-23). E chi non ricorda l’insistenza di San Paolo circa la “comunione dello spirito”, che porti ad avere “una stessa carità, un’anima sola, un solo e medesimo pensiero” ad imitazione di Cristo Signore? (cf.Fil 2,2.5-8). Non sembra, dunque, possibile che rimanga ancora – motivo di perplessità e forse anche di scandalo – il dramma della divisione tra i cristiani. Intendiamo, pertanto, proseguire nel cammino già ben avviato e favorire quei passi che valgano a rimuovere gli ostacoli, auspicando che, grazie ad uno sforzo concorde, si giunga finalmente alla piena comunione.

Desideriamo, ancora, rivolgerci a tutti gli uomini che, come figli dell’unico Dio onnipotente, sono nostri fratelli da amare e da servire, per dir loro senza presunzione, ma con umiltà sincera la nostra volontà di recare un fattivo contributo alle cause permanenti e prevalenti della pace, dello sviluppo, della giustizia internazionale. Non ci muove nessuna intenzione di interferenza politica o di partecipazione alla gestione degli affari temporali: come la Chiesa esclude un inquadramento in categorie d’ordine terreno, così il nostro impegno, nell’avvicinarci a questi brucianti problemi degli uomini e dei popoli, sarà determinato unicamente da motivazioni religiose e morali. Seguaci di colui che ai suoi prospettò l’ideale di essere “sale della terra” e “luce del mondo” (Mt 5,13-16), Noi intendiamo adoperarci per il consolidamento delle basi spirituali, su cui deve poggiare l’umana società. E tanto più impellente a noi sembra un tale dovere, in ragione delle perduranti diseguaglianze e incomprensioni, che a loro volta sono causa di tensioni e conflitti in non poche parti del mondo, con l’ulteriore minaccia di più immani catastrofi. Costante sarà, dunque, la nostra sollecitudine in ordine a siffatti problemi per un’azione tempestiva, disinteressata, evangelicamente ispirata.

Sia lecito a questo punto prendere a cuore il gravissimo problema che il Collegio dei Padri Cardinali additò, durante la Sede Vacante, e che riguarda la diletta terra del Libano e il suo popolo, cui tutti desideriamo ardentemente la pace nella libertà. Nello stesso tempo, vorremmo tendere le mani ed aprire il cuore, in questo momento, a tutte le genti e a quanti sono oppressi da qualsiasi ingiustizia o discriminazione, sia per quanto riguarda l’economia e la vita sociale, sia la vita politica, sia la libertà di coscienza e la giusta libertà religiosa. Dobbiamo tendere, con tutti i mezzi, a questo: che tutte le forme di ingiustizia, che si manifestano in questo nostro tempo, siano sottoposte alla comune considerazione e si rimedi davvero ad esse; e che tutti possano condurre una vita degna dell’uomo. Ciò appartiene alla missione della Chiesa che nel Concilio Vaticano II è stata messa in luce e non solo nella Costituzione Lumen Gentium, ma anche nella Costituzione pastorale Gaudium et Spes.

Fratelli e Figli carissimi, i recenti avvenimenti della Chiesa e del mondo sono per noi tutti un monito salutare: Come sarà il nostro pontificato?

E quale la sorte che il Signore riserva alla sua Chiesa nei prossimi anni? E quale il cammino che l’umanità percorrerà in questo scorcio di tempo, che ormai l’avvicina al Duemila? Sono domande ardite, a cui non si può rispondere che questo: “Deus scit” (cf.2 Cor 12,2-3). Oh la personale nostra vicenda, che ci ha inopinatamente portato alla massima responsabilità del servizio apostolico, interessa molto poco. La nostra persona – vorremmo dire – deve sparire di fronte all’onerosa funzione che dobbiamo adempiere. E allora il discorso necessariamente si trasforma in appello: dopo la nostra preghiera al Signore, sentiamo la necessità di domandare anche la vostra preghiera, per ottenere quell’indispensabile, superiore conforto che ci consenta di riprendere il lavoro degli amati Predecessori dal punto in cui l’hanno lasciato.

Al loro commosso ricordo noi amiamo far seguire un saluto memore e riconoscente per ciascuno di voi, Signori Cardinali, che ci avete designato a questo incarico; e poi un saluto fiducioso ed incoraggiante a tutti gli altri fratelli nell’episcopato, i quali nelle diverse parti del mondo presiedono alla cura delle singole Chiese, elette porzioni del Popolo di Dio (cf. Christus Dominus, 11), e sono, altresì, solidali con l’opera dell’universale salvezza. Dietro di loro ravvisiamo distintamente l’ordine dei sacerdoti, lo stuolo dei missionari, le schiere dei religiosi e delle religiose, mentre vivamente auspichiamo che aumenti il loro numero, echeggiando nella nostra mente quelle parole del divin Salvatore: “La messe è molta, ma gli operai sono pochi” (Mt 9,7-38; Lc 10,2). Riguardiamo poi ancora le famiglie e le comunità cristiane, le multiformi associazioni di apostolato, i fedeli, i quali, anche se da Noi non sono singolarmente conosciuti, non anonimi però, non estranei né emarginati – giammai! – saranno nella compagine magnifica della Chiesa di Cristo. Tra essi scorgiamo, con preferenziale riguardo, i più deboli, i poveri, i malati, gli afflitti. E a questi specialmente che, nel primo istante del pastorale ministero, vogliamo aprire il nostro cuore. Non siete infatti voi, Fratelli e Sorelle, che con le vostre sofferenze condividete la passione dello stesso Redentore ed in qualche modo la completate (cf. Col 1,24)? L’indegno Successore di Pietro, che si propone di scrutare le insondabili ricchezze di Cristo (cf. Ef 3,8), ha il più grande bisogno del vostro aiuto, della vostra preghiera, del vostro sacrificio, e per questo umilissimamente vi prega.

Un pensiero alla Polonia “fedele”

5. E consentiteci di aggiungere, Fratelli e Figli che ci ascoltate, per l’amore incancellabile che portiamo alla terra d’origine, un distinto, specialissimo saluto sia a tutti i concittadini della nostra Polonia “semper fidelis”, sia ai nostri vescovi, sacerdoti e fedeli della Chiesa di Cracovia: è un saluto nel quale ricordi e affetti, nostalgia e speranza indissolubilmente s’intrecciano.

In quest’ora, per Noi trepida e grave, non possiamo fare a meno di rivolgere con filiale devozione la nostra mente alla Vergine Maria, la quale sempre vive ed opera come Madre nel mistero di Cristo e della Chiesa, ripetendo le dolci parole “totus tuus” che vent’anni fa iscrivemmo nel nostro cuore e nel nostro stemma, al momento della nostra Ordinazione episcopale. Né possiamo fare a meno di invocare i Santi Apostoli Pietro e Paolo e, con essi, tutti i Santi e i Beati della Chiesa universale. In questo modo vogliamo tutti salutare: i vecchi, gli adulti, i giovani, i fanciulli, i bambini appena nati, nell’onda di quel vivo sentimento di paternità che sta salendo dal nostro cuore. A tutti rivolgiamo l’augurio sincero per quella crescita “nella grazia e nella conoscenza del Signore nostro e Salvatore Gesù Cristo”, che il principe degli apostoli auspicava (2 Pt 3,18). A tutti impartiamo la nostra Benedizione Apostolica, che non solo su di loro, ma sull’umanità intera concili un’abbondante effusione di doni del Padre che è nei cieli! Così sia.

DISCURSO DEL SANTO PADRE JUAN PABLO II A LOS MIEMBROS DEL CUERPO DIPLOMÁTICO ACREDITADO ANTE LA SANTA SEDE

Viernes 20 de octubre de 1978

Excelencias, señoras, señores:

Me han impresionado hondamente las palabras nobles y los deseos generosos de los que se ha hecha intérprete vuestro representante. Conozco las relaciones de plena estima y confianza recíprocas que existían ya entre el Papa Pablo VI y cada una de las Representaciones Diplomáticos acreditadas ante la Santa Sede. Este clima era debido a la comprensión, llena de respeto y benovolencia, que este gran Papa tenía de la responsabilidad del bien común entre los pueblos y, sobre todo, a los altos ideales que lo animaban en materia de paz y de desarrollo. Mi inmediato predecesor, el querido Papa Juan Pablo I, al recibiros hace menos de dos meses, había inaugurado relaciones semejantes, y cada uno de vosotros conserva todavía en la memoria sus palabras llenas de humildad, disponibilidad y sentido pastoral, que hago plenamente mías. Y he aquí que hoy heredo yo la misma carga, y vosotros nos manifestáis la misma confianza con idéntico entusiasmo.

Os agradezco muy vivamente los sentimientos que atestiguáis con tanta fidelidad a la Santa Sede, a través de mi persona.

En primer lugar, que cada uno se sienta acogido aquí con toda cordialidad, él personalmente y también en nombre del país y pueblo que representa. En verdad, si existe un lugar donde los pueblos deben relacionarse con paz y encontrar respeto, simpatía, sincero deseo de su dignidad, felicidad y progreso, está sin duda en el corazón de la Iglesia, alrededor de la Sede Apostólica, instituida para dar testimonio de la verdad y del amor de Cristo.

Mi estima y mis deseos van dirigidos a todos y cada uno, dentro de la diversidad de vuestras situaciones. Pues en este encuentro están representados no sólo los Gobiernos, sino también los pueblos y las naciones. Y entre ellas, se hallan las "naciones" antiguas, de pasado muy rico, de una historia fecunda, de una tradición y de una cultura propia; están también las naciones jóvenes surgidas hace poco, con grandes posibilidades en perspectiva, o que todavía están despertándose y formándose. La Iglesia ha deseado tomar parte en la vida y contribuir al desarrollo de pueblos y naciones. La Iglesia siempre ha reconocido riquezas particulares en la diversidad y pluralidad de sus culturas, historia y lenguas. En muchos casos la Iglesia ha aportado su contribución específica a la formación de dichas culturas. La Iglesia ha pensado y continúa creyendo que en las relaciones internacionales es obligatorio respetar los derechos de cada nación.

En cuanto a mí, llamado de una de estas naciones a suceder al Apóstol Pedro en el servicio de la Iglesia universal y de todas las naciones, me esforzaré por manifestar a cada una la estima que tiene derecho a esperar. Por ello, debéis haceros eco de mis fervientes deseos ante vuestros Gobiernos y ante todos vuestros compatriotas. Y aquí yo deseo añadir que la historia de mi patria de origen me ha enseñado a respetar los valores específicos de cada nación y de cada pueblo, su tradición y sus derechos en relación con los otros pueblos. Como Papa, yo soy y seré testimonio de esta actitud y de este amor universal, reservando la misma benevolencia a todos, especialmente a quienes sufren pruebas.

Quien dice relaciones diplomáticas, dice relaciones estables, recíprocas, bajo el signo de la cortesía, la discreción y la lealtad. Sin confusión de competencias, dichas relaciones no manifiestan necesariamente por mi parte la aprobación de tal o cual régimen -ello no es asunto mío- ni tampoco, evidentemente, la aprobación de todas sus acciones en la gestión de la cosa pública; sino aprecio de los valores temporales positivos, voluntad de diálogo con quienes están encargados legítimamente del bien común de la sociedad, comprensión de su tarea, frecuentemente tan difícil, interés y ayuda en las causas humanas que aquellos han de promover; todo ello, gracias a intervenciones directas unas veces, y sobre todo a través de la formación de las conciencias, como una contribución específica a la justicia y a la paz en el plano internacional. Al actuar así, la Santa Sede no quiere salirse de su tarea pastoral: ansiosa de poner por obra la solicitud de Cristo, ¿cómo podría desentenderse del bien y progreso de los pueblos en este mundo al preparar la salvación eterna de los hombres, que es su primer deber?

Por otra parte, la Iglesia -y en particular la Santa Sede- piden a vuestras naciones y a vuestros Gobiernos que tomen en consideración cada vez más algunas necesidades. La Santa Sede no lo desea para provecho propio. En unión con el Episcopado local lo hace por los cristianos y creyentes que viven en vuestros países, a fin de que sin ningún privilegio especial, pero con toda justicia, puedan alimentar su fe, asegurar el culto religioso y ser admitidos como ciudadanos leales a participar plenamente en la vida social. La Santa Sede lo hace paralelamente en favor de todos los hombres, sean quienes fueren, sabiendo que la libertad, el respeto de la vida y de la dignidad de las personas -que jamás son instrumentos-, la igualdad de trato, la conciencia profesional en el trabajo y la búsqueda solidaria del bien común, el espíritu de reconciliación, la apertura a los valores espirituales, son exigencias fundamentales de la vida armónica en sociedad, del progreso de los ciudadanos y de su civilización. Ciertamente, estos últimos objetivos figuran en general en los programas de los responsables. Pero el resultado no es siempre el mismo, ni los medios son igualmente válidos.

Existen todavía demasiadas miserias físicas y morales que dependen de la negligencia, egoísmo, ceguera o dureza de los hombres. La Iglesia quiere ciertamente contribuir a atenuar estas miserias, con sus medios pacíficos, educando en el sentido moral, y mediante la acción leal de los cristianos y de los hombres de buena voluntad. Al hacer esto, la Iglesia puede no ser comprendida a veces, pero tiene la convicción de estar prestando un servicio sin el que la humanidad no podría vivir; la Iglesia es fiel a su Maestro y Salvador, Jesucristo.

Con este espíritu, precisamente, espero mantener e incrementar relaciones cordiales y fructíferas con los países que representáis. Os animo en vuestra alta función y animo sobre todo a vuestros Gobiernos a procurar, con creciente afán, la justicia y la paz, con amor bien entendido a vuestros compatriotas y con apertura de espíritu y corazón hacia los otros pueblos. Que Dios os dé luz y fuerzas en este camino a vosotros y a todos los responsables; y que bendiga a cada uno de vuestros países.

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II AI RAPPRESENTANTI DELLA STAMPA INTERNAZIONALE

Sabato 21 ottobre 1978

Signore, Signori. 

Siate i benvenuti! Siate vivamente ringraziati per tutto quello che avete fatto, per ciò che farete, per presentare al gran pubblico, sulla stampa, alla radio, alla televisione, gli avvenimenti della Chiesa cattolica che vi hanno radunato più volte a Roma da due mesi a questa parte. 

Certamente, al semplice livello professionale, voi avete vissuto giornate stancanti e commoventi. Il carattere improvviso, imprevedibile, dei fatti che si sono succeduti, vi ha obbligato a far ricorso ad una somma di nozioni in materia di informazione religiosa che forse vi erano poco familiari, poi a far fronte, in condizioni talvolta febbrili, ad un’esigenza che conosce la malattia del secolo: la fretta. Per voi, attendere la fumata bianca non è stato un momento di riposo. 

Grazie prima di tutto per aver offerto tanta larga eco, con un rispetto unanime, alla fatica considerevole e veramente storica del grande Papa Paolo VI. Grazie per aver reso tanto familiare il volto sorridente e l’atteggiamento evangelico del mio Predecessore immediato, Giovanni Paolo I. Grazie ancora per il positivo rilievo che avete dato al recente Conclave, alla mia elezione e ai primi passi da me compiuti nel pesante incarico del pontificato. In tutti questi casi, c’è stata per voi l’occasione non soltanto di parlare delle persone – che passano –, ma della Sede di Roma, della Chiesa, delle sue tradizioni e dei suoi riti, della sua fede, dei suoi problemi e delle sue speranze, di San Pietro e del ruolo del Papa, dei grandi obiettivi spirituali di oggi, in breve del ministero della Chiesa. Permettete che io mi soffermi un po’ su questo aspetto: è difficile presentare bene il vero volto della Chiesa. 

Sì, gli avvenimenti sono sempre difficili a leggersi e a farsi leggere. Prima di tutto sono quasi sempre complessi. Basta che un elemento sia dimenticato per inavvertenza, omesso volontariamente, minimizzato o al contrario accentuato oltre misura, perché siano falsate la visione presente e le previsioni future. Gli eventi ecclesiali sono inoltre più difficili a farsi cogliere per coloro che li guardano, lo dico col massimo rispetto per tutti, al di fuori di una visione di fede e ancor più a essere espressi per un largo pubblico che ne percepisce difficilmente il vero senso. Per voi è quindi necessario suscitare l’interesse e l’ascolto di quel pubblico, mentre le vostre agenzie vi domandano spesso e soprattutto qualche cosa di sensazionale. Alcuni sono allora tentati di rifugiarsi nell’aneddoto: è concreto e può essere molto valido, ma a condizione che l’aneddoto sia significativo e in rapporto reale con la natura del fatto religioso. Altri si lanciano coraggiosamente in una analisi approfonditissima dei problemi e delle motivazioni degli uomini di Chiesa, con il rischio di rendere conto in modo insufficiente dell’essenziale, che, lo sapete, non è di natura politica ma spirituale: in definitiva, da quest’ultimo punto di vista, le cose sono spesso più semplici di quanto non s’immagini: oso appena parlare della mia elezione! 

Ma non è questa l’ora di esaminare nei particolari tutti i rischi e i meriti della vostra funzione di informatori religiosi. Sottolineiamo d’altra parte che sembra delinearsi qua e là un certo progresso nella ricerca della verità, nella comprensione e presentazione del fatto religioso. Mi felicito del ruolo che avete in ciò svolto. 

Forse siete stati voi stessi sorpresi e incoraggiati per l’importanza che vi attribuiva, in ogni Paese, un larghissimo pubblico che alcuni ritenevano indifferente o allergico all’istituzione ecclesiastica e ai fatti dello spirito. In realtà, la trasmissione del compito supremo confidato da Cristo a San Pietro rispetto a tutti i popoli da evangelizzare e a tutti i discepoli del Cristo da radunare nell’unita, è veramente apparsa come una realtà che trascende gli avvenimenti abituali. Sì, la trasmissione di questo compito ha una profonda risonanza negli spiriti e nei cuori che si accorgono che Dio opera nella storia. È stato leale averne preso atto e avervi adattato i mezzi di comunicazione sociale dei quali voi disponete in misure diverse. 

Mi auguro precisamente che gli artigiani dell’informazione religiosa possano sempre trovare l’aiuto di cui hanno bisogno presso organismi qualificati della Chiesa. Questi devono accoglierli nel rispetto delle loro convinzioni e della loro professione, fornire loro una documentazione molto adeguata e molto obiettiva, ma anche proporre loro una prospettiva cristiana che situi i fatti nel loro significato effettivo per la Chiesa e per l’umanità. Così potrete abbordare quei “reportages” religiosi con la competenza specifica che essi esigono. 

Voi siete molto solleciti della libertà dell’informazione e dell’espressione: avete ragione. Ritenetevi felici di beneficiarne! Utilizzate bene codesta libertà per discernere più da vicino la verità e iniziare i vostri lettori, i vostri ascoltatori o telespettatori, a ciò che è vero e nobile, a ciò che è giusto e puro, a ciò che è degno d’essere amato e onorato, per riprendere le parole di San Paolo (Fil 4,8), a ciò che li aiuta a vivere nella giustizia e nella fraternità, a scoprire il senso ultimo della vita, ad aprirli al mistero di Dio così vicino a ciascuno di noi. In queste condizioni, la vostra professione tanto esigente e talvolta tanto spossante, stavo per dire la vostra vocazione tanto attuale e tanto bella, innalzerà ancora lo spirito e i cuori degli uomini di buona volontà, così come farà con la fede dei cristiani. È un servizio apprezzato dalla Chiesa e dall’umanità. 

Oso invitare anche voi ad uno sforzo di comprensione, come ad un patto leale: quando fate un “reportage” sulla vita e l’attività della Chiesa, cercate di impadronirvi ancora di più delle motivazioni autentiche, profonde, spirituali, del pensiero e dell’azione della Chiesa. La Chiesa, dal canto suo, ascolta la testimonianza obiettiva dei giornalisti sulle attese e le esigenze di questo mondo. Ciò non vuol dire evidentemente che essa modella il proprio messaggio sul mondo del suo tempo: è il Vangelo che deve sempre ispirare il suo atteggiamento. 

Sono felice di questo primo contatto con voi. Vi assicuro la mia comprensione e mi permetto di contare sulla vostra. So che oltre i vostri problemi professionali, sui quali torneremo in seguito, ognuno di voi ha le proprie preoccupazioni personali, familiari. Non temiamo di confidarle alla Vergine Maria, che è sempre accanto al Cristo. E nel nome del Cristo vi benedico con tutto il cuore. 

Desidero porgere il mio saluto e la mia benedizione, non solo a voi, ma a tutti i vostri colleghi in tutto il mondo. Sebbene rappresentiate culture differenti, siete tutti uniti nel servizio alla verità. E il gruppo che ieri avete costituito qui è, esso stesso, una splendida manifestazione di unità e solidarietà. Vi chiedo di ricordarmi alle vostre famiglie e ai vostri concittadini nei vostri rispettivi Paesi. Accettate – voi tutti – la mia espressione di rispetto, di stima e fraterno affetto. 

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II PER L'INIZIO DEL PONTIFICATO

Domenica 22 ottobre 1978

1. “Tu sei il Cristo il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16).

Queste parole ha pronunciato Simone figlio di Giona, nella regione di Cesarea di Filippo. Sì, le ha espresse con la propria lingua, con una profonda, vissuta, sentita convinzione, ma esse non trovano in lui la loro fonte, la loro sorgente: “...perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli” (Mt 16,17). Queste erano parole di Fede.

Esse segnano l’inizio della missione di Pietro nella storia della salvezza, nella storia del Popolo di Dio. Da allora, da tale confessione di Fede, la storia sacra della salvezza e del Popolo di Dio doveva acquisire una nuova dimensione: esprimersi nella storica dimensione della Chiesa. Questa dimensione ecclesiale della storia del Popolo di Dio trae le sue origini, nasce infatti da queste parole di Fede e si allaccia all’uomo che le ha pronunciate: “Tu sei Pietro – roccia, pietra – e su di te, come su una pietra, io costruirò la mia Chiesa”.

2. Quest’oggi e in questo luogo bisogna che di nuovo siano pronunciate ed ascoltate le stesse parole: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”.

Sì, Fratelli e Figli, prima di tutto queste parole.

Il loro contenuto dischiude ai nostri occhi il mistero di Dio vivente, mistero che il Figlio conosce e che ci ha avvicinato. Nessuno, infatti, ha avvicinato il Dio vivente agli uomini, nessuno Lo ha rivelato come l’ha fatto solo lui stesso. Nella nostra conoscenza di Dio, nel nostro cammino verso Dio siamo totalmente legati alla potenza di queste parole “Chi vede me, vede pure il Padre”. Colui che è Infinito, inscrutabile, ineffabile si è fatto vicino a noi in Gesù Cristo, il Figlio unigenito, nato da Maria Vergine nella stalla di Betlemme.

– Voi tutti che già avete la inestimabile ventura di credere,

– voi tutti che ancora cercate Dio,

– e pure voi tormentati dal dubbio:

vogliate accogliere ancora una volta – oggi e in questo sacro luogo – le parole pronunciate da Simon Pietro. In quelle parole è la fede della Chiesa. In quelle stesse parole è la nuova verità, anzi, l’ultima e definitiva verità sull’uomo: il figlio del Dio vivente. “Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivente”!

3. Oggi il nuovo Vescovo di Roma inizia solennemente il suo ministero e la missione di Pietro. In questa Città, infatti, Pietro ha espletato e ha compiuto la missione affidatagli dal Signore.

Il Signore si rivolse a lui dicendo: “...quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi” (Gv 21,18).

Pietro è venuto a Roma!

Cosa lo ha guidato e condotto a questa Urbe, cuore dell’Impero Romano, se non l’obbedienza all’ispirazione ricevuta dal Signore? Forse questo pescatore di Galilea non avrebbe voluto venire fin qui. Forse avrebbe preferito restare là, sulle rive del lago di Genesaret, con la sua barca, con le sue reti. Ma, guidato dal Signore, obbediente alla sua ispirazione, è giunto qui!

Secondo un’antica tradizione (che ha trovato anche una sua magnifica espressione letteraria in un romanzo di Henryk Sienkiewicz), durante la persecuzione di Nerone, Pietro voleva abbandonare Roma. Ma il Signore è intervenuto: gli è andato incontro. Pietro si rivolse a lui chiedendo: “Quo vadis, Domine?” (Dove vai, Signore?). E il Signore gli rispose subito: “Vado a Roma per essere crocifisso per la seconda volta”. Pietro tornò a Roma ed è rimasto qui fino alla sua crocifissione.

Sì, Fratelli e Figli, Roma è la Sede di Pietro. Nei secoli gli sono succeduti in questa Sede sempre nuovi Vescovi. Oggi un nuovo Vescovo sale sulla Cattedra Romana di Pietro, un Vescovo pieno di trepidazione, consapevole della sua indegnità. E come non trepidare di fronte alla grandezza di tale chiamata e di fronte alla missione universale di questa Sede Romana?!

Alla Sede di Pietro a Roma sale oggi un Vescovo che non è romano. Un Vescovo che è figlio della Polonia. Ma da questo momento diventa pure lui romano. Sì, romano! Anche perché figlio di una nazione la cui storia, dai suoi primi albori, e le cui millenarie tradizioni sono segnate da un legame vivo, forte, mai interrotto, sentito e vissuto con la Sede di Pietro, una nazione che a questa Sede di Roma è rimasta sempre fedele. Oh, inscrutabile è il disegno della divina Provvidenza!

4. Nei secoli passati, quando il Successore di Pietro prendeva possesso della sua Sede, si deponeva sul suo capo il triregno, la tiara. L’ultimo incoronato è stato Papa Paolo VI nel 1963, il quale, però, dopo il solenne rito di incoronazione non ha mai più usato il triregno lasciando ai suoi Successori la libertà di decidere al riguardo.

Il Papa Giovanni Paolo I, il cui ricordo è così vivo nei nostri cuori, non ha voluto il triregno e oggi non lo vuole il suo Successore. Non è il tempo, infatti, di tornare ad un rito e a quello che, forse ingiustamente, è stato considerato come simbolo del potere temporale dei Papi.

Il nostro tempo ci invita, ci spinge, ci obbliga a guardare il Signore e ad immergere in una umile e devota meditazione del mistero della suprema potestà dello stesso Cristo.

Colui che è nato dalla Vergine Maria, il Figlio del falegname – come si riteneva –, il Figlio del Dio vivente, come ha confessato Pietro, è venuto per fare di tutti noi “un regno di sacerdoti”.

Il Concilio Vaticano II ci ha ricordato il mistero di questa potestà e il fatto che la missione di Cristo – Sacerdote, Profeta-Maestro, Re – continua nella Chiesa. Tutti, tutto il Popolo di Dio è partecipe di questa triplice missione. E forse nel passato si deponeva sul capo del Papa il triregno, quella triplice corona, per esprimere, attraverso tale simbolo, che tutto l’ordine gerarchico della Chiesa di Cristo, tutta la sua “sacra potestà” in essa esercitata non è altro che il servizio, servizio che ha per scopo una sola cosa: che tutto il Popolo di Dio sia partecipe di questa triplice missione di Cristo e rimanga sempre sotto la potestà del Signore, la quale trae le sue origini non dalle potenze di questo mondo, ma dal Padre celeste e dal mistero della Croce e della Risurrezione.

La potestà assoluta e pure dolce e soave del Signore risponde a tutto il profondo dell’uomo, alle sue più elevate aspirazioni di intelletto, di volontà, di cuore. Essa non parla con un linguaggio di forza, ma si esprime nella carità e nella verità.

Il nuovo Successore di Pietro nella Sede di Roma eleva oggi una fervente, umile, fiduciosa preghiera: “O Cristo! Fa’ che io possa diventare ed essere servitore della tua unica potestà! Servitore della tua dolce potestà! Servitore della tua potestà che non conosce il tramonto! Fa’ che io possa essere un servo! Anzi, servo dei tuoi servi”.

5. Fratelli e Sorelle! Non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la sua potestà!

Aiutate il Papa e tutti quanti vogliono servire Cristo e, con la potestà di Cristo, servire l’uomo e l’umanità intera!

Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!

Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa!

Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna.

Proprio oggi la Chiesa intera celebra la sua “Giornata Missionaria Mondiale”, prega, cioè, medita, agisce perché le parole di vita del Cristo giungano a tutti gli uomini e siano da essi accolte come messaggio di speranza, di salvezza, di liberazione totale.

6. Ringrazio tutti i presenti che hanno voluto partecipare a questa solenne inaugurazione del ministero del nuovo Successore di Pietro.

Ringrazio di cuore i Capi di Stato, i Rappresentanti delle Autorità, le Delegazioni di Governi per la loro presenza che mi onora tanto.

Grazie a voi, Eminentissimi Cardinali della Santa Chiesa Romana!

Vi ringrazio, diletti Fratelli nell’Episcopato!

Grazie a voi, Sacerdoti!

A voi Sorelle e Fratelli, Religiose e Religiosi degli Ordini e delle Congregazioni! Grazie!

Grazie a voi, Romani!

Grazie ai pellegrini convenuti da tutto il mondo!

Grazie a quanti sono collegati a questo Sacro Rito attraverso la Radio e la Televisione!

7. Do Was sie zwracam umilowani moi Rodacy, Pielgrzymi z Polski, Bracia Biskupi z Waszym Wspanialym Prymasem na czele, Kaplani, Siostry i Bracia polskich Zakonów – do Was, Przedstawiciele Polonii z calego swiata.

A cóz powiedziec do Was, którzy tu przybyliscie z mojego Krakowa, od stolicy sw. Stanislawa, ktorego bylem niegodnym nastepca przez lat czternascie. Coz powiedziec? Wszystko co bym mogl powiedziec bedzie blade w stosunku do tego, co czuje w tej chwili mofe serce. A takze w stosunku do tego, co czuja Wasze serca.

Wiec oszczedzmy slów. Niech pozostanie tylko wielkie milczenie przed Bogiem, ktore jest sama modlitwa.

Prosze Was! Badzcie ze mna! Na Jasnej Gorze i wszedzie! Nie przestawajcie byc z Papiezem, który dzis prosi slowami poety “Matko Boza, co Jasnej bronisz Czestochowy i w Ostrej swiecisz Bramie”!i do Was kieruie te slowa w takiej niezwyklej chwili.

È stato questo un appello ed un invito alla preghiera per il nuovo Papa, appello espresso in lingua polacca. Con lo stesso appello mi rivolgo a tutti i figli ed a tutte le figlie della Chiesa Cattolica. Ricordatemi oggi e sempre nella vostra preghiera.

Aux catholiques des pays de langue française, j’exprime toute mon affection et tout mon dévouement! Et je me permets de compter sur votre soutien filial et sans réserve! Puissiez-vous progresser dans la foi! A ceux qui ne partagent pas cette foi, j’adresse aussi mon salut respectueux et cordial. J’espère que leurs sentiments de bienveillance faciliteront la mission spirituelle qui m’incombe et qui n’est pas sans retentissements sur le bonheur et la paix du monde!

To all of you who speak English I offer in the name of Christ a cordial greeting. I count on the support of your prayers and your good will in carrying out my mission of service to the Church and mankind. May Christ give you his grace and his peace, overturning the barriers of division and making all things one in him.

Einen herzlichen Gruss richte ich an die hier anwesenden Vertreter und alle Menschen aus den Ländern deutscher Sprache. Verschiedene Male – und erst kürzlich durch meinen Besuch in der Bundersrepublik Deutschland – hatte ich Gelegenheit, das segensreiche Wirken der Kirche und Ihrer Gläubigen persönlich kennen und Schätzen zu lernen. Lassen Sie Ihren opferbereiten Einsatz für Christus auch weiterhin fruchtbar werden für die grossen Anliegen und Note der Kirche in aller Welt. Darum bitte ich Sie und empfehle meinen neuen apostolischen Dienst auch Ihrem besonderen Gebet.

Mi pensamiento se dirige ahora hacia el mundo de la lengua española, una porción tan considerable de la Iglesia de Cristo. A vosotros, Hermanos e hijos queridos, llegue en este momento solemne el afectuoso saludo del nuevo Papa. Unidos por los vínculos de una común fe católica, sed fieles a vuestra tradición cristiana, hecha vida en un clima cada vez más justo y solidario, mantened vuestra conocida cercanía al Vicario de Cristo y cultivad intensamente la devoción a nuestra Madre, María Santísima.

Irmaos e Filhos de língua portuguesa: como “servo dos servos de Deus”, eu vos saúdo afectuosamente no Senhor. Abenoando-vos, confio na caridade da vossa oraao, e na vossa fidelidade para viverdes sempre a mensagem deste dia e deste rito: “Tu és o Cristo, o Filho de Deus vivo!”.

[Omissis, testo in lingua russa]

Apro il cuore a tutti i Fratelli delle Chiese e delle Comunità Cristiane, salutando, in particolare, voi che qui siete presenti, nell’attesa del prossimo incontro personale; ma fin d’ora vi esprimo sincero apprezzamento per aver voluto assistere a questo solenne rito.

E ancora mi rivolgo a tutti gli uomini, ad ogni uomo (e con quale venerazione l’apostolo di Cristo deve pronunciare questa parola: uomo!).

Pregate per me!

Aiutatemi perché io vi possa servire! Amen.

MENSAJE DEL SANTO PADRE JUAN PABLO II A LOS PRESIDENTES DE ARGENTINA Y CHILE

Señor Presidente, 

Quiero dirigir mi atención al inminente encuentro entre los señores Cancilleres de Argentina y Chile con la viva esperanza de ver superada la controversia que divide a vuestros Países y que tanta angustia causa en mi ánimo. 

Ojalá el coloquio allane el camino para una ulterior reflexión, la cual, obviando pasos que pudieran ser susceptibles de consecuencias imprevisibles, consienta la prosecución de un examen sereno y responsable del contraste. Podrán prevalecer así las exigencias de la justicia, de la equidad y de la prudencia, como fundamento seguro y estable de la convivencia fraterna de vuestros pueblos, respondiendo a su profunda aspiración a la paz interna y externa, sobre las cuales construir un futuro mejor. 

El diálogo no prejuzga los derechos y amplía el campo de las posibilidades razonables, haciendo honor a cuantos tienen la valentía y la cordura de continuarlo incansablemente contra todos los obstáculos. 

Será una solicitud bendecida por Dios y sostenida por el consenso de vuestros pueblos y el aplauso de la Comunidad internacional. 

Inspira mi llamado el afecto paterno que siento por esas dos Naciones tan queridas y la confianza que me viene del sentido de responsabilidad del que hasta ahora han dado prueba y de la que espero un nuevo testimonio. 

Con mis mejores votos y mi Bendición. 

Vaticano, 12 de diciembre de 1978

IOANNES PAULUS PP. II 

GIOVANNI PAOLO II

ANGELUS

Domenica, 22 ottobre 1978

Desidero riprendere la magnifica abitudine dei miei Predecessori e recitare insieme con voi, cari Fratelli e Sorelle, l’“Angelus Domini”.

È terminata da poco la solenne Messa di inaugurazione del mio ministero di Successore di Pietro. Per vivere intensamente questo momento storico, dovevamo fare la professione di fede in comune, che recitiamo ogni giorno nel Credo degli apostoli: “Credo nella santa Chiesa cattolica”, e nel Credo niceno-costantinopolitano: “Credo la Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica”.

Tutti insieme ci siamo resi consapevoli di questa meravigliosa verità sulla Chiesa, che il Concilio Vaticano II ha spiegato in due documenti: nella Costituzione dogmatica Lumen Gentium e nella Costituzione pastorale Gaudium et Spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo.

Ora, dobbiamo andare ancora più in profondità. Dobbiamo arrivare a questo momento della storia del mondo, quando il Verbo si fa Carne. Quando il Figlio di Dio diventa l’Uomo. La storia della salvezza raggiunge il suo culmine e nello stesso tempo, inizia di nuovo nella sua forma definitiva quando la Vergine di Nazaret accetta l’annunzio dell’Angelo e pronunzia le parole: “Fiat mihi secundum verbum tuum”: avvenga di me quello che hai detto (Lc 1,38).

In quel momento viene quasi concepita la Chiesa. Riandiamo quindi all’inizio del mistero. E in esso abbracciamo ancora una volta tutto il contenuto della solennità odierna. In esso abbracciamo tutto il passato della cristianità e della Chiesa, la quale, qui, a Roma, ha trovato il suo centro. In esso cerchiamo di abbracciare tutto il futuro del pontificato, del Popolo di Dio e di tutta la famiglia umana, perché la famiglia prende inizio dalla volontà del Padre, ma sempre viene concepita sotto il cuore della Madre.

Con questa fede e con questa speranza preghiamo.

ANGELUS

Venerdì 8 dicembre 1978

1. Fra poco reciteremo l’Angelus. In questa preghiera ricorderemo l’avvenimento che è accaduto in una città della Galilea chiamata Nazaret. L’avvenimento che aspettava tutto il mondo immerso nel buio dell’avvento, dell’attesa. 

“Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te” (Lc 1,28). 

Queste sono le parole di Dio che l’Angelo rivolge ad una povera ragazza di Nazaret, di nome Miriam (Maria), i cui genitori, secondo la tradizione, erano Gioacchino e Anna, e che dai primissimi anni desiderava appartenere senza riserva, completamente, al Signore, come testimonia la commemorazione della Presentazione che viene ricordata ogni anno il 21 novembre. 

2. Ave, o piena di grazia. Che cosa significano queste parole? L’Evangelista Luca scrive che Maria (Miriam), a queste parole pronunciate dall’Angelo, “rimase turbata e si domandava che senso avesse tale saluto” (Lc 1,29). 

Queste parole esprimono una elezione singolare. Grazia significa una pienezza particolare della creazione attraverso la quale l’essere, che rassomiglia a Dio, partecipa alla stessa vita interiore di Dio. Grazia vuol dire l’amore e il dono di Dio stesso, il dono completamente libero (“dato gratuitamente”) in cui Dio affida all’uomo il suo Mistero, dandogli, nello stesso tempo, la capacità di poter testimoniare il Mistero, di colmare di esso il suo essere umano, la sua vita, i pensieri, la volontà e il cuore. 

La pienezza di grazia è costituita dal Cristo stesso. Maria di Nazaret riceve Cristo, e insieme con Cristo e per Cristo Ella riceve la più piena partecipazione al Mistero eterno, alla vita interiore di Dio: del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Tale partecipazione è la più piena di tutto il creato, sovrasta tutto ciò che separa l’uomo da Dio. Esclude anche il peccato originale: l’eredità di Adamo. Il Cristo, che è l’artefice della vita divina, cioè della Grazia in ciascun uomo, mediante la Redenzione da lui compiuta, deve essere particolarmente generoso con sua Madre. Deve redimerla in modo particolarmente sovrabbondante dal peccato (“copiosa apud eum redemptio”: è grande presso di lui la redenzione) (Sal 129,7). Questa generosità del Figlio verso la Madre risale al primo momento della sua esistenza. Si chiama Immacolata Concezione. 

3. Cento anni fa è morto un grande Papa, il Servo di Dio Pio IX. Ricordiamoci oggi con quali parole egli ha espresso la dottrina della Chiesa sull’Immacolata Concezione: “Con l’autorità di Nostro Signore Gesù Cristo, dei beati apostoli Pietro e Paolo e nostra dichiariamo, pronunciamo e definiamo che la dottrina, la quale afferma che la beatissima Vergine Maria nel primo istante del suo concepimento, per singolare grazia e privilegio concessole da Dio Onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, fu preservata immune da ogni macchia di peccato originale, è verità rivelata da Dio e perciò da credersi fermamente e costantemente da tutti i fedeli” (Pio IX, Ineffabilis Deus). 

Ritenuto tutto ciò nella memoria, recitiamo oggi l’“Angelus Domini” con una emozione particolare. 

Con questo saluto dell’Angelo prega Roma, tutta la Chiesa e il mondo. 

[In polacco:] 

Con questo saluto dell’Angelo prega la Chiesa in Polonia, ricordando il Beato Massimiliano Kolbe, che ha legato tutta la sua santità e tutta la sua attività apostolica all’Immacolata e che ha fondato la sua vita su questo primo mistero con il quale Dio stesso ha segnato l’inizio terreno della Madre di Cristo e della Chiesa.  

ANGELUS

Domenica 24 dicembre 1978

“Hodie scietis quia veniet Dominus; et cras videbitis gloriam eius” (Es 16,6-7): Oggi saprete che il Signore verrà a salvarci; e domani vedrete la sua gloria. 

Con queste parole la liturgia di oggi si rivolge a noi: è la vigilia della Natività di Cristo. È l’ultimo giorno dell’attesa, giorno di profonda gioia, poiché il Signore sta per venire, e noi lo vedremo, come ogni anno, in quell’insolito luogo della sua nascita: in una stalla, in una mangiatoia. È questo, infatti, il luogo che gli uomini gli hanno “assegnato”: gli abitanti di Betlemme e, in un certo modo, tutti gli uomini. E questo stesso luogo Dio ha scelto per il suo Figlio. C’è ben da meditare su questa realtà, e noi lo faremo durante la Messa di mezzanotte. 

Adesso, secondo l’usanza della vigilia, desidero esprimervi i miei più cordiali auguri. In questo momento, li formulo soprattutto come Vescovo di Roma, e desidero indirizzarli a tutti i Romani. Sì, io desidero che questi miei auguri giungano a ciascuno di voi, perché quest’oggi è un giorno in cui ogni uomo si avvicina all’altro uomo. 

Desidero che questi miei auguri arrivino in ogni casa, in ogni famiglia. Nelle festività natalizie si sente maggiormente il bisogno di essere vicini ai propri familiari, nel calore del focolare domestico. Lasciate, dunque, che anch’io mi associ a questa vostra unione di cuori. 

Ai genitori auguro che si realizzi quanto essi desiderano per i loro figlioli. Ai giovani auguro che si riveli loro in modo particolare l’umanità, cioè “la bontà e l’amore del Salvatore nostro” (cf. Tt 3,4). 

Con lo stesso augurio mi reco spiritualmente in ogni parrocchia di Roma e in tutte le Case dei religiosi e delle religiose. 

Mi rivolgo specialmente ai nomadi, ai malati, ai sofferenti, agli anziani, agli abbandonati, agli emarginati, a tutti coloro che sono soli e lontani dalle loro famiglie, perché accettino l’amore che offre loro Cristo per la salvezza di ogni uomo. 

I miei auguri si estendono, inoltre, a tutti gli ambienti di lavoro, di studio, di attività artistica, di ricerca scientifica e di ogni attività umana. 

Busso alle porte delle diverse Istituzioni della vita comunitaria, nei suoi molteplici aspetti, e dico: “Pace agli uomini di buona volontà”, perché è questo messaggio che è stato annunciato nella grotta di Betlemme. 

Invito tutti all’incontro di mezzanotte, la vigilia natalizia, per il banchetto d’amore, che il Salvatore del mondo ci ha preparato. 

Rivolgo particolari parole di riconoscenza e di comunione fraterna ai Sacerdoti, ai Vescovi, al Cardinale Vicario di Roma. 

Carissimi Fratelli e Sorelle! 

Che nella nostra vita possa avere attuazione quanto ci annuncia la liturgia di oggi: avvenga, dunque, che sappiamo (“scietis”), accettiamo, viviamo nel profondo della nostra coscienza la verità che “il Signore è venuto”. 

Accettiamolo oggi (“hodie”), ricordando che quest’oggi è l’essenza di tutta la nostra vita sulla terra. E che domani (“cras”) potremo vedere la sua gloria ed essere tutti partecipi di essa! 

La letizia del Natale vicino rende particolarmente viva la mia profonda afflizione per la grave sciagura aerea avvenuta ieri notte nei pressi di Palermo, causando numerose vittime, le quali sono in gran parte costituite da emigrati, che ritornavano alle loro case per trascorrere in famiglia le imminenti festività. 

Ho già espresso al riguardo i miei sentimenti in un telegramma al Cardinale Arcivescovo di quella città. Desidero però rinnovare ora l’assicurazione della mia preghiera di suffragio per coloro che hanno perso la vita in tale incidente, mentre esprimo ai loro familiari la mia intima partecipazione al loro cordoglio e rivolgo ai feriti i miei voti e il mio incoraggiamento. 

ANGELUS

Domenica 31 dicembre 1978

Oggi è l’ultimo giorno dell’Anno del Signore 1978. Ci congediamo da questo anno ringraziando Dio per tutto il bene che abbiamo ricevuto durante i dodici mesi trascorsi. Lo salutiamo chiedendo a Dio perdono per tutto il male che nel corso di questi dodici mesi è stato iscritto nei cuori umani, nella storia dei popoli, nella storia dei continenti. Chiediamo perdono a Dio dei nostri peccati, delle nostre manchevolezze e negligenze. Preghiamo per aver la grazia e le forze necessarie per entrare nel nuovo periodo di tempo, nel nuovo anno, e, come dice l’Apostolo, per non lasciarci vincere dal male, ma per vincere con il bene il male (cf. Rm 12,21). 

Nel periodo del Natale i nostri pensieri e i nostri cuori sono orientati, in modo particolare, ai bambini. Ed è giusto, perché per noi è nato a Betlemme il Bambino Gesù. 

Oggi però vorrei che questi nostri pensieri, i nostri cuori e soprattutto le nostre preghiere orientate ai più piccoli e ai più giovani, vadano ai più anziani. Ho in mente non tanto coloro che sono di mezza età (nella pienezza delle forze fisiche), ma piuttosto quelli di età avanzata: nonni, nonne; le persone anziane. 

Queste persone qualche volta sono abbandonate. Soffrono a causa della loro anzianità. Soffrono anche a causa dei diversi disturbi, che l’età avanzata porta con sé. Però, la loro più grande sofferenza è quando non trovano la dovuta comprensione e gratitudine da parte di quelli, dai quali hanno diritto di aspettarla. 

Oggi, nella domenica dopo il Natale, dedicata alla venerazione della Famiglia di Nazaret, sappiamo ricordarci e meditare sul quarto comandamento divino: “Onora tuo padre e tua madre”. Questo comandamento ha un’importanza fondamentale per lo sviluppo dei rapporti tra le generazioni non solo nella famiglia, ma anche in tutta la società. Preghiamo Iddio affinché questi rapporti si sviluppino nello spirito del quarto comandamento! 

Proprio ai più anziani dobbiamo guardare con rispetto (“onora!”); a loro devono le famiglie la propria esistenza, l’educazione, il mantenimento, che spesso sono stati pagati con duro lavoro e con molta sofferenza. 

Non possono essere trattati come se fossero ormai inutili. Anche se qualche volta mancano ad essi le forze per poter svolgere le azioni più semplici, hanno però l’esperienza della vita e la saggezza, che molto spesso mancano ai giovani. Meditiamo le parole della Sacra Scrittura: “Come s’addice il giudicare ai capelli bianchi, e agli anziani intendersi di consigli! Come s’addice la sapienza ai vecchi, il discernimento e il consiglio alle persone eminenti! Corona dei vecchi è un’esperienza molteplice, loro vanto il timore del Signore” (Sir 25,4-6). 

Perciò, oggi a voi, anziani, si rivolgono i pensieri e la preghiera del Papa. Spero che tutti i presenti ben volentieri siano pienamente in sintonia col Papa; spero che ben volentieri lo siano soprattutto i più giovani. I nipoti amano i loro nonni e le loro nonne, e meglio e degli altri stanno con loro. 

Così, concludiamo quest’anno nello spirito di avvicinamento delle generazioni, nello spirito di reciproca comprensione e reciproco amore. 

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II PER L'INIZIO DEL PONTIFICATO

Domenica 22 ottobre 1978

1. “Tu sei il Cristo il Figlio del Dio vivente” (Mt 16,16).

Queste parole ha pronunciato Simone figlio di Giona, nella regione di Cesarea di Filippo. Sì, le ha espresse con la propria lingua, con una profonda, vissuta, sentita convinzione, ma esse non trovano in lui la loro fonte, la loro sorgente: “...perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli” (Mt 16,17). Queste erano parole di Fede.

Esse segnano l’inizio della missione di Pietro nella storia della salvezza, nella storia del Popolo di Dio. Da allora, da tale confessione di Fede, la storia sacra della salvezza e del Popolo di Dio doveva acquisire una nuova dimensione: esprimersi nella storica dimensione della Chiesa. Questa dimensione ecclesiale della storia del Popolo di Dio trae le sue origini, nasce infatti da queste parole di Fede e si allaccia all’uomo che le ha pronunciate: “Tu sei Pietro – roccia, pietra – e su di te, come su una pietra, io costruirò la mia Chiesa”.

2. Quest’oggi e in questo luogo bisogna che di nuovo siano pronunciate ed ascoltate le stesse parole: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”.

Sì, Fratelli e Figli, prima di tutto queste parole.

Il loro contenuto dischiude ai nostri occhi il mistero di Dio vivente, mistero che il Figlio conosce e che ci ha avvicinato. Nessuno, infatti, ha avvicinato il Dio vivente agli uomini, nessuno Lo ha rivelato come l’ha fatto solo lui stesso. Nella nostra conoscenza di Dio, nel nostro cammino verso Dio siamo totalmente legati alla potenza di queste parole “Chi vede me, vede pure il Padre”. Colui che è Infinito, inscrutabile, ineffabile si è fatto vicino a noi in Gesù Cristo, il Figlio unigenito, nato da Maria Vergine nella stalla di Betlemme.

– Voi tutti che già avete la inestimabile ventura di credere,

– voi tutti che ancora cercate Dio,

– e pure voi tormentati dal dubbio:

vogliate accogliere ancora una volta – oggi e in questo sacro luogo – le parole pronunciate da Simon Pietro. In quelle parole è la fede della Chiesa. In quelle stesse parole è la nuova verità, anzi, l’ultima e definitiva verità sull’uomo: il figlio del Dio vivente. “Tu sei il Cristo, Figlio del Dio vivente”!

3. Oggi il nuovo Vescovo di Roma inizia solennemente il suo ministero e la missione di Pietro. In questa Città, infatti, Pietro ha espletato e ha compiuto la missione affidatagli dal Signore.

Il Signore si rivolse a lui dicendo: “...quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi” (Gv 21,18).

Pietro è venuto a Roma!

Cosa lo ha guidato e condotto a questa Urbe, cuore dell’Impero Romano, se non l’obbedienza all’ispirazione ricevuta dal Signore? Forse questo pescatore di Galilea non avrebbe voluto venire fin qui. Forse avrebbe preferito restare là, sulle rive del lago di Genesaret, con la sua barca, con le sue reti. Ma, guidato dal Signore, obbediente alla sua ispirazione, è giunto qui!

Secondo un’antica tradizione (che ha trovato anche una sua magnifica espressione letteraria in un romanzo di Henryk Sienkiewicz), durante la persecuzione di Nerone, Pietro voleva abbandonare Roma. Ma il Signore è intervenuto: gli è andato incontro. Pietro si rivolse a lui chiedendo: “Quo vadis, Domine?” (Dove vai, Signore?). E il Signore gli rispose subito: “Vado a Roma per essere crocifisso per la seconda volta”. Pietro tornò a Roma ed è rimasto qui fino alla sua crocifissione.

Sì, Fratelli e Figli, Roma è la Sede di Pietro. Nei secoli gli sono succeduti in questa Sede sempre nuovi Vescovi. Oggi un nuovo Vescovo sale sulla Cattedra Romana di Pietro, un Vescovo pieno di trepidazione, consapevole della sua indegnità. E come non trepidare di fronte alla grandezza di tale chiamata e di fronte alla missione universale di questa Sede Romana?!

Alla Sede di Pietro a Roma sale oggi un Vescovo che non è romano. Un Vescovo che è figlio della Polonia. Ma da questo momento diventa pure lui romano. Sì, romano! Anche perché figlio di una nazione la cui storia, dai suoi primi albori, e le cui millenarie tradizioni sono segnate da un legame vivo, forte, mai interrotto, sentito e vissuto con la Sede di Pietro, una nazione che a questa Sede di Roma è rimasta sempre fedele. Oh, inscrutabile è il disegno della divina Provvidenza!

4. Nei secoli passati, quando il Successore di Pietro prendeva possesso della sua Sede, si deponeva sul suo capo il triregno, la tiara. L’ultimo incoronato è stato Papa Paolo VI nel 1963, il quale, però, dopo il solenne rito di incoronazione non ha mai più usato il triregno lasciando ai suoi Successori la libertà di decidere al riguardo.

Il Papa Giovanni Paolo I, il cui ricordo è così vivo nei nostri cuori, non ha voluto il triregno e oggi non lo vuole il suo Successore. Non è il tempo, infatti, di tornare ad un rito e a quello che, forse ingiustamente, è stato considerato come simbolo del potere temporale dei Papi.

Il nostro tempo ci invita, ci spinge, ci obbliga a guardare il Signore e ad immergere in una umile e devota meditazione del mistero della suprema potestà dello stesso Cristo.

Colui che è nato dalla Vergine Maria, il Figlio del falegname – come si riteneva –, il Figlio del Dio vivente, come ha confessato Pietro, è venuto per fare di tutti noi “un regno di sacerdoti”.

Il Concilio Vaticano II ci ha ricordato il mistero di questa potestà e il fatto che la missione di Cristo – Sacerdote, Profeta-Maestro, Re – continua nella Chiesa. Tutti, tutto il Popolo di Dio è partecipe di questa triplice missione. E forse nel passato si deponeva sul capo del Papa il triregno, quella triplice corona, per esprimere, attraverso tale simbolo, che tutto l’ordine gerarchico della Chiesa di Cristo, tutta la sua “sacra potestà” in essa esercitata non è altro che il servizio, servizio che ha per scopo una sola cosa: che tutto il Popolo di Dio sia partecipe di questa triplice missione di Cristo e rimanga sempre sotto la potestà del Signore, la quale trae le sue origini non dalle potenze di questo mondo, ma dal Padre celeste e dal mistero della Croce e della Risurrezione.

La potestà assoluta e pure dolce e soave del Signore risponde a tutto il profondo dell’uomo, alle sue più elevate aspirazioni di intelletto, di volontà, di cuore. Essa non parla con un linguaggio di forza, ma si esprime nella carità e nella verità.

Il nuovo Successore di Pietro nella Sede di Roma eleva oggi una fervente, umile, fiduciosa preghiera: “O Cristo! Fa’ che io possa diventare ed essere servitore della tua unica potestà! Servitore della tua dolce potestà! Servitore della tua potestà che non conosce il tramonto! Fa’ che io possa essere un servo! Anzi, servo dei tuoi servi”.

5. Fratelli e Sorelle! Non abbiate paura di accogliere Cristo e di accettare la sua potestà!

Aiutate il Papa e tutti quanti vogliono servire Cristo e, con la potestà di Cristo, servire l’uomo e l’umanità intera!

Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!

Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa!

Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna.

Proprio oggi la Chiesa intera celebra la sua “Giornata Missionaria Mondiale”, prega, cioè, medita, agisce perché le parole di vita del Cristo giungano a tutti gli uomini e siano da essi accolte come messaggio di speranza, di salvezza, di liberazione totale.

6. Ringrazio tutti i presenti che hanno voluto partecipare a questa solenne inaugurazione del ministero del nuovo Successore di Pietro.

Ringrazio di cuore i Capi di Stato, i Rappresentanti delle Autorità, le Delegazioni di Governi per la loro presenza che mi onora tanto.

Grazie a voi, Eminentissimi Cardinali della Santa Chiesa Romana!

Vi ringrazio, diletti Fratelli nell’Episcopato!

Grazie a voi, Sacerdoti!

A voi Sorelle e Fratelli, Religiose e Religiosi degli Ordini e delle Congregazioni! Grazie!

Grazie a voi, Romani!

Grazie ai pellegrini convenuti da tutto il mondo!

Grazie a quanti sono collegati a questo Sacro Rito attraverso la Radio e la Televisione!

7. Do Was sie zwracam umilowani moi Rodacy, Pielgrzymi z Polski, Bracia Biskupi z Waszym Wspanialym Prymasem na czele, Kaplani, Siostry i Bracia polskich Zakonów – do Was, Przedstawiciele Polonii z calego swiata.

A cóz powiedziec do Was, którzy tu przybyliscie z mojego Krakowa, od stolicy sw. Stanislawa, ktorego bylem niegodnym nastepca przez lat czternascie. Coz powiedziec? Wszystko co bym mogl powiedziec bedzie blade w stosunku do tego, co czuje w tej chwili mofe serce. A takze w stosunku do tego, co czuja Wasze serca.

Wiec oszczedzmy slów. Niech pozostanie tylko wielkie milczenie przed Bogiem, ktore jest sama modlitwa.

Prosze Was! Badzcie ze mna! Na Jasnej Gorze i wszedzie! Nie przestawajcie byc z Papiezem, który dzis prosi slowami poety “Matko Boza, co Jasnej bronisz Czestochowy i w Ostrej swiecisz Bramie”!i do Was kieruie te slowa w takiej niezwyklej chwili.

È stato questo un appello ed un invito alla preghiera per il nuovo Papa, appello espresso in lingua polacca. Con lo stesso appello mi rivolgo a tutti i figli ed a tutte le figlie della Chiesa Cattolica. Ricordatemi oggi e sempre nella vostra preghiera.

Aux catholiques des pays de langue française, j’exprime toute mon affection et tout mon dévouement! Et je me permets de compter sur votre soutien filial et sans réserve! Puissiez-vous progresser dans la foi! A ceux qui ne partagent pas cette foi, j’adresse aussi mon salut respectueux et cordial. J’espère que leurs sentiments de bienveillance faciliteront la mission spirituelle qui m’incombe et qui n’est pas sans retentissements sur le bonheur et la paix du monde!

To all of you who speak English I offer in the name of Christ a cordial greeting. I count on the support of your prayers and your good will in carrying out my mission of service to the Church and mankind. May Christ give you his grace and his peace, overturning the barriers of division and making all things one in him.

Einen herzlichen Gruss richte ich an die hier anwesenden Vertreter und alle Menschen aus den Ländern deutscher Sprache. Verschiedene Male – und erst kürzlich durch meinen Besuch in der Bundersrepublik Deutschland – hatte ich Gelegenheit, das segensreiche Wirken der Kirche und Ihrer Gläubigen persönlich kennen und Schätzen zu lernen. Lassen Sie Ihren opferbereiten Einsatz für Christus auch weiterhin fruchtbar werden für die grossen Anliegen und Note der Kirche in aller Welt. Darum bitte ich Sie und empfehle meinen neuen apostolischen Dienst auch Ihrem besonderen Gebet.

Mi pensamiento se dirige ahora hacia el mundo de la lengua española, una porción tan considerable de la Iglesia de Cristo. A vosotros, Hermanos e hijos queridos, llegue en este momento solemne el afectuoso saludo del nuevo Papa. Unidos por los vínculos de una común fe católica, sed fieles a vuestra tradición cristiana, hecha vida en un clima cada vez más justo y solidario, mantened vuestra conocida cercanía al Vicario de Cristo y cultivad intensamente la devoción a nuestra Madre, María Santísima.

Irmaos e Filhos de língua portuguesa: como “servo dos servos de Deus”, eu vos saúdo afectuosamente no Senhor. Abenoando-vos, confio na caridade da vossa oraao, e na vossa fidelidade para viverdes sempre a mensagem deste dia e deste rito: “Tu és o Cristo, o Filho de Deus vivo!”.

[Omissis, testo in lingua russa]

Apro il cuore a tutti i Fratelli delle Chiese e delle Comunità Cristiane, salutando, in particolare, voi che qui siete presenti, nell’attesa del prossimo incontro personale; ma fin d’ora vi esprimo sincero apprezzamento per aver voluto assistere a questo solenne rito.

E ancora mi rivolgo a tutti gli uomini, ad ogni uomo (e con quale venerazione l’apostolo di Cristo deve pronunciare questa parola: uomo!).

Pregate per me!

Aiutatemi perché io vi possa servire! Amen.

CELEBRAZIONE EUCARISTICA NELLA BASILICA DI SANTA MARIA MAGGIORE

OMELIA DEL SANTO PADRE

Venerdì 8 dicembre 1978

1. Mentre per la prima volta come Vescovo di Roma varco oggi la soglia della Basilica di Santa Maria Maggiore, mi si presenta dinanzi agli occhi l’evento che ho vissuto qui, in questo luogo, il 21 novembre del 1964. Era la chiusura della terza sessione del Concilio Vaticano II, dopo la solenne proclamazione della Costituzione dogmatica sulla Chiesa, che comincia con le parole: “Lumen gentium” (luce delle genti). Lo stesso giorno il Papa Paolo VI aveva invitato i Padri conciliari a trovarsi proprio qui, nel più venerato tempio mariano di Roma, per esprimere la gioia e la gratitudine per l’opera ultimata in quel giorno.

La Costituzione Lumen Gentium è il documento principale del Concilio, documento “chiave” della Chiesa del nostro tempo, pietra angolare di tutta l’opera di rinnovamento che il Vaticano II ha intrapreso e di cui ha dato le direttive.

L’ultimo capitolo di questa Costituzione porta il titolo: “La beata Vergine Maria Madre di Dio nel mistero di Cristo e della Chiesa”. Paolo VI, parlando quel mattino nella Basilica di San Pietro, col pensiero fisso sull’importanza della dottrina espressa nell’ultimo capitolo della Costituzione Lumen Gentium, chiamò per la prima volta Maria “Madre della Chiesa”. La chiamò così in modo solenne, e cominciò a chiamarla con questo nome, con questo titolo, ma soprattutto ad invocarla perché partecipasse come Madre alla vita della Chiesa: di questa Chiesa che durante il Concilio ha preso più profondamente coscienza della propria natura e della propria missione. Per dare maggiore rilievo a questa espressione, Paolo VI, insieme con i Padri conciliari, è venuto proprio qui, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, dove Maria da tanti secoli è circondata da particolare venerazione e amore, sotto il titolo di “Salus Populi Romani”.

2. Seguendo le orme di questo grande Predecessore, che è stato per me un vero padre, anch’io vengo qui. Dopo il solenne atto in Piazza di Spagna, la cui tradizione risale al 1856, vengo qui in seguito ad un cordiale invito rivoltomi dall’Eminentissimo Arciprete di questa Basilica, il Cardinale Confalonieri, Decano del Sacro Collegio, e da tutto il Capitolo.

Penso però che, insieme a lui, mi invitano qui tutti i miei Predecessori nella cattedra di San Pietro: il Servo di Dio Pio XII, il Servo di Dio Pio IX; tutte le generazioni dei Romani; tutte le generazioni dei cristiani e tutto il Popolo di Dio. Essi sembrano dire: Va’! Onora il grande mistero nascosto fin dall’eternità, in Dio stesso. Va’, e da’ testimonianza a Cristo nostro Salvatore, figlio di Maria! Va’, e annuncia questo particolare momento; nella storia il momento di svolta della salvezza dell’uomo.

Tale punto decisivo nella storia della salvezza è proprio l’“Immacolata Concezione”. Dio nel suo eterno amore ha scelto fin dall’eternità l’uomo: l’ha scelto nel suo Figlio. Dio ha scelto l’uomo, affinché possa raggiungere la pienezza del bene mediante la partecipazione alla sua stessa vita: vita divina, attraverso la grazia. L’ha scelto fin dall’eternità, e irreversibilmente. Né il peccato originale, né tutta la storia delle colpe personali e dei peccati sociali hanno potuto dissuadere l’eterno Padre da questo suo piano di amore. Non hanno potuto annullare la scelta di noi nell’eterno Figlio, Verbo consustanziale al Padre. Poiché questa scelta doveva prendere forma nell’Incarnazione, e poiché il Figlio di Dio doveva per la nostra salvezza farsi uomo, proprio per questo il Padre eterno ha scelto per lui, tra gli uomini, la Madre. Ognuno di noi diventa uomo perché concepito e nato dal grembo materno. L’eterno Padre ha scelto la stessa via per l’umanità del suo Figlio eterno. Ha scelto sua Madre dal popolo, a cui da secoli affidava in modo particolare i suoi misteri e le sue promesse. L’ha scelta dalla stirpe di Davide e contemporaneamente da tutta l’umanità. L’ha scelta di stirpe regale, ma al tempo stesso tra gente povera.

L’ha scelta sin dal principio, sin dal primo momento della concezione, facendola degna della maternità divina, alla quale nel tempo stabilito sarebbe stata chiamata. L’ha fatta prima erede della santità del proprio Figlio. Prima tra i redenti dal suo sangue, ricevuto da lei, umanamente parlando. L’ha resa immacolata nel momento stesso della concezione.

Tutta la Chiesa contempla oggi il mistero dell’Immacolata Concezione e ne gioisce. Questo è un giorno particolare del tempo di Avvento.

3. Esulta di questo mistero la Chiesa Romana e io, come nuovo Vescovo di questa Chiesa, partecipo per la prima volta a tale gioia. Perciò desideravo tanto venire qui, in questo tempio, dove da secoli Maria viene venerata come “Salus Populi Romani”. Questo titolo, questa invocazione non ci dicono forse che la salvezza (“salus”) è diventata in modo singolare retaggio del Popolo Romano (“Populi Romani”)? Non è forse questa la salvezza che Cristo ci ha portato e che Cristo ci porta continuamente, lui solo? E sua Madre, che proprio come Madre, è stata in modo eccezionale, “più eminente” (Paolo VI, Credo), redenta da lui, suo Figlio, non è forse anche lei – da lui, suo Figlio – chiamata, in modo più esplicito, semplice e potente insieme, a partecipare alla salvezza degli uomini, del popolo Romano, dell’umanità intera? Per condurre tutti al Redentore. Per dare testimonianza di lui, anche senza parole, solo con l’amore nel quale si esprime “il genio della madre”. Per avvicinare perfino coloro che oppongono maggiore resistenza, per i quali è più difficile credere nell’amore; che considerano il mondo come un grande poligono “di lotta di tutti contro tutti” (come si è espresso uno dei filosofi nel passato). Per avvicinare tutti – cioè ciascuno – a suo Figlio. Per rivelare il primato dell’amore nella storia dell’uomo. Per annunziare la vittoria finale dell’amore. Non pensa forse la Chiesa a questa vittoria, quando ci ricorda oggi le parole del libro della Genesi: “Questa [la stirpe della donna] schiaccerà la testa del serpente” (cf.Gen 3,15)?

4. “Salus Populi Romani”!

Il nuovo Vescovo di Roma varca oggi la soglia del tempio mariano della Città Eterna, consapevole della lotta tra il bene e il male, che pervade il cuore di ogni uomo, che si svolge nella storia dell’umanità e anche nell’anima del “popolo Romano”. Ecco ciò che al riguardo ci dice l’ultimo Concilio: “Tutta intera la storia umana è infatti pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta cominciata fin dall’origine del mondo, che durerà, come dice il Signore, fino all’ultimo giorno. Inserito in questa battaglia, l’uomo deve combattere senza soste per poter restare unito al bene, né può conseguire la sua interiore unità se non a prezzo di grandi fatiche, con l’aiuto della grazia di Dio” (Gaudium et Spes, 37).

E perciò il Papa, agli inizi del suo servizio episcopale nella cattedra di San Pietro a Roma, desidera affidare la Chiesa in modo particolare a Colei in cui si è compiuta la stupenda e totale vittoria del bene sul male, dell’amore sull’odio, della grazia sul peccato; a Colei della quale Paolo VI disse che è “inizio del mondo migliore”, all’Immacolata. Le affida se stesso, come servo dei servi, e tutti coloro che egli serve, e tutti coloro che con lui servono. Le affida la Chiesa Romana, come pegno e principio di tutte le Chiese del mondo, nella loro universale unità. Gliela affida e offre come sua proprietà!

“Totus tuus ego sum et omnia mea tua sunt. Accipio. Te in mea omnia!”: Sono tutto tuo, e tutto ciò che ho è tuo. Sii tu mia guida in tutto.

Con questo semplice e insieme solenne atto di offerta il Vescovo di Roma, Giovanni Paolo II, desidera ancora una volta riaffermare il proprio servizio al Popolo di Dio, che non può essere nient’altro che l’umile imitazione di Cristo e di Colei, che ha detto di se stessa: “Eccomi, sono la serva del Signore” (Lc 1,38).

Sia questo atto segno di speranza, come segno di speranza è il giorno dell’Immacolata Concezione sullo sfondo di tutti i giorni del nostro Avvento.

SANTA MESSA DI MEZZANOTTE

OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 24 dicembre 1978

Carissimi Fratelli e Sorelle.

1. Ci troviamo nella Basilica di San Pietro a quest’ora insolita. Ci fa da sfondo l’architettura nella quale intere generazioni attraverso i secoli hanno espresso la loro fede nel Dio Incarnato, seguendo il messaggio portato qui a Roma dagli apostoli Pietro e Paolo. Tutto ciò che ci circonda parla con la voce dei due millenni che ci separano dalla nascita di Cristo. Il secondo millennio si sta avvicinando celermente alla fine. Permettete che, così come siamo, in questo contesto di tempo e di luogo, io vada con voi a quella grotta nei pressi della cittadina di Betlemme, situata a sud di Gerusalemme. Facciamo in modo di essere tutti insieme più là che qua: là, dove “nel silenzio della notte” si è fatto sentire il vagito del Neonato, espressione perenne dei figli della terra. In quello stesso tempo si è fatto sentire il cielo, “mondo” di Dio che abita nel tabernacolo inaccessibile della Gloria. Tra la maestà di Dio eterno e la terra-madre, che si annunzia col vagito del Bimbo neonato, s’intravede la prospettiva di una nuova pace, della riconciliazione, dell’alleanza: È nato per noi il Salvatore del mondo “tutti i confini della terra hanno visto la salvezza del nostro Dio”.

2. Tuttavia in questo momento, in questa insolita ora, i confini della terra rimangono distanti. Sono pervasi da un tempo di attesa, lontani dalla pace. La stanchezza riempie piuttosto i cuori degli uomini, che si sono addormentati, così come si erano addormentati non lungi i pastori nelle valli di Betlemme. Ciò che accade nella stalla, nella grotta di roccia ha una dimensione di profonda intimità: è qualcosa che avviene “fra” la Genitrice e il Nascituro. Nessuno dall’esterno vi ha accesso. Perfino Giuseppe, il falegname di Nazaret, rimane testimone silenzioso. Lei sola è pienamente consapevole della sua Maternità. E solo lei capta l’espressione propria del vagito del bimbo. La nascita di Cristo è innanzitutto il suo mistero, il suo grande Giorno. È la festa della Madre.

È una strana festa: senza alcun segno della liturgia della Sinagoga, senza letture profetiche e senza canto di Salmi. “Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato (Eb 10,5) sembra dire, col suo vagito, Colui che, essendo Figlio eterno, Verbo consostanziale al Padre, Dio da Dio, Luce da Luce”, si è fatto carne (Is 1,14), egli si rivela in quel corpo come uno di noi, piccolo infante, in tutta la sua fragilità e vulnerabilità. Soggetto alla sollecitudine degli uomini, affidato al loro amore, indifeso. Vagisce, e il mondo non lo sente, non può sentirlo. Il vagito del bimbo neonato può udirsi appena a distanza di qualche passo.

3. Vi prego quindi, Fratelli e Sorelle, che affollate questa Basilica, cerchiamo di essere più presenti là che qua. Non molti giorni fa, manifestai il mio grande desiderio di trovarmi nella grotta della Natività, per celebrare proprio là l’inizio del mio pontificato. Dato che le circostanze non me lo consentono, e trovandomi qui con tutti voi, ancor più cerco di essere là spiritualmente con voi tutti, per colmare questa liturgia con la profondità, l’ardore, l’autenticità di un intenso sentimento interiore. La liturgia della notte di Natale è ricca di un particolare realismo: realismo di quel momento che noi rinnoviamo, e anche realismo dei cuori che rivivono quel momento. Tutti, infatti, siamo profondamente emozionati e commossi, benché ciò che celebriamo sia avvenuto circa duemila anni fa.

Per avere un quadro completo della realtà di quell’evento, per penetrare ancor più nel realismo di quel momento e dei cuori umani, ricordiamoci che ciò è avvenuto così come è avvenuto: nell’abbandono, nell’estrema povertà, nella stalla-grotta, fuori della città, perché gli uomini, nella città, non hanno voluto accogliere la Madre e Giuseppe in nessuna delle loro case. Da nessuna parte c’era posto. Sin dall’inizio, il mondo si è rivelato inospitale verso il Dio che doveva nascere come Uomo.

4. Riflettiamo ora brevemente sul significato perenne di questa mancata ospitalità dell’uomo nei riguardi di Dio. Noi tutti, che siamo qui, vogliamo che sia diversamente. Vogliamo che a Dio, che nasce come uomo, sia aperto tutto in noi uomini.

Con questo desiderio siamo venuti qui!

Pensiamo quindi questa notte anche a tutti gli uomini che cadono vittime dell’umana disumanità, della crudeltà, della mancanza di qualsiasi rispetto, del disprezzo dei diritti oggettivi di ciascun uomo. Pensiamo a coloro che sono soli, anziani, ammalati; a coloro che non hanno una casa, che soffrono la fame, la cui miseria è conseguenza dello sfruttamento e dell’ingiustizia dei sistemi economici. Pensiamo anche a coloro, ai quali non è permesso, in questa notte, di partecipare alla liturgia della Nascita di Dio, e che non hanno un sacerdote che possa celebrare la Messa. E andiamo col pensiero anche a coloro, le cui anime e coscienze sono tormentate non meno che la loro fede.

La stalla di Betlemme è il primo luogo della solidarietà con l’uomo: di un uomo con l’altro e di tutti con tutti, soprattutto con coloro, per i quali “non c’è posto nell’albergo” (cf. Lc 2,7), ai quali non sono riconosciuti i propri diritti.

5. Il Bambino neonato vagisce.

Chi sente il vagito del bimbo?

Per lui parla però il cielo, ed è il cielo che rivela l’insegnamento proprio di questa nascita. È il cielo che la spiega con queste parole: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama” (Lc 2,14).

Bisogna che noi, toccati dal fatto della nascita di Gesù, sentiamo questo grido del cielo.

Bisogna che esso giunga a tutti i confini della terra, che lo odano nuovamente tutti gli uomini.

“Filius datus est nobis.

Christus natus est nobis. Amen”.

TE DEUM DI RINGRAZIAMENTO PER LA FINE DELL’ANNO

NELLA CHIESA DEDICATA AL SS. MO NOME DI GESÙ

OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 31 dicembre 1978

Carissimi fratelli e sorelle. 

Innanzitutto voglio salutare tutti i qui presenti romani e ospiti venuti per celebrare la chiusura dell’anno 1978, celebrare religiosamente. Rivolgo il mio cordiale saluto al cardinale Vicario, ai fratelli Vescovi, ai rappresentanti dell’autorità civile, ai sacerdoti, religiose, religiosi, soprattutto della Compagnia di Gesù, con il loro Padre Generale. 

1. La domenica fra l’Ottava del Natale del Signore, cioè la domenica odierna, unisce, nella liturgia, la solenne memoria della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe. La nascita di un bambino, sempre, dà inizio ad una famiglia. La nascita di Gesù a Betlemme ha dato inizio a questa Famiglia unica ed eccezionale nella storia dell’umanità; in questa Famiglia è venuto al mondo, è cresciuto ed è stato educato il Figlio di Dio, concepito e nato dalla Madre-Vergine, e contemporaneamente affidato, dall’inizio, alle cure autenticamente paterne di Giuseppe, falegname di Nazaret, il quale dinanzi alla legge ebraica fu marito di Maria, e dinanzi allo Spirito Santo fu degno suo sposo e il tutore, veramente a modo paterno, del materno mistero della sua Sposa. 

La Famiglia di Nazaret, che la Chiesa, soprattutto nella liturgia odierna, mette dinanzi agli occhi di tutte le famiglie, costituisce effettivamente quel punto culminante di riferimento per la santità di ogni famiglia umana. La storia di questa Famiglia viene descritta nelle pagine del Vangelo in modo molto conciso. Veniamo a sapere appena di alcuni avvenimenti della sua vita. Tuttavia, ciò che apprendiamo è sufficiente per poter coinvolgere i momenti fondamentali nella vita di ogni famiglia, e per fare apparire quella dimensione, alla quale sono chiamati tutti gli uomini che vivono la vita familiare: padri, madri, genitori, figli. Il Vangelo ci mostra, con grande chiarezza, il profilo educativo della famiglia. “Tornò a Nazaret e stava loro sottomesso...” (Lc 2,51). È necessaria, da parte dei ragazzi e da parte della giovane generazione, questa “sottomissione”, obbedienza, prontezza ad accettare i maturi esempi della umana condotta della famiglia. Anche Gesù in questo modo era “sottomesso”. E con questa “sottomissione”, con questa prontezza del bambino ad accettare gli esempi del comportamento umano, devono misurare i genitori tutta la loro condotta. Questo è il punto particolarmente delicato della loro responsabilità di genitori, della loro responsabilità nei confronti dell’uomo, di questo piccolo, e poi crescente uomo, ad essi affidato da Dio stesso. Devono anche tener presente tutto ciò che è accaduto nella vita della Famiglia di Nazaret quando Gesù aveva dodici anni; essi, cioè, educano il proprio figlio non solo per loro, ma per lui, per i compiti che in seguito egli dovrà assumere. Gesù dodicenne ha risposto a Maria e a Giuseppe: “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc 2,49). 

2. I più profondi problemi umani sono collegati con la famiglia. Essa costituisce la comunità primaria, fondamentale e insostituibile per l’uomo. “La famiglia ha ricevuto da Dio questa missione, di essere la prima e vitale cellula della società”, afferma il Concilio Vaticano II (Apostolicam Actuositatem, 11). Di ciò anche la Chiesa vuole dare una testimonianza particolare durante l’Ottava del Natale del Signore mediante la festa della Santa Famiglia. Vuole ricordare che con la famiglia sono collegati i valori fondamentali, che non si possono violare senza danni incalcolabili di natura morale. Spesso le prospettive di ordine materiale e il punto di vista “economico-sociale” prevalgono sui principi di cristiana e perfino umana moralità. Non basta, allora, esprimere solo un rammarico. Bisogna difendere questi valori fondamentali con tenacia e fermezza, perché la loro violazione porta danni incalcolabili alla società, e, in ultima analisi, all’uomo. L’esperienza delle diverse nazioni nella storia dell’umanità, come pure la nostra esperienza contemporanea, possono servire come argomento per riaffermare questa verità dolorosa, cioè che è facile, nella fondamentale sfera dell’umana esistenza in cui è decisivo il ruolo della famiglia, distruggere i valori essenziali, mentre è molto difficile ricostruire tali valori. 

Di quali valori si tratta? Se dovessimo rispondere adeguatamente a questa domanda, bisognerebbe indicare tutta la gerarchia e l’insieme dei valori che vicendevolmente si definiscono e si condizionano. Però, cercando di esprimerci in modo conciso, diciamo che qui si tratta di due valori fondamentali che rigorosamente entrano nel contesto di ciò che noi chiamiamo “amore coniugale”. Il primo di essi è il valore della persona che si esprime nella reciproca fedeltà assoluta fino alla morte: fedeltà del marito nei confronti della moglie e della moglie nei confronti del marito. La conseguenza di questa affermazione del valore della persona, che si esprime nella reciproca relazione tra marito e moglie, deve essere anche il rispetto del valore personale della nuova vita, cioè del bambino, dal primo momento del suo concepimento. 

La Chiesa non può mai dispensarsi dall’obbligo di custodire questi due valori fondamentali, collegati con la vocazione della famiglia. La custodia di essi è stata affidata alla Chiesa da Cristo, in modo tale che non lascia alcun dubbio. Allo stesso tempo, l’evidenza – umanamente compresa – di questi valori fa sì che la Chiesa, difendendoli, vede se stessa come portavoce della autentica dignità dell’uomo: del bene della persona, della famiglia, delle nazioni. Pur mantenendo il rispetto verso tutti coloro che pensano diversamente, è ben difficile riconoscere, dal punto di vista obiettivo e imparziale, che si comporti a misura della vera dignità umana chi tradisce la fedeltà matrimoniale, oppure chi permette che si annienti e si distrugga la vita concepita nel grembo materno. Di conseguenza, non si può ammettere che i programmi che suggeriscono, che facilitano, ammettono tale comportamento, servano al bene obiettivo dell’uomo, al bene morale, e contribuiscano a rendere la vita umana veramente più umana, veramente più degna dell’uomo; che servano alla costruzione di una società migliore. 

3. La domenica odierna è anche l’ultimo giorno dell’anno 1978. Ci siamo riuniti qui, in questa liturgia, per rendere grazie a Dio per tutto il bene che ci ha elargito e dato la grazia di fare durante l’anno trascorso, e per chiedere il suo perdono per tutto ciò che, essendo contrario al bene, è anche contrario alla sua santa volontà. 

Permettete che, in questo ringraziamento e in questa richiesta di perdono, mi serva anche del criterio della famiglia, questa volta però nel senso più largo. Siccome Dio è Padre, allora il criterio della famiglia ha anche questa dimensione; si riferisce a tutte le comunità umane, alle società, alle nazioni, ai paesi; si riferisce alla Chiesa e alla umanità. 

Concludendo così quest’anno, rendiamo grazie a Dio per tutto ciò per cui gli uomini – nelle diverse sfere dell’esistenza terrena – diventano ancor più “famiglia”, cioè più fratelli e più sorelle, che hanno in comune l’unico Padre. Allo stesso tempo, chiediamo perdono per tutto ciò che è estraneo alla comune fratellanza degli uomini, che distrugge l’unità della famiglia umana, che la minaccia, che la impedisce. 

Perciò, avendo sempre negli occhi il mio grande Predecessore Paolo VI, e l’amatissimo Papa Giovanni Paolo I, io, loro successore, nell’anno della morte di ambedue, dico oggi: “Padre nostro che sei nei cieli, accettaci in quest’ultimo giorno dell’anno 1978 nel Cristo Gesù, tuo eterno Figlio, e in lui guidaci avanti nel futuro. Nel futuro che tu stesso desideri: Dio dell’Amore, Dio della Verità, Dio della Vita!”. 

Con questa preghiera sulle labbra io, successore dei due Pontefici morti in questo anno, attraverso insieme con voi la frontiera che, tra qualche ora, dividerà l’anno 1978 dal 1979. 

GIOVANNI PAOLO II

ANGELUS 1° gennaio 1979

All’inizio di un nuovo anno, con quale altra parola potrei rivolgermi a voi, carissimi, che non sia una parola d’augurio? “Buon anno”, dunque a voi, miei fratelli e sorelle! A voi che siete venuti in questa piazza per testimoniare con la vostra presenza l’affetto che nutrite per il Papa, e “buon anno” a tutti coloro che sono qui presenti con lo spirito. Il Papa vorrebbe poter varcare le soglie di tutte le case, specialmente di quelle dove la povertà, la malattia e la solitudine fanno sentire il loro peso – non esclusi gli ospedali e le carceri – e portare ovunque una parola di conforto, di incoraggiamento, di speranza.

“Buon anno” a tutti, nella luce che s’irradia dal volto dolcissimo della Vergine Maria, che la Liturgia ci invita, oggi, a venerare nel mistero della sua Maternità divina. “Concepit de Spiritu Sancto”, concepì per opera dello Spirito Santo, diremo tra poco nell’Angelus, e la nostra mente sarà invitata a riflettere sul momento decisivo dell’incarnazione del Verbo di Dio. Quel momento solenne, anche se tanto umile e nascosto, ci pone in atteggiamento di pensosa ammirazione e di istintivo rispetto di fronte al momento iniziale dell’esistenza terrena di ogni essere umano.

Nel primo giorno di questo nuovo anno, io voglio rivolgere uno speciale saluto a tutti coloro che nasceranno nel corso dei prossimi mesi, a quanti riceveranno il dono della vita nell’anno del Signore 1979. Possano essi trovare il calore affettuoso di cuori che li attendono e che sanno gioire per il prodigio meraviglioso di una nuova vita.

Oggi si celebra la Giornata mondiale della pace.

È un tema, questo della pace, che se sta a cuore ad ogni essere umano responsabile e generoso, suscita una particolare vivissima sollecitudine nell’animo del Papa, il quale sa di essere posto da Cristo come pastore dell’umanità intera. A questo proposito, oggi voglio raccomandare alla vostra preghiera due situazioni delicate, per le quali la Santa Sede ha ritenuto suo dovere avviare specifiche iniziative: intendo alludere alla tormentata vicenda del Libano, in cui tanto sangue, troppo sangue, è già stato versato, e alla più recente controversia insorta tra Argentina e Cile circa le Isole del Canale di Beagle. Le missioni inviate dalla Santa Sede hanno avuto, tanto in un caso quanto nell’altro, una cordiale accoglienza sia da parte delle autorità che da parte della popolazione. È necessario ora che la preghiera di tutti ottenga da Dio copiosi doni di lungimiranza, di equilibrio, di coraggio, perché le strade della pace possano essere percorse e la meta di una soluzione equa e onorevole possa essere quanto prima raggiunta.

In questo giorno, poi – giorno che dovrebbe essere di gioia per tutti –, il mio pensiero va alle vittime dei sequestri, che ancora sono trattenute con ingiusta violenza lontane dalle loro famiglie. Mi rattrista in particolare la situazione di chi, essendo in giovane età, è maggiormente esposto ai traumi psicologici di una simile drammatica esperienza. Per loro, tutti noi, qui riuniti, eleviamo a Dio la nostra preghiera, confidando che la caratteristica atmosfera, di cui sono soffusi questi giorni, valga a risvegliare nei cuori dei loro oppressori sentimenti di doverosa resipiscenza e di rinnovata umanità.

Preghiamo, fratelli e sorelle.

SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DI MARIA SS.MA MADRE DI DIO

E NELLA XII GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

  OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

1° gennaio 1979

1. Anno 1979. Il primo giorno del mese di gennaio; il primo giorno dell’anno nuovo.

Entrando oggi per le porte di questa Basilica, vorrei insieme con voi tutti, carissimi Fratelli e Sorelle, salutare questo anno, vorrei dirgli: benvenuto!

Lo faccio nel giorno dell’ottava della Natività.

Oggi è già l’ottavo giorno di questa grande festa, che, secondo il ritmo della liturgia, conclude e inizia ogni anno.

L’anno è la misura umana del tempo. Il tempo ci parla del “trascorrere”, al quale è sottoposto tutto il creato. L’uomo è consapevole di questo trascorrere. Egli passa non soltanto nel tempo, ma parimenti “misura il tempo” del suo trascorrere: tempo fatto di giorni, settimane, mesi e anni. In questo fluire umano c’è sempre la tristezza del congedo dal passato e, insieme, l’apertura al futuro.

Proprio questo congedo dal passato e questa apertura al futuro sono iscritti, mediante il linguaggio e il ritmo della liturgia della Chiesa, nella solennità del Natale del Signore.

La nascita parla sempre di un inizio, dell’inizio di ciò che nasce. Il Natale del Signore parla di un singolare inizio. In primo luogo parla di quell’inizio che precede qualsiasi tempo, del principio che è Dio stesso, senza inizio. Durante questa ottava siamo stati nutriti ogni giorno del mistero della perenne generazione in Dio, del mistero del figlio generato eternamente dal Padre: “Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato” (Professio fidei).

In questi giorni siamo stati, poi, in modo particolare, testimoni della nascita terrestre di questo Figlio. Nascendo a Betlemme da Maria Vergine come Uomo, Dio-Verbo, accetta il tempo. Entra nella storia. Si sottopone alla legge del fluire umano. Chiude il passato: con lui ha fine il tempo di attesa, cioè l’antica alleanza. Egli apre l’avvenire: la nuova alleanza della grazia e della riconciliazione con Dio. È il nuovo “Inizio” del tempo nuovo. Ogni nuovo anno partecipa di questo Inizio. È l’anno del Signore. Benvenuto anno 1979! Dall’inizio stesso sei misura del tempo nuovo, iscritta nel mistero della nascita di Dio!

2. In questo primo giorno dell’anno nuovo tutta la Chiesa prega per la pace. Fu il grande Pontefice Paolo VI a fare del problema della pace il tema della preghiera del Capodanno per la Chiesa intera. Oggi, seguendo la sua nobile iniziativa, riprendiamo questo tema con piena convinzione, fervore e umiltà. Infatti, in questo giorno che apre l’anno nuovo, non è possibile formulare augurio più fondamentale proprio di questo augurio di pace. “Liberaci dal male”! Recitando queste parole della preghiera di Cristo è ben difficile dar loro diverso contenuto da quello che si oppone alla pace, che la distrugge, che la minaccia. Preghiamo dunque: Liberaci dalla guerra, dall’odio, dalla distruzione delle vite umane! Non permettere che uccidiamo! Non permettere che siano usati quei mezzi che sono al servizio della morte e della distruzione e la cui potenza, il cui raggio di azione e di precisione oltrepassano i limiti finora conosciuti. Non permettere che siano mai usati! “Liberaci dal male”! Difendici dalla guerra! Da qualsiasi guerra. Padre, che sei nei cieli, Padre della vita e datore della pace. Ti supplica il Papa, figlio di una Nazione che, durante la storia, e particolarmente nel nostro secolo, è stata fra le più provate dall’orrore, dalla crudeltà, dal cataclisma della guerra. Ti supplica per tutti i popoli del mondo, per tutti i paesi e per tutti i continenti. Ti supplica in nome di Cristo, Principe della pace.

Come sono significative le parole di Gesù Cristo, che ogni giorno ricordiamo nella liturgia eucaristica: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi” (Gv 14,27).

È questa dimensione di pace, la dimensione più profonda, che solo Cristo può dare all’uomo. È la pienezza della pace, radicata nella riconciliazione con Dio stesso. La pace interiore in cui compartecipano i fratelli mediante la comunione spirituale. Questa pace, prima di tutto, noi imploriamo. Ma, consapevoli che “il mondo” da solo – il mondo dopo il peccato originale, il mondo nel peccato – non può darci questa pace, la imploriamo allo stesso tempo per il mondo. Per l’uomo nel mondo. Per tutti gli uomini, per tutte le Nazioni, di lingua, cultura e razze diverse. Per tutti i continenti. La pace è la prima condizione del vero progresso. La pace è indispensabile, affinché gli uomini e i popoli vivano nella libertà. La pace è, in pari tempo, condizionata – come insegnano Giovanni XXIII e Paolo VI – dalla garanzia che a tutti gli uomini e popoli sia assicurato il diritto alla libertà, alla verità, alla giustizia e all’amore.

“La convivenza fra gli esseri umani – insegna Giovanni XXIII – è... ordinata, feconda e rispondente alla loro dignità di persone, quando si fonda sulla verità... Ciò domanda che siano riconosciuti i reciproci diritti e vicendevoli doveri. Ed è inoltre una convivenza che si attua secondo giustizia o nell’effettivo rispetto di quei diritti e nel leale adempimento dei rispettivi doveri; che è vivificata e integrata dall’amore, atteggiamento d’animo che fa sentire come propri i bisogni e le esigenze altrui, rende partecipi gli altri dei propri beni e mira a rendere sempre più vivida la comunione nel mondo dei valori spirituali; ed è attuata nella libertà, nel modo cioè che si addice alla dignità di essere portati dalla loro stessa natura razionale ad assumere le responsabilità del proprio operare” (Giovanni XXIII, Pacem in Terris, 18; cf. Paolo VI, Populorum Progressio, 44).

La pace dunque bisogna sempre impararla. Bisogna, di conseguenza, educarsi alla pace, come dice il messaggio per il primo giorno dell’anno 1979. Bisogna impararla onestamente e sinceramente a vari livelli e nei vari ambienti, iniziando dai bambini delle scuole elementari, fino a coloro che governano. A quale stadio di questa universale educazione alla pace ci troviamo? Quanto rimane ancora da fare? Quanto bisogna ancora imparare?

3. Oggi la Chiesa venera particolarmente la Maternità di Maria. Questa è come un ultimo messaggio dell’ottava del Natale del Signore. La nascita parla sempre della Genitrice, di colei che dà la vita, di colei che dà l’uomo al mondo. Il primo giorno dell’anno nuovo è la giornata della Madre.

La vediamo quindi – come in tanti quadri e sculture – col Bambino tra le braccia, col Bambino al seno. Madre, colei che ha generato e nutrito il Figlio di Dio. Madre di Cristo. Non vi è immagine più conosciuta e che parli in modo più semplice del mistero della nascita del Signore come quella della Madre con Gesù fra le braccia. Non è forse questa immagine la sorgente della nostra singolare fiducia? Non è proprio essa che ci permette di vivere nella cerchia di tutti i misteri della nostra fede, e, contemplandoli come “divini”, considerarli nello stesso tempo così “umani”?

Ma c’è ancora un’altra immagine della Madre con il Figlio tra le braccia. Essa si trova in questa Basilica: è “la Pietà”: Maria con Gesù tolto dalla croce; con Gesù che è spirato davanti ai suoi occhi, sul monte Golgota, e dopo la morte torna fra quelle braccia, sulle quali a Betlemme fu offerto come Salvatore del mondo.

Vorrei, quindi, oggi unire la nostra preghiera per la pace con questa duplice immagine. Vorrei collegarla a questa Maternità, che la Chiesa venera in modo particolare nell’ottava del Natale del Signore.

Perciò dico: “Madre, che sai cosa significa stringere nelle braccia il corpo morto del Figlio, di colui al quale hai dato la vita, risparmia a tutte le madri di questa terra la morte dei loro figli, i tormenti, la schiavitù, la distruzione della guerra, le persecuzioni, i campi di concentramento, le carceri! Conserva loro la gioia della nascita, del sostentamento, dello sviluppo dell’uomo e della sua vita. Nel nome di questa vita, nel nome della nascita del Signore, implora con noi la pace, la giustizia nel mondo! Madre della pace, in tutta la bellezza e maestà della tua maternità, che la Chiesa esalta e il mondo ammira, ti preghiamo: Sii con noi in ogni momento! Fa’ che questo nuovo anno sia un anno di pace, in virtù della nascita e della morte del Tuo figlio!”.

Amen.

MENSAJE DE SU SANTIDAD JUAN PABLO II PARA LA CELEBRACIÓN DE LA

JORNADA MUNDIAL DE LA PAZ

I de enero de 1979

« PARA LOGRAR LA PAZ, EDUCAR A LA PAZ »

A todos vosotros que deseáis la paz:

La gran causa de la paz entre los pueblos tiene necesidad de todas las energías de paz latentes en el corazón del hombre. A suscitarlas y cultivarlas - a educarlas - ha querido mi predecesor Pablo VI, poco antes de su muerte, que fuese consagrada la Jornada mundial 1979, que lleva por lema:

« PARA LOGRAR LA PAZ, EDUCAR A LA PAZ »

A lo largo de todo su pontificado, Pablo VI ha recorrido con vosotros los difíciles caminos de la paz. Compartía vuestras angustias cuando la paz estaba en peligro. Sufría con aquellos que padecían el azote de la guerra. Alentaba todos los esfuerzos encaminados a restaurar la paz. Mantenía siempre la esperanza, con una indomable energía.

Convencido de que la paz es tarea de todos, había lanzado en 1967 la idea de una Jornada Mundial de la Paz, deseando que todos vosotros la hiciérais iniciativa propia. Desde entonces, cada año su Mensaje ofrecía a los responsables de las naciones y de las organizaciones internacionales la oportunidad de renovar y expresar públicamente lo que legitima su autoridad : hacer progresar y cohabitar en la paz a hombres libres, justos y fraternos. Las comunidades más heterogéneas se encontraban para celebrar el bien inestimable de la paz y corroborar su voluntad de defenderla y servirla.

Yo recojo de manos de mi venerado predecesor el bastón de peregrino de la paz. Camino a vuestro lado con el Evangelio de la paz. «Bienaventurados los que trabajan por la paz». Al comienzo del año 1979, os invito a celebrar la Jornada Mundial, colocándola —de acuerdo con el deseo de Pablo VI— bajo el signo de la educación a la paz.

I. UNA DURA TAREA

Una aspiración incoercible

Conseguir la paz: he ahí el resumen y la coronación de todas nuestras aspiraciones. La paz —tal es nuestro convencimiento— es plenitud y es alegría. Para hacerla real entre los países, se multiplican los intentos a través de intercambios bilaterales o multilaterales, conferencias internacionales; algunos toman personalmente iniciativas valientes, con el fin de establecer la paz o de hacer desaparecer la amenaza de una nueva guerra.

Una confianza quebrantada

Pero al mismo tiempo, se observa que tanto las personas como los grupos no acaban de arreglar sus conflictos secretos o públicos. ¿Será pues la paz un ideal fuera de nuestro alcance? El espectáculo cotidiano de las guerras, de las tensiones, de las divisiones siembra la duda y el desaliento. Focos de discordia y de odio parecen incluso atizados artificialmente por algunos que no pagan las consecuencias. Y con demasiada frecuencia los gestos de paz son irrisoriamente incapaces de cambiar el curso de las cosas, cuando no son arrastrados y al final utilizados por la lógica dominante de la explotación y de la violencia.

En unas partes, la timidez y la dificultad de las reformas necesarias envenenan las relaciones entre grupos humanos, unidos sin embargo por una larga o ejemplar historia común; nuevas ambiciones de poder inclinan a recurrir a la coacción del número o a la fuerza brutal para aclarar la situación, bajo la mirada impotente, muchas veces interesada y cómplice, de otros países próximos o lejanos; tanto los más fuertes como los más débiles ya no depositan su confianza en los pacientes procedimientos de la paz.

En otras partes, el temor de una paz mal asegurada, los imperativos militares y políticos, los intereses económicos y comerciales llevan consigo la constitución de arsenales o la venta de armas de una capacidad alarmante de destrucción: la carrera de armamentos prevalece entonces sobre las grandes tareas pacíficas que deberían unir a los pueblos en una nueva solidaridad, alimenta conflictos esporádicos, pero sangrientos, y acumula las más graves amenazas. Es verdad: a primera vista, la causa de la paz tiene ante sí un obstáculo desesperante.

De palabras de paz...

Sin embargo, en casi todos los discursos públicos, a nivel de naciones o de organismos internacionales, rara vez se ha hablado tanto de paz, de distensión, de entendimiento, de soluciones razonables de los conflictos, de acuerdo con la justicia. La paz se ha convertido en el lema que tranquiliza o quiere seducir. Esto, en cierto sentido es un hecho positivo: la opinión pública de las naciones no aguantaría ya que se haga la apología de la guerra ni tampoco que se corra el riesgo de una guerra ofensiva.

...a convicciones de paz

Pero para poner de manifiesto el desafío que se impone a toda la humanidad, frente a la dura tarea de la paz, hace falta algo más que palabras, sinceras o demagógicas. Sobre todo es necesario que penetre el verdadero espíritu de la paz a nivel de hombres políticos, de medios o de centros de los que dependen más o menos directamente, más o menos secretamente, los pasos decisivos hacia la paz o al contrario la prolongación de las guerras o de las situaciones de violencia. Es necesario, como mínimo, apoyarse sobre principios elementales pero seguros, como son los siguientes: las cosas de los hombres deben ser tratadas con humanidad, y no por la violencia. Las tensiones, los contenciosos y los conflictos deben ser arreglados por negociaciones razonables y no por la fuerza. Las oposiciones ideológicas deben confrontarse en un clima de diálogo y de libre discusión. Los intereses legítimos de grupos determinados deben tener también en cuenta los intereses legítimos de los otros grupos afectados y las exigencias del bien común superior. El recurso a las armas no debería ser considerado como el instrumento adecuado para solucionar los conflictos. Los derechos humanos imprescriptibles deben ser salvaguardados en toda circunstancia. No está permitido matar para imponer una solución.

Estos principios humanitarios los puede encontrar todo hombre de buena voluntad en su propia conciencia. Corresponden a la voluntad de Dios sobre los hombres. Para que se conviertan en convicciones, tanto para los poderosos como para los débiles, e impregnen toda su actividad, hay que devolverles toda su fuerza. Es necesaria una educación paciente y prolongada a todos los niveles.

II. LA EDUCACIÓN A LA PAZ

1. LLENAR NUESTRAS MIRADAS CON HORIZONTES DE PAZ

Para vencer este sentimiento espontáneo de impotencia, la tarea y el primer beneficio de una educación digna de este nombre es mirar más allá de las tristes evidencias inmediatas, o más bien, aprender a reconocer, en el meollo mismo de los estallidos de la violencia que mata, el camino discreto de la paz que jamás renuncia, que incansablemente cura la heridas, que mantiene y hace progresar la vida. La marcha hacia la paz aparecerá entonces posible y deseable, fuerte y ya victoriosa.

Un repaso a la historia

Aprendamos primero a repasar la historia de los pueblos y de la humanidad según esquemas más verdaderos que los de la concatenación de las guerras y de las revoluciones. Ciertamente, el ruido de las batallas domina la historia. Pero son las treguas de la violencia las que han consentido realizar esas obras culturales duraderas de las que se honra la humanidad. Además, si es que se puede encontrar en las guerras y en las mismas revoluciones unos factores de vida y progreso, ellos provienen de aspiraciones de orden distinto al de la violencia: son aspiraciones de naturaleza espiritual, tales como la voluntad de ver reconocida una dignidad común a toda la humanidad, de salvar el espíritu y la libertad de un pueblo. Donde existían estas aspiraciones, actuaban como un regulador en el seno mismo de los conflictos, impedían rupturas irremediables, mantenían una esperanza y preparaban una nueva oportunidad para la paz. Donde faltaban tales aspiraciones o se alteraban en la exaltación de la violencia, dejaban el campo abierto a la lógica de la destrucción que ha llevado a regresiones económicas y culturales duraderas y a la muerte de civilizaciones enteras. Responsables de los pueblos, sabed educaros a vosotros mismos en el amor de la paz, discerniendo y haciendo brillar en las grandes páginas de la historia nacional el ejemplo de vuestros predecesores cuya gloria ha sido hacer germinar unos frutos de paz. «Dichosos los que trabajan por la paz ...».

La estima de las grandes tareas pacificadoras de hoy

Hoy vosotros contribuiréis a la educación en la paz dando el mayor relieve posible a las grandes tareas pacificadoras que se imponen a la familia humana. A través de vuestros esfuerzos para llegar a una gestión razonable y solidaria del propio ambiente y del patrimonio común de la humanidad, a la erradicación de la miseria que abruma a millones de hombres, a la consolidación de instituciones susceptibles de expresar y agrandar la unidad de la familia humana a nivel regional y mundial, los hombres descubrirán la llamada fascinante de la paz que es reconciliación entre sí y reconciliación con su universo natural. Exhortando, contra todas las demagogias ambientales, a la búsqueda de modos de vida más simples, menos expuestos a la tiranía de los instintos de posesión, de consumo y de dominio, y más acogedores de los ritmos profundos de la creatividad personal y de la amistad, abriréis para vosotros mismos y para todos un espacio inmenso a las posibilidades insospechadas de la paz.

La irradiación de múltiples ejemplos de paz

Inhibe tanto al individuo el sentimiento de que resulten vanos sus modestos esfuerzos en favor de la paz, en el límite restringido de las responsabilidades de cada uno, debido a los grandes debates políticos mundiales prisioneros de una lógica de simples medidas de fuerzas y de recurso a los armamentos, como lo libera el espectáculo de las instancias internacionales convencidas de las posibilidades de la paz, y empeñadas de manera apasionada en la construcción de la paz. La educación para la paz puede entonces beneficiar también de un interés renovado por los ejemplos cotidianos de sencillos artífices de paz a todos los niveles: son individuos y hogares que, por el dominio de sus pasiones, por la aceptación y el respeto mutuos, conquistan su propia paz interior y la difunden; son pueblos, a menudo pobres y probados, cuya sabiduría milenaria se ha forjado alrededor del bien supremo de la paz, que han sabido resistir frecuentemente a las seducciones engañosas de progresos rápidos conseguidos por la violencia, convencidos de que tales beneficios llevarían los gérmenes envenenados de nuevos conflictos.

Sí, sin ignorar el drama de las violencias, llenemos nuestras miradas y la de las jóvenes generaciones con estos objetivos de paz: son éstos los que ejercerán una atracción decisiva. Sobre todo, harán surgir la aspiración a la paz que es un constitutivo del hombre. Estas energías nuevas harán inventar un nuevo lenguaje de paz y nuevos gestos de paz.

2. HABLAR UN LENGUAJE DE PAZ

El lenguaje es para expresar los sentimientos del corazón y para unir. Pero cuando es prisionero de esquemas prefabricados, arrastra a su vez al corazón hacia sus propias pendientes. Hay que actuar, pues, sobre el lenguaje para actuar sobre el corazón e impedir las trampas del lenguaje.

Es fácil constatar hasta qué punto la ironía acerba y la dureza en los juicios, en la crítica de los demás y sobre todo del «extranjero», la contestación y la reivindicación sistemáticas invaden las comunicaciones orales y ahogan tanto la caridad social cuanto la misma justicia. A fuerza de expresarlo todo en términos de relaciones de fuerza, de lucha de grupos y de clases, de amigos y de enemigos, se ha creado el terreno propicio a las barreras sociales, al menosprecio, es decir, al odio y al terrorismo y su apología disimulada o abierta. De un corazón conquistado por el valor superior de la paz brotan al contrario el deseo de escuchar y de comprender, el respeto al otro, la dulzura que es fuerza verdadera y la confianza. Este lenguaje sitúa en el camino de la objetividad, de la verdad, de la paz. Grande es en este punto la función educativa de los medios de comunicación social. Y es también muy influyente la manera de expresarse en los intercambios y en los debates con ocasión de confrontaciones políticas, nacionales e internacionales. Responsables de las naciones y responsables de las organizaciones internacionales, sabed encontrar un lenguaje nuevo, un lenguaje de paz: éste abre por sí mismo un nuevo espacio a la paz.

3. HACER GESTOS DE PAZ

Lo que suscita unos horizontes de paz, lo que sirve a un lenguaje de paz, debe expresarse en unos gestos de paz. En su ausencia, la convicciones nacientes se evaporan y el lenguaje de paz se convierte en una retórica rápidamente desacreditada. Muy numerosos pueden ser los artífices de paz si toman conciencia de sus posibilidades y de sus responsabilidades. La práctica de la paz arrastra a la paz. Ella enseña a los que buscan el tesoro de la paz que este tesoro se descubre y se ofrece a quienes realizan modestamente, día tras día, todas las acciones de paz de que son capaces.

Padres, educadores y jóvenes

Padres y educadores, ayudad a los niños y a los jóvenes a hacer la experiencia de la paz en las mil acciones diarias que están a su alcance, en familia, en la escuela, en el juego, la camaradería, el trabajo en equipo, la competición deportiva, las múltiples conciliaciones y reconciliaciones necesarias. El Año internacional del Niño, que las Naciones Unidas han proclamado para 1979, debería atraer la atención de todos sobre la aportación original de los niños a la paz.

Jóvenes, sed constructores de paz. Vosotros sois artífices con pleno derecho de esta gran obra común. Resistid a las facilidades que os adormecen en la triste mediocridad, y a las violencias estériles con que quieren utilizaros algunas veces unos adultos que no están en paz consigo mismos. Seguid los caminos que os marca vuestro sentido de la generosidad, de la alegría de vivir, del compartir. Vosotros deseáis invertir vuestras energías nuevas —que escapan a las discriminaciones apriorísticas— en unos encuentros fraternales por encima de fronteras, en el aprendizaje de lenguas extranjeras que faciliten la comunicación, en el servicio desinteresado a los países más necesitados. Vosotros sois las primeras víctimas de la guerra que destroza vuestro ímpetu. Vostros sois la promesa de la paz.

Compañeros sociales

Compañeros de la vida profesional y social, la paz os resulta a menudo difícil de conseguir. No hay paz sin justicia y sin libertad, sin un compromiso valiente para promover una y otra. La fortaleza que hay que poner en práctica debe ser paciente, sin resignación ni renuncia, firme sin provocación, prudente para preparar activamente los progresos deseables sin disipar las energías en llamaradas de indignación violenta prontamente extinguidas. Contra las injusticias y las opresiones, la paz está llamada a abrirse un camino en la adopción de una acción decidida. Pero esta acción debe llevar ya la marca del objetivo al que tiende, a saber, una mejor aceptación mutua de las personas y de los grupos. Encontrará una regulación en la voluntad de paz que proviene de lo más profundo del hombre, en las aspiraciones y en la legislación de los pueblos: Es esta capacidad de paz, cultivada, disciplinada, la que da lucidez en orden a dar a las tensiones y a los mismos conflictos las treguas necesarias para desarrollar su lógica fecunda y constructiva. Lo que ocurre en la vida social interna de los países tiene una repercusión considerable —en lo bueno y en lo malo— sobre la paz entre las naciones.

Hombres políticos

Pero, hay que insistir en ello de nuevo, estos múltiples gestos de paz corren el riesgo de ser desalentados y en parte aniquilados por una política internacional que no hallara la misma dinámica de paz. Hombres políticos, responsables de los pueblos y de las organizaciones internacionales, yo os manifiesto mi estima sincera y doy mi total apoyo a vuestros esfuerzos muchas veces agotadores por mantener o restablecer la paz. Es más, consciente de que va en ello la felicidad e incluso la supervivencia de la humanidad, y persuadido de la gran responsabilidad que me incumbe de hacer eco a la llamada capital de Cristo: «Dichosos los que trabajan por la paz», me atrevo a alentaros a que vayais más lejos. Abrid nuevas puertas a la paz. Haced todo lo que está en vuestras manos para hacer prevalecer la vía del diálogo sobre la de la fuerza. Que esto tenga aplicación en primer lugar en el plano interior: ¿cómo pueden los pueblos promover de verdad la paz internacional, si son ellos mismos prisioneros de ideologías según las cuales la justicia y la paz no se obtienen más que reduciendo a la impotencia a aquellos que, ya de antemano, son considerados indignos de ser artífices de la propia suerte o cooperadores válidos del bien común? En las negociaciones con los adversarios, estad persuadidos de que el honor y la eficiencia no se miden por el grado de inflexibilidad en la defensa de los intereses, sino por la capacidad de respeto, de verdad, de benevolencia y de fraternidad para con los colegas, en una palabra, por su humanidad. Llevad a cabo gestos de paz, incluso audaces, que rompan con los encadenamientos fatales y con el peso de las pasiones heredadas de la historia; tejed después pacientemente la trama política, económica y cultural de la paz. Cread —la hora es propicia y el tiempo urge— zonas cada vez más amplias de desarme. Tened la valentía de examinar nuevamente y en profundidad la turbadora cuestión del comercio de las armas. Sabed detectar a tiempo y regular con serenidad los conflictos latentes, antes de que despierten las pasiones. Proporcionad marcos institucionales apropiados a las solidaridades regionales y mundiales. Renunciad a utilizar, al servicio de conflictos de interés, los legítimos valores, es decir, espirituales que se degradan si se los instrumentaliza. Velad para que la legítima pasión comunicativa de las ideas se ejerza por la vía de la persuasión y no bajo la presión de las amenazas y de las armas.

Poniendo en práctica gestos resueltos de paz, liberaréis las verdaderas aspiraciones de los pueblos y encontraréis en ellas aliados poderosos para trabajar por el desarrollo pacífico de todos. Os educaréis vosotros mismos a la paz, despertaréis en vosotros convicciones firmes y una nueva capacidad de iniciativa al servicio de la gran causa de la paz.

III. LA CONTRIBUCIÓN ESPECÍFICA DE LOS CRISTIANOS

La importancia de la fe

Toda esta educación a la paz entre los pueblos, en su propio país, en su ambiente, en sí mismo se ofrece a todos los hombres de buena voluntad, como recuerda la encíclica Pacem in terris del Papa Juan XXIII. En grados diversos, está a su alcance. Y como «la paz en la tierra ... no puede fundarse ni afirmarse más que en el respeto absoluto del orden establecido por Dios» (Encíclica citada, AAS 55, 1963, p. 257), los creyentes tienen en su religión las luces, los reclamos, las fuerzas, para trabajar por la educación en la paz. El verdadero sentimiento religioso no puede menos de promover la verdadera paz. Los poderes públicos, al reconocer como se debe la libertad religiosa, favorecen la expansión del espíritu de paz, en lo más profundo de los corazones y en las instituciones educativas promovidas por los creyentes. Los cristianos, por su parte, están especia:lmente educados por Cristo y entrenados por él para ser artífices de paz: «Dichosos los que trabajan por la paz, porque serán llamados hijos de Dios» (Mt. 5, 9; cfr. Lc. 10, 5 etc.). A1 final de este Mensaje, se comprenderá que llamo particularmente la atención de los hijos de la Iglesia, con el fin de estimular su contribución a la paz y a situarla en el gran Designio de Paz, revelado por Dios en Jesucristo. La aportación específica de los cristianos y de la Iglesia en la obra común será tanto más segura, cuanto más se nutra en sus propias fuentes, en su esperanza propia.

La visión cristiana de la Paz

Queridos Hermanos y Hermanas en Cristo: la aspiración a la paz que vosotros compartís con todos los hombres corresponde a una llamada inicial de Dios a formar una sola familia de hermanos, creados a imagen del mismo Padre. La revelación insiste sobre nuestra libertad y nuestra solidaridad. Las dificultades que encontramos en la marcha hacia la paz están ligadas en parte a nuestra debilidad de creaturas, cuyos pasos son necesariamente lentos y progresivos; estas dificultades se agravan a causa de nuestros egoísmos, nuestros pecados de toda índole, a consecuencia del pecado de origen que ha marcado una ruptura con Dios, produciendo una ruptura entre hermanos. La imagen de la Torre de Babel describe bien la situación. Pero nosotros creemos que Jesucristo, mediante la donación de su vida en la cruz, se ha convertido en nuestra Paz: él ha derribado el muro de odio que separaba a los hermanos enemistados (Efes. 2, 14). Mediante su resurrección y entrada en la gloria del Padre, nos asocia misteriosamente a su vida: reconciliándonos con Dios, repara las heridas del pecado y de la división, y nos hace capaces de inscribir en nuestras sociedades un esbozo de la unidad que él restablece en nosotros. Los discípulos más fieles de Cristo han sido artífices de paz, llegando hasta perdonar a sus enemigos, hasta ofrecer muchas veces su propia vida por ellos. Su ejemplo traza el camino a una humanidad nueva que no se contenta ya con compromisos provisionales, sino que realiza la fraternidad más profunda. Sabemos que nuestra marcha hacia la paz en la tierra, sin perder su consistencia natural ni sus propias dificultades, está englobada en el interior de otra marcha, la de la salvación, que se termina en una plenitud eterna de paz, en una comnunión total con Dios. Así el Reino de Dios, Reino de paz, con su propia fuente, sus medios y su fin, penetra ya toda la actividad terrena sin diluirse en ella. Esta visión de fe tiene un impacto profundo sobre la actividad cotidiana de los cristianos.

El dinamismo cristiano de la paz

Ciertamente, avanzamos por los caminos de la paz, con las debilidades y las búsquedas vacilantes de todos nuestros compañeros de viaje. Sufrimos con ellos la trágica falta de paz. Sentimos la urgencia de ponerle remedio con mayor resolución aún, por el honor de Dios y por el honor del hombre. No pretendemos hallar en la lectura del Evangelio fórmulas ya hechas para llevar a cabo hoy tal o cual progreso en la paz. Pero todos hallamos, casi en cada página del Evangelio y de la historia de la Iglesia, un espíritu, el del amor fraterno, que educa poderosamente a la paz. Hallamos en los dones del Espíritu Santo y en los Sacramentos una fuerza alimentada en la fuente divina. Hallamos en Cristo, una esperanza. Los fracasos no lograrán hacer vana la obra de la paz, aun cuando los resultados inmediatos sean frágiles, aun cuando nosotros seamos perseguidos por nuestro testimonio en favor de la paz. Cristo Salvador asocia a su destino a todos aquellos que trabajan con amor por la paz.

La oración por la paz

La paz es obra nuestra: exige nuestra acción decidida y solidaria. Pero es inseparablemente y por encima de todo un don de Dios: exige nuestra oración. Los cristianos deben estar en primera fila entre aquellos que oran diariamente por la paz; deben además educar a orar por la paz. Ellos procurarán orar con María, Reina de la paz.

A todos; cristianos, creyentes y hombres de buena voluntad os digo: no tengáis miedo de apostar por la paz, de educar para la paz. La aspiración a la paz no quedará nunca decepcionada. El trabajo por la paz, inspirado por la caridad que no pasa, dará sus frutos. La paz será la última palabra de la Historia.

Vaticano, 8 de diciembre de 1978.

JOANNES PAULUS PP. II

SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DI MARIA SS.MA MADRE DI DIO E NELLA XII GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

1° gennaio 1979

1. Anno 1979. Il primo giorno del mese di gennaio; il primo giorno dell’anno nuovo.

Entrando oggi per le porte di questa Basilica, vorrei insieme con voi tutti, carissimi Fratelli e Sorelle, salutare questo anno, vorrei dirgli: benvenuto!

Lo faccio nel giorno dell’ottava della Natività.

Oggi è già l’ottavo giorno di questa grande festa, che, secondo il ritmo della liturgia, conclude e inizia ogni anno.

L’anno è la misura umana del tempo. Il tempo ci parla del “trascorrere”, al quale è sottoposto tutto il creato. L’uomo è consapevole di questo trascorrere. Egli passa non soltanto nel tempo, ma parimenti “misura il tempo” del suo trascorrere: tempo fatto di giorni, settimane, mesi e anni. In questo fluire umano c’è sempre la tristezza del congedo dal passato e, insieme, l’apertura al futuro.

Proprio questo congedo dal passato e questa apertura al futuro sono iscritti, mediante il linguaggio e il ritmo della liturgia della Chiesa, nella solennità del Natale del Signore.

La nascita parla sempre di un inizio, dell’inizio di ciò che nasce. Il Natale del Signore parla di un singolare inizio. In primo luogo parla di quell’inizio che precede qualsiasi tempo, del principio che è Dio stesso, senza inizio. Durante questa ottava siamo stati nutriti ogni giorno del mistero della perenne generazione in Dio, del mistero del figlio generato eternamente dal Padre: “Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato, non creato” (Professio fidei).

In questi giorni siamo stati, poi, in modo particolare, testimoni della nascita terrestre di questo Figlio. Nascendo a Betlemme da Maria Vergine come Uomo, Dio-Verbo, accetta il tempo. Entra nella storia. Si sottopone alla legge del fluire umano. Chiude il passato: con lui ha fine il tempo di attesa, cioè l’antica alleanza. Egli apre l’avvenire: la nuova alleanza della grazia e della riconciliazione con Dio. È il nuovo “Inizio” del tempo nuovo. Ogni nuovo anno partecipa di questo Inizio. È l’anno del Signore. Benvenuto anno 1979! Dall’inizio stesso sei misura del tempo nuovo, iscritta nel mistero della nascita di Dio!

2. In questo primo giorno dell’anno nuovo tutta la Chiesa prega per la pace. Fu il grande Pontefice Paolo VI a fare del problema della pace il tema della preghiera del Capodanno per la Chiesa intera. Oggi, seguendo la sua nobile iniziativa, riprendiamo questo tema con piena convinzione, fervore e umiltà. Infatti, in questo giorno che apre l’anno nuovo, non è possibile formulare augurio più fondamentale proprio di questo augurio di pace. “Liberaci dal male”! Recitando queste parole della preghiera di Cristo è ben difficile dar loro diverso contenuto da quello che si oppone alla pace, che la distrugge, che la minaccia. Preghiamo dunque: Liberaci dalla guerra, dall’odio, dalla distruzione delle vite umane! Non permettere che uccidiamo! Non permettere che siano usati quei mezzi che sono al servizio della morte e della distruzione e la cui potenza, il cui raggio di azione e di precisione oltrepassano i limiti finora conosciuti. Non permettere che siano mai usati! “Liberaci dal male”! Difendici dalla guerra! Da qualsiasi guerra. Padre, che sei nei cieli, Padre della vita e datore della pace. Ti supplica il Papa, figlio di una Nazione che, durante la storia, e particolarmente nel nostro secolo, è stata fra le più provate dall’orrore, dalla crudeltà, dal cataclisma della guerra. Ti supplica per tutti i popoli del mondo, per tutti i paesi e per tutti i continenti. Ti supplica in nome di Cristo, Principe della pace.

Come sono significative le parole di Gesù Cristo, che ogni giorno ricordiamo nella liturgia eucaristica: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi” (Gv 14,27).

È questa dimensione di pace, la dimensione più profonda, che solo Cristo può dare all’uomo. È la pienezza della pace, radicata nella riconciliazione con Dio stesso. La pace interiore in cui compartecipano i fratelli mediante la comunione spirituale. Questa pace, prima di tutto, noi imploriamo. Ma, consapevoli che “il mondo” da solo – il mondo dopo il peccato originale, il mondo nel peccato – non può darci questa pace, la imploriamo allo stesso tempo per il mondo. Per l’uomo nel mondo. Per tutti gli uomini, per tutte le Nazioni, di lingua, cultura e razze diverse. Per tutti i continenti. La pace è la prima condizione del vero progresso. La pace è indispensabile, affinché gli uomini e i popoli vivano nella libertà. La pace è, in pari tempo, condizionata – come insegnano Giovanni XXIII e Paolo VI – dalla garanzia che a tutti gli uomini e popoli sia assicurato il diritto alla libertà, alla verità, alla giustizia e all’amore.

“La convivenza fra gli esseri umani – insegna Giovanni XXIII – è... ordinata, feconda e rispondente alla loro dignità di persone, quando si fonda sulla verità... Ciò domanda che siano riconosciuti i reciproci diritti e vicendevoli doveri. Ed è inoltre una convivenza che si attua secondo giustizia o nell’effettivo rispetto di quei diritti e nel leale adempimento dei rispettivi doveri; che è vivificata e integrata dall’amore, atteggiamento d’animo che fa sentire come propri i bisogni e le esigenze altrui, rende partecipi gli altri dei propri beni e mira a rendere sempre più vivida la comunione nel mondo dei valori spirituali; ed è attuata nella libertà, nel modo cioè che si addice alla dignità di essere portati dalla loro stessa natura razionale ad assumere le responsabilità del proprio operare” (Giovanni XXIII, Pacem in Terris, 18; cf. Paolo VI, Populorum Progressio, 44).

La pace dunque bisogna sempre impararla. Bisogna, di conseguenza, educarsi alla pace, come dice il messaggio per il primo giorno dell’anno 1979. Bisogna impararla onestamente e sinceramente a vari livelli e nei vari ambienti, iniziando dai bambini delle scuole elementari, fino a coloro che governano. A quale stadio di questa universale educazione alla pace ci troviamo? Quanto rimane ancora da fare? Quanto bisogna ancora imparare?

3. Oggi la Chiesa venera particolarmente la Maternità di Maria. Questa è come un ultimo messaggio dell’ottava del Natale del Signore. La nascita parla sempre della Genitrice, di colei che dà la vita, di colei che dà l’uomo al mondo. Il primo giorno dell’anno nuovo è la giornata della Madre.

La vediamo quindi – come in tanti quadri e sculture – col Bambino tra le braccia, col Bambino al seno. Madre, colei che ha generato e nutrito il Figlio di Dio. Madre di Cristo. Non vi è immagine più conosciuta e che parli in modo più semplice del mistero della nascita del Signore come quella della Madre con Gesù fra le braccia. Non è forse questa immagine la sorgente della nostra singolare fiducia? Non è proprio essa che ci permette di vivere nella cerchia di tutti i misteri della nostra fede, e, contemplandoli come “divini”, considerarli nello stesso tempo così “umani”?

Ma c’è ancora un’altra immagine della Madre con il Figlio tra le braccia. Essa si trova in questa Basilica: è “la Pietà”: Maria con Gesù tolto dalla croce; con Gesù che è spirato davanti ai suoi occhi, sul monte Golgota, e dopo la morte torna fra quelle braccia, sulle quali a Betlemme fu offerto come Salvatore del mondo.

Vorrei, quindi, oggi unire la nostra preghiera per la pace con questa duplice immagine. Vorrei collegarla a questa Maternità, che la Chiesa venera in modo particolare nell’ottava del Natale del Signore.

Perciò dico: “Madre, che sai cosa significa stringere nelle braccia il corpo morto del Figlio, di colui al quale hai dato la vita, risparmia a tutte le madri di questa terra la morte dei loro figli, i tormenti, la schiavitù, la distruzione della guerra, le persecuzioni, i campi di concentramento, le carceri! Conserva loro la gioia della nascita, del sostentamento, dello sviluppo dell’uomo e della sua vita. Nel nome di questa vita, nel nome della nascita del Signore, implora con noi la pace, la giustizia nel mondo! Madre della pace, in tutta la bellezza e maestà della tua maternità, che la Chiesa esalta e il mondo ammira, ti preghiamo: Sii con noi in ogni momento! Fa’ che questo nuovo anno sia un anno di pace, in virtù della nascita e della morte del Tuo figlio!”.

Amen.

GIOVANNI PAOLO II

ANGELUS

1° gennaio 1979

All’inizio di un nuovo anno, con quale altra parola potrei rivolgermi a voi, carissimi, che non sia una parola d’augurio? “Buon anno”, dunque a voi, miei fratelli e sorelle! A voi che siete venuti in questa piazza per testimoniare con la vostra presenza l’affetto che nutrite per il Papa, e “buon anno” a tutti coloro che sono qui presenti con lo spirito. Il Papa vorrebbe poter varcare le soglie di tutte le case, specialmente di quelle dove la povertà, la malattia e la solitudine fanno sentire il loro peso – non esclusi gli ospedali e le carceri – e portare ovunque una parola di conforto, di incoraggiamento, di speranza.

“Buon anno” a tutti, nella luce che s’irradia dal volto dolcissimo della Vergine Maria, che la Liturgia ci invita, oggi, a venerare nel mistero della sua Maternità divina. “Concepit de Spiritu Sancto”, concepì per opera dello Spirito Santo, diremo tra poco nell’Angelus, e la nostra mente sarà invitata a riflettere sul momento decisivo dell’incarnazione del Verbo di Dio. Quel momento solenne, anche se tanto umile e nascosto, ci pone in atteggiamento di pensosa ammirazione e di istintivo rispetto di fronte al momento iniziale dell’esistenza terrena di ogni essere umano.

Nel primo giorno di questo nuovo anno, io voglio rivolgere uno speciale saluto a tutti coloro che nasceranno nel corso dei prossimi mesi, a quanti riceveranno il dono della vita nell’anno del Signore 1979. Possano essi trovare il calore affettuoso di cuori che li attendono e che sanno gioire per il prodigio meraviglioso di una nuova vita.

Oggi si celebra la Giornata mondiale della pace.

È un tema, questo della pace, che se sta a cuore ad ogni essere umano responsabile e generoso, suscita una particolare vivissima sollecitudine nell’animo del Papa, il quale sa di essere posto da Cristo come pastore dell’umanità intera. A questo proposito, oggi voglio raccomandare alla vostra preghiera due situazioni delicate, per le quali la Santa Sede ha ritenuto suo dovere avviare specifiche iniziative: intendo alludere alla tormentata vicenda del Libano, in cui tanto sangue, troppo sangue, è già stato versato, e alla più recente controversia insorta tra Argentina e Cile circa le Isole del Canale di Beagle. Le missioni inviate dalla Santa Sede hanno avuto, tanto in un caso quanto nell’altro, una cordiale accoglienza sia da parte delle autorità che da parte della popolazione. È necessario ora che la preghiera di tutti ottenga da Dio copiosi doni di lungimiranza, di equilibrio, di coraggio, perché le strade della pace possano essere percorse e la meta di una soluzione equa e onorevole possa essere quanto prima raggiunta.

In questo giorno, poi – giorno che dovrebbe essere di gioia per tutti –, il mio pensiero va alle vittime dei sequestri, che ancora sono trattenute con ingiusta violenza lontane dalle loro famiglie. Mi rattrista in particolare la situazione di chi, essendo in giovane età, è maggiormente esposto ai traumi psicologici di una simile drammatica esperienza. Per loro, tutti noi, qui riuniti, eleviamo a Dio la nostra preghiera, confidando che la caratteristica atmosfera, di cui sono soffusi questi giorni, valga a risvegliare nei cuori dei loro oppressori sentimenti di doverosa resipiscenza e di rinnovata umanità.

Preghiamo, fratelli e sorelle.

EXHORTACIÓN APOSTÓLICA CATECHESI TRADENDA DE SU SANTIDAD

JUAN PABLO II AL EPISCOPADO AL CLERO Y A LOS FIELES DE TODA LA IGLESIA

SOBRE LA CATEQUESIS EN NUESTRO TIEMPO

INTRODUCCIÓN

La última consigna de Cristo

1. LA CATEQUESIS ha sido siempre considerada por la Iglesia como una de sus tareas primordiales, ya que Cristo resucitado, antes de volver al Padre, dio a los Apóstoles esta última consigna: hacer discípulos a todas las gentes, enseñándoles a observar todo lo que Él había mandado.(1) Él les confiaba de este modo la misión y el poder de anunciar a los hombres lo que ellos mismos habían oído, visto con sus ojos, contemplado y palpado con sus manos, acerca del Verbo de vida.(2) Al mismo tiempo les confiaba la misión y el poder de explicar con autoridad lo que Él les había enseñado, sus palabras y sus actos, sus signos y sus mandamientos. Y les daba el Espíritu para cumplir esta misión.

Muy pronto se llamó catequesis al conjunto de esfuerzos realizados por la Iglesia para hacer discípulos, para ayudar a los hombres a creer que Jesús es el Hijo de Dios, a fin de que, mediante la fe, ellos tengan la vida en su nombre,(3) para educarlos e instruirlos en esta vida y construir así el Cuerpo de Cristo. La Iglesia no ha dejado de dedicar sus energías a esa tarea.

Solicitud del Papa Pablo VI

2. Los últimos Papas le han reservado un puesto de relieve en su solicitud pastoral. Mi venerado Predecesor Pablo VI sirvió a la catequesis de la Iglesia de manera especialmente ejemplar con sus gestos, su predicación, su interpretación autorizada del Concilio Vaticano II —que él consideraba como la gran catequesis de los tiempos modernos— con su vida entera. Él aprobó, el 18 de marzo de 1971, el «Directorio general de la catequesis», preparado por la S. Congregación para el Clero, un Directorio que queda como un documento básico para orientar y estimular la renovación catequética en toda la Iglesia. Él instituyó la Comisión internacional de Catequesis, en el año 1975. Él definió magistralmente el papel y el significado de la catequesis en la vida y en la misión de la Iglesia, cuando se dirigió a los participantes en el Primer Congreso Internacional de Catequesis, el 25 de septiembre de 1971,(4) y se detuvo explícitamente sobre este tema en la Exhortación Apostólica Evangelii nuntiandi.(5) Él quiso que la catequesis, especialmente la que se dirige a los niños y a los jóvenes, fuese el tema de la IV Asamblea general del Sínodo de los Obispos,(6) celebrada durante el mes de octubre de 1977, en la que yo mismo tuve el gozo de participar.

Un Sínodo fructuoso

3. Al concluir el Sínodo, los Padres entregaron al Papa una documentación muy rica, que comprendía las diversas intervenciones tenidas durante la Asamblea, las conclusiones de los grupos de trabajo, el Mensaje que con su consentimiento habían dirigido al pueblo de Dios,(7) y sobre todo la serie imponente de « Proposiciones» en las que ellos expresaban su parecer acerca de muchos aspectos de la catequesis en el momento actual.

Este Sínodo ha trabajado en una atmósfera excepcional de acción de gracias y de esperanza. Ha visto en la renovación catequética un don precioso del Espíritu Santo a la Iglesia de hoy, un don al que por doquier las comunidades cristianas, a todos los niveles, responden con una generosidad y entrega creadora que suscitan admiración. El necesario discernimiento podía así realizarse partiendo de una base viva y podía contar en el pueblo de Dios con una gran disponibilidad a la gracia del Señor y a las directrices del Magisterio.

Sentido de esta Exhortación

4. En este mismo clima de fe y esperanza os dirijo hoy, Venerables Hermanos, amados hijos e hijas, esta Exhortación Apostólica. En un tema tan amplio, ella no tratará sino de algunos aspectos más actuales y decisivos, para corroborar los frutos del Sínodo. Ella vuelve a tomar en consideración, sustancialmente, las reflexiones que el Papa Pablo VI había preparado, utilizando ampliamente los documentos dejados por el Sínodo. El Papa Juan Pablo I —cuyo celo y cualidades de catequista tanto asombro nos han causado— las había recogido y se disponía a publicarlas en el momento en que inesperadamente fue llamado por Dios. A todos nosotros él nos ha dado el ejemplo de una catequesis fundada en lo esencial y a la vez popular, hecha de gestos y palabras sencillas, capaces de llegar a los corazones. Yo asumo pues la herencia de estos dos Pontífices, para responder a la petición de los Obispos, formulada expresamente al final de la IV Asamblea general del Sínodo y acogida por el Papa Pablo VI en su discurso de clausura.(8) Lo hago también para cumplir uno de los deberes principales de mi oficio apostólico. La catequesis ha sido siempre una preocupación central en mi ministerio de sacerdote y de obispo.

Deseo ardientemente que esta Exhortación Apostólica, dirigida a toda la Iglesia, refuerce la solidez de la fe y de la vida cristiana, dé un nuevo vigor a las iniciativas emprendidas, estimule la creatividad —con la vigilancia debida— y contribuya a difundir en la comunidad cristiana la alegría de llevar al mundo el misterio de Cristo.

I

TENEMOS UN SOLO MAESTRO: JESUCRISTO

En comunión con la persona de Cristo

5. La IV Asamblea general del Sínodo de los Obispos ha insistido mucho en el cristocentrismo de toda catequesis auténtica. Podemos señalar aquí los dos significados de la palabra que ni se oponen ni se excluyen, sino que más bien se relacionan y se complementan.

Hay que subrayar, en primer lugar, que en el centro de la catequesis encontramos esencialmente una Persona, la de Jesús de Nazaret, «Unigénito del Padre, lleno de gracia y de verdad»,(9) que ha sufrido y ha muerto por nosotros y que ahora, resucitado, vive para siempre con nosotros. Jesús es «el Camino, la Verdad y la Vida»,(10) y la vida cristiana consiste en seguir a Cristo, en la «sequela Christi».

El objeto esencial y primordial de la catequesis es, empleando una expresión muy familiar a San Pablo y a la teología contemporánea, «el Misterio de Cristo». Catequizar es, en cierto modo, llevar a uno a escrutar ese Misterio en toda su dimensión: «Iluminar a todos acerca de la dispensación del misterio... comprender, en unión con todos los santos, cuál es la anchura, la largura, la altura y la profundidad y conocer la caridad de Cristo, que supera toda ciencia, para que seais llenos de toda la plenitud de Dios».(11) Se trata por lo tanto de descubrir en la Persona de Cristo el designio eterno de Dios que se realiza en Él. Se trata de procurar comprender el significado de los gestos y de las palabras de Cristo, los signos realizados por Él mismo, pues ellos encierran y manifiestan a la vez su Misterio. En este sentido, el fin definitivo de la catequesis es poner a uno no sólo en contacto sino en comunión, en intimidad con Jesucristo: sólo Él puede conducirnos al amor del Padre en el Espíritu y hacernos partícipes de la vida de la Santísima Trinidad.

Transmitir la doctrina de Cristo

6. En la catequesis, el cristocentrismo significa también que, a través de ella se transmite no la propia doctrina o la de otro maestro, sino la enseñanza de Jesucristo, la Verdad que Él comunica o, más exactamente, la Verdad que Él es.(12) Así pues hay que decir que en la catequesis lo que se enseña es a Cristo, el Verbo encarnado e Hijo de Dios y todo lo demás en referencia a Él; el único que enseña es Cristo, y cualquier otro lo hace en la medida en que es portavoz suyo, permitiendo que Cristo enseñe por su boca. La constante preocupación de todo catequista, cualquiera que sea su responsabilidad en la Iglesia, debe ser la de comunicar, a través de su enseñanza y su comportamiento, la doctrina y la vida de Jesús. No tratará de fijar en sí mismo, en sus opiniones y actitudes personales, la atención y la adhesión de aquel a quien catequiza; no tratará de inculcar sus opiniones y opciones personales como si éstas expresaran la doctrina y las lecciones de vida de Cristo. Todo catequista debería poder aplicarse a sí mismo la misteriosa frase de Jesús: «Mi doctrina no es mía, sino del que me ha enviado».(13) Es lo que hace san Pablo al tratar una cuestión de primordial importancia: «Yo he recibido del Señor lo que os he transmitido».(14) ¡Qué contacto asiduo con la Palabra de Dios transmitida por el Magisterio de la Iglesia, qué familiaridad profunda con Cristo y con el Padre, qué espíritu de oración, qué despego de sí mismo ha de tener el catequista para poder decir: «Mi doctrina no es mía»!

Cristo que enseña

7. Esta doctrina no es un cúmulo de verdades abstractas, es la comunicación del Misterio vivo de Dios. La calidad de Aquel que enseña en el Evangelio y la naturaleza de su enseñanza superan en todo a las de los «maestros» en Israel, merced a la unión única existente entre lo que Él dice, hace y lo que es. Es evidente que los Evangelios indican claramente los momentos en que Jesús enseña, «Jesús hizo y enseñó»:(15) en estos dos verbos que introducen al libro de los Hechos, san Lucas une y distingue a la vez dos dimensiones en la misión de Cristo.

Jesús enseñó. Este es el testimonio que Él da de sí mismo: «Todos los días me sentaba en el Templo a enseñar».(16) Esta es la observación llena de admiración que hacen los evangelistas, maravillados de verlo enseñando en todo tiempo y lugar, y de una forma y con una autoridad desconocidas hasta entonces: «De nuevo se fueron reuniendo junto a Él las multitudes y de nuevo, según su costumbre, les enseñaba»;(17) «y se asombraban de su enseñanza, pues enseñaba como quien tiene autoridad»,(18) Eso mismo hacen notar sus enemigos, aunque sólo sea para acusarlo y buscar un pretexto para condenarlo. «Subleva al pueblo, enseñando por toda Judea, desde Galilea, donde empezó, hasta aquí».(19)

El único «Maestro»

8. El que enseña así merece a título único el nombre de Maestro. ¡Cuántas veces se le da este título de maestro a lo largo de todo el Nuevo Testamento y especialmente en los Evangelios!(20) Son evidentemente los Doce, los otros discípulos y las muchedumbres que lo escuchan quienes le llaman «Maestro» con acento a la vez de admiración, de confianza y de ternura.(21) Incluso los Fariseos y los Saduceos, los Doctores de la Ley y los Judíos en general, no le rehúsan esta denominación: «Maestro, quisiéramos ver una señal tuya»;(22) «Maestro, ¿qué tengo que hacer de bueno para alcanzar la vida eterna?».(23) Pero sobre todo Jesús mismo se llama Maestro en ocasiones particularmente solemnes y muy significativas: «Vosotros me llamáis Maestro y Señor, y decís bien, porque de verdad lo soy»;(24) y proclama la singularidad, el carácter único de su condición de Maestro: «Uno solo es vuestro Maestro»:(25) Cristo. Se comprende que, a lo largo de dos mil años, en todas las lenguas de la tierra, hombres de toda condición, raza y nación, le hayan dado con veneración este título repitiendo a su manera la exclamación de Nicodemo: «has venido como Maestro de parte de Dios».(26)

Esta imagen de Cristo que enseña, a la vez majestuosa y familiar, impresionante y tranquilizadora, imagen trazada por la pluma de los evangelistas y evocada después, con frecuencia, por la iconografía desde la época paleocristiana,(27) —¡tan atractiva es!— deseo ahora evocarla en el umbral de estas reflexiones sobre la catequesis en el mundo actual.

Enseñando con toda su vida

9. No olvido, haciendo esto, que la majestad de Cristo que enseña, la coherencia y la fuerza persuasiva únicas de su enseñanza, no se explican sino porque sus palabras, sus parábolas y razonamientos no pueden separarse nunca de su vida y de su mismo ser. En este sentido, la vida entera de Cristo fue una continua enseñanza: su silencio, sus milagros, sus gestos, su oración, su amor al hombre, su predilección por los pequeños y los pobres, la aceptación del sacrificio total en la cruz por la salvación del mundo, su resurrección son la actuación de su palabra y el cumplimiento de la revelación. De suerte que para los cristianos el Crucifijo es una de las imágenes más sublimes y populares de Jesús que enseña.

Estas consideraciones, que están en línea con las grandes tradiciones de la Iglesia, reafirman en nosotros el fervor hacia Cristo, el Maestro que revela a Dios a los hombres y al hombre a sí mismo; el Maestro que salva, santifica y guía, que está vivo, que habla, exige, que conmueve, que endereza, juzga, perdona, camina diariamente con nosotros en la historia; el Maestro que viene y que vendrá en la gloria.

Solamente en íntima comunión con Él, los catequistas encontrarán luz y fuerza para una renovación auténtica y deseable de la catequesis.

II

UNA EXPERIENCIA TAN ANTIGUA COMO LA IGLESIA

La Misión de los Apóstoles

10. La imagen de Cristo que enseña se había impreso en la mente de los Doce y de los primeros discípulos, y la consigna «Id y haced discípulos a todas las gentes»(28) orientó toda su vida. San Juan da testimonio de ello en su Evangelio, cuando refiere las palabras de Jesús: «Ya no os llamo siervos, porque el siervo no sabe lo que hace su señor; pero os digo amigos, porque todo lo que oí de mi Padre os lo he dado a conocer».(29) No son ellos los que han escogido seguir a Jesús, sino que es Jesús quien los ha elegido, quien los ha guardado y establecido, ya antes de su Pascua, para que ellos vayan y den fruto y para que su fruto permanezca.(30) Por ello después de la resurrección, les confió formalmente la misión de hacer discípulos a todas las gentes.

El libro entero de los Hechos de los Apóstoles atestigua que fueron fieles a su vocación y a la misión recibida. Los miembros de la primitiva comunidad cristiana aparecen en él «perseverantes en oír la enseñanza de los apóstoles y en la fracción del pan y en la oración».(31) Se encuentra allí sin duda alguna la imagen permanente de una Iglesia que, gracias a la enseñanza de los Apóstoles, nace y se nutre continuamente de la Palabra del Señor, la celebra en el sacrificio eucarístico y da testimonio al mundo con el signo de la caridad.

Cuando los adversarios se sienten celosos de la actividad de los Apóstoles, se debe a que están «molestos porque enseñan al pueblo»(32) y les prohíben enseñar en el nombre de Jesús.(33) Pero nosotros sabemos que, precisamente en ese punto, los Apóstoles juzgaron más razonable obedecer a Dios que a los hombres.(34)

La catequesis en la época apostólica

11. Los Apóstoles no tardan en compartir con los demás el ministerio del apostolado.(35) Transmiten a sus sucesores la misión de enseñar. Ellos la confían también a los diáconos desde su institución: Esteban, «lleno de gracia y de poder», no cesa de enseñar, movido por la sabiduría del Espíritu.(36) Los Apóstoles asocian en su tarea de enseñar a «otros» discípulos;(37) e incluso simples cristianos dispersados por la persecución, iban por todas partes predicando la palabra.(38) San Pablo es el heraldo por antonomasia de este anuncio, desde Antioquía hasta Roma, donde la última imagen que tenemos de él según el libro de los Hechos, es la de un hombre «que enseña con toda libertad lo tocante al Señor Jesucristo».(39) Sus numerosas cartas amplian y profundizan su enseñanza. Asimismo las cartas de Pedro, de Juan, de Santiago y de Judas son otros tantos testimonios de la catequesis de la era apostólica.

Los Evangelios que, antes de ser escritos, fueron la expresión de una enseñanza oral transmitida a las comunidades cristianas, tienen más o menos una estructura catequética. ¿No ha sido llamado el relato de San Mateo evangelio del catequista y el de San Marcos, evangelio del catecúmeno?

En los Padres de la Iglesia

12. La Iglesia continúa esta misión de enseñar de los Apóstoles y de sus primeros colaboradores. Haciéndose día a día discípula del Señor, con razón se la ha llamado «Madre y Maestra».(40) Desde Clemente Romano hasta Orígenes,(41) en la edad postapostólica ven la luz obras notables. Más tarde se registra un hecho impresionante: Obispos y Pastores, los de mayor prestigio, sobre todo en los siglos tercero y cuarto, consideran como una parte importante de su ministerio episcopal enseñar de palabra o escribir tratados catequéticos. Es la época de Cirilo de Jerusalén y de Juan Crisóstomo, de Ambrosio y de Agustín, en la que brotan de la pluma de tantos Padres de la Iglesia obras que siguen siendo modelos para nosotros.

No es posible evocar aquí, ni siquiera brevemente, la catequesis que ha mantenido la difusión y el camino de la Iglesia en los diversos períodos de la historia, en todos los continentes y en los contextos sociales y culturales más diversos. Ciertamente las dificultades no han faltado nunca. Mas la Palabra del Señor ha realizado su misión a través de los siglos, se ha difundido y ha sido glorificada, como indica el Apóstol Pablo.(42)

En los Concilios y en la actividad misionera

13. El ministerio de la catequesis saca siempre nuevas energías de los Concilios. A este respecto el Concilio de Trento constituye un ejemplo que se ha de subrayar: en sus constituciones y decretos dio prioridad a la catequesis; dio lugar al «catecismo romano» que lleva además su nombre y constituye una obra de primer orden, resumen de la doctrina cristiana y de la teología tradicional para uso de los sacerdotes; promovió en la Iglesia una organización notable de la catequesis; despertó en los clérigos la conciencia de sus deberes con relación a la enseñanza catequética; y, merced al trabajo de santos teólogos como san Carlos Borromeo, san Roberto Belarmino o san Pedro Canisio, dio origen a catecismos, verdaderos modelos para aquel tiempo. ¡Ojalá suscite el Concilio Vaticano II un impulso y una obra semejante en nuestros días!

Las misiones constituyen también un terreno privilegiado para la práctica de la catequesis. Así, desde hace casi dos mil años, el Pueblo de Dios no ha cesado de educarse en la fe, según formas adaptadas a las distintas situaciones de los creyentes y a las múltiples coyunturas eclesiales.

La catequesis está íntimamente unida a toda la vida de la Iglesia. No sólo la extensión geográfica y el incremento numérico sino también, y más todavía, el crecimiento interior de la Iglesia, su correspondencia con el designio de Dios, dependen esencialmente de ella. De entre las experiencias de la historia de la Iglesia que acabamos de recordar, muchas lecciones —entre tantas otras— merecen ser puestas de relieve.

La catequesis: derecho y deber de la Iglesia

14. Es evidente, ante todo, que la catequesis ha sido siempre para la Iglesia un deber sagrado y un derecho imprescriptible. Por una parte, es sin duda un deber que tiene su origen en un mandato del Señor e incumbe sobre todo a los que en la Nueva Alianza reciben la llamada al ministerio de Pastores. Por otra parte, puede hablarse igualmente de derecho: desde el punto de vista teológico, todo bautizado por el hecho mismo de su bautismo, tiene el derecho de recibir de la Iglesia una enseñanza y una formación que le permitan iniciar una vida verdaderamente cristiana; en la perspectiva de los derechos del hombre, toda persona humana tiene derecho a buscar la verdad religiosa y de adherirse plenamente a ella, libre de «toda coacción por parte tanto de los individuos como de los grupos sociales y de cualquier poder humano que sea, de suerte que, en esta materia, a nadie se fuerce a actuar contra su conciencia o se le impida actuar ... de acuerdo con ella».(43)

Por ello la actividad catequética debe poder ejercerse en circunstancias favorables de tiempo y lugar, debe tener acceso a los medios de comunicación social, a adecuados instrumentos de trabajo, sin discriminación para con los padres, los catequizados o los catequistas. Actualmente es cierto que ese derecho es reconocido cada vez más, al menos a nivel de grandes principios, como testimonian declaraciones o convenios internacionales, en los que —cualesquiera que sean sus límites— se puede reconocer la voz de la conciencia de gran parte de los hombres de hoy.(44) Pero numerosos Estados violan este derecho, hasta tal punto que dar, hacer dar la catequesis o recibirla, llega a ser un delito susceptible de sanción. En unión con los Padres del Sínodo elevo enérgicamente la voz contra toda discriminación en el ámbito de la catequesis, a la vez que dirijo una apremiante llamada a los responsables para que acaben del todo esas constricciones que gravan sobre la libertad humana en general y sobre la libertad religiosa en particular.

Tarea prioritaria

15. La segunda lección se refiere al lugar mismo de la catequesis en los proyectos pastorales de la Iglesia. Cuanto más capaz sea, a escala local o universal, de dar la prioridad a la catequesis —por encima de otras obras e iniciativas cuyos resultados podrían ser mas espectaculares—, tanto más la Iglesia encontrará en la catequesis una consolidación de su vida interna como comunidad de creyentes y de su actividad externa como misionera. En este final del siglo XX, Dios y los acontecimientos, que son otras tantas llamadas de su parte, invitan a la Iglesia a renovar su confianza en la acción catequética como en una tarea absolutamente primordial de su misión. Es invitada a consagrar a la catequesis sus mejores recursos en hombres y en energías, sin ahorrar esfuerzos, fatigas y medios materiales, para organizarla mejor y formar personal capacitado. En ello no hay un mero cálculo humano, sino una actitud de fe. Y una actitud de fe se dirige siempre a la fidelidad a Dios, que nunca deja de responder.

Responsabilidad común y diferenciada

16. Tercera lección: la catequesis ha sido siempre, y seguirá siendo, una obra de la que la Iglesia entera debe sentirse y querer ser responsable. Pero sus miembros tienen responsabilidades diferentes, derivadas de la misión de cada uno. Los Pastores, precisamente en virtud de su oficio, tienen, a distintos niveles, la más alta responsabilidad en la promoción, orientación y coordinación de la catequesis. El Papa, por su parte, tiene una profunda conciencia de la responsabilidad primaria que le compete en este campo: encuentra en él motivos de preocupación pastoral, pero sobre todo de alegría y de esperanza. Los sacerdotes, religiosos y religiosas tienen ahí un campo privilegiado para su apostolado. A otro nivel, los padres de familia tienen una responsabilidad singular. Los maestros, los diversos ministros de la Iglesia, los catequistas y, por otra parte, los responsables de los medios de comunicación social, todos ellos tienen, en grado diverso, responsabilidades muy precisas en esta formación de la conciencia del creyente, formación importante para la vida de la Iglesia, y que repercute en la vida de la sociedad misma. Uno de los mejores frutos de la Asamblea general del Sínodo dedicado por entero a la catequesis sería despertar, en toda la Iglesia y en cada uno de sus sectores, una conciencia viva y operante de esta responsabilidad diferenciada pero común.

Renovación continua y equilibrada

17. Finalmente la catequesis tiene necesidad de renovarse continuamente en un cierto alargamiento de su concepto mismo, en sus métodos, en la búsqueda de un lenguaje adaptado, en el empleo de nuevos medios de transmisión del mensaje Esta renovación no siempre tiene igual valor, y los Padres del Sínodo han reconocido con realismo, junto a un progreso innegable en la vitalidad de la actividad catequética y a iniciativas prometedoras, las limitaciones o incluso las «deficiencias» de lo que se ha realizado hasta el presente.(45) Estos límites son particularmente graves cuando ponen en peligro la integridad del contenido. El «Mensaje al pueblo de Dios» subrayó justamente que, para la catequesis, «la repetición rutinaria, que se opone a todo cambio, por una parte, y la improvisación irreflexiva que afronta con ligereza los problemas, por la otra, son igualmente peligrosas».(46) La repetición rutinaria lleva al estancamiento, al letargo y, en definitiva, a la parálisis. La improvisación irreflexiva engendra desconcierto en los catequizados y en sus padres, cuando se trata de los niños, causa desviaciones de todo tipo, rupturas y finalmente la ruina total de la unidad. Es necesario que la Iglesia dé prueba hoy —come supo hacerlo en otras épocas de su historia— de sabiduría, de valentía y de fidelidad evangélicas, buscando y abriendo caminos y perspectivas nuevas para la enseñanza catequética.

III

LA CATEQUESIS EN LA ACTIVIDAD PASTORAL Y MISIONERA DE LA IGLESIA

La catequesis: una etapa de la evangelización

18. La catequesis no puede disociarse del conjunto de actividades pastorales y misionales de la Iglesia. Ella tiene, sin embargo, algo específico propio sobre lo que la IV Asamblea general del Sínodo de los Obispos, en sus trabajos preparatorios y a lo largo de su celebración, se ha interrogado a menudo. La cuestión interesa también a la opinión pública, dentro y fuera de la Iglesia.

No es éste el lugar adecuado para dar una definición rigurosa y formal de la catequesis, suficientemente ilustrada en el «Directorio General de la Catequesis».(47) Compete a los especialistas enriquecer cada vez más su concepto y su articulación.

Frente a la incertidumbre de la práctica, recordemos simplemente algunos puntos esenciales, por lo demás ya consolidados en los documentos de la Iglesia, para una comprensión exacta de la catequesis y sin los cuales se correría el riesgo de no llegar a comprender todo su significado y su alcance.

Globalmente, se puede considerar aquí la catequesis en cuanto educación de la fe de los niños, de los jóvenes y adultos, que comprende especialmente una enseñanza de la doctrina cristiana, dada generalmente de modo orgánico y sistemático, con miras a iniciarlos en la plenitud de la vida cristiana. En este sentido, la catequesis se articula en cierto número de elementos de la misión pastoral de la Iglesia, sin confundirse con ellos, que tienen un aspecto catequético, preparan a la catequesis o emanan de ella: primer anuncio del evangelio o predicación misional por medio del kerigma para suscitar la fe apologética o búsqueda de las razones de creer, experiencia de vida cristiana, celebración de los sacramentos, integración en la comunidad eclesial, testimonio apostólico y misional.

Recordemos ante todo que entre la catequesis y la evangelización no existe ni separación u oposición, ni identificación pura y simple, sino relaciones profundas de integración y de complemento recíproco.

La Exhortación apostólica «Evangelii nuntiandi» del 8 de diciembre de 1975, sobre la evangelización en el mundo contemporáneo, subrayó con toda razón que la evangelización —cuya finalidad es anunciar la Buena Nueva a toda la humanidad para que viva de ella—, es una realidad rica, compleja y dinámica, que tiene elementos o, si se prefiere, momentos, esenciales y diferentes entre sí, que es preciso saber abarcar conjuntamente, en la unidad de un único movimiento.(48) La catequesis es uno de esos momentos —¡y cuán señalado!— en el proceso total de evangelización.

Catequesis y primer anuncio del Evangelio

19. La peculiaridad de la Catequesis, distinta del anuncio primero del Evangelio que ha suscitado la conversión, persigue el doble objetivo de hacer madurar la fe inicial y de educar al verdadero discípulo por medio de un conocimiento más profundo y sistemático de la persona y del mensaje de Nuestro Señor Jesucristo.(49) Pero en la práctica catequética, este orden ejemplar debe tener en cuenta el hecho de que a veces la primera evangelización no ha tenido lugar. Cierto número de niños bautizados en su infancia llega a la catequesis parroquial sin haber recibido alguna iniciación en la fe, y sin tener todavía adhesión alguna explícita y personal a Jesucristo, sino solamente la capacidad de creer puesta en ellos por el bautismo y la presencia del Espíritu Santo; y los prejuicios de un ambiente familiar poco cristiano o el espíritu positivista de la educación crean rápidamente algunas reticencias. A éstos es necesario añadir otros niños, no bautizados, para quienes sus padres no aceptan sino tardíamente la educación religiosa: por motivos prácticos, su etapa catecumenal se hará en buena parte durante la catequesis ordinaria. Además muchos preadolescentes y adolescentes, que han sido bautizados y que han recibido sistemáticamente una catequesis así como los sacramentos, titubean por largo tiempo en comprometer o no su vida con Jesucristo, cuando no se preocupan por esquivar la formación religiosa en nombre de su libertad. Finalmente los adultos mismos no están al reparo de tentaciones de duda o de abandono de la fe, a consecuencia de un ambiente notoriamente incrédulo. Es decir que la «catequesis» debe a menudo preocuparse, no sólo de alimentar y enseñar la fe, sino de suscitarla continuamente con la ayuda de la gracia, de abrir el corazón, de convertir, de preparar una adhesión global a Jesucristo en aquellos que están aún en el umbral de la fe. Esta preocupación inspira parcialmente el tono, el lenguaje y el método de la catequesis.

Finalidad específica de la catequesis

20. La finalidad específica de la catequesis no consiste únicamente en desarrollar, con la ayuda de Dios, una fe aún inicial, en promover en plenitud y alimentar diariamente la vida cristiana de los fieles de todas las edades. Se trata en efecto de hacer crecer, a nivel de conocimiento y de vida, el germen de la fe sembrado por el Espíritu Santo con el primer anuncio y transmitido eficazmente a través del bautismo.

La catequesis tiende pues a desarrollar la inteligencia del misterio de Cristo a la luz de la Palabra, para que el hombre entero sea impregnado por ella. Transformado por la acción de la gracia en nueva criatura, el cristiano se pone así a seguir a Cristo y, en la Iglesia, aprende siempre a pensar mejor como Él, a juzgar como Él, a actuar de acuerdo con sus mandamientos, a esperar como Él nos invita a ello.

Más concretamente, la finalidad de la catequesis, en el conjunto de la evangelización, es la de ser un período de enseñanza y de madurez, es decir, el tiempo en que el cristiano, habiendo aceptado por la fe la persona de Jesucristo como el solo Señor y habiéndole prestado una adhesión global con la sincera conversión del corazón, se esfuerza por conocer mejor a ese Jesús en cuyas manos se ha puesto: conocer su «misterio», el Reino de Dios que anuncia, las exigencias y las promesas contenidas en su mensaje evangélico, los senderos que Él ha trazado a quien quiera seguirle.

Si es verdad que ser cristiano significa decir «sí» a Jesucristo, recordemos que este «sí» tiene dos niveles: consiste en entregarse a la Palabra de Dios y apoyarse en ella, pero significa también, en segunda instancia, esforzarse por conocer cada vez mejor el sentido profundo de esa Palabra.

Necesidad de una catequesis sistemática

21. En su discurso de clausura de la IV Asamblea general del Sínodo, el Papa Pablo VI se felicitaba al «advertir que todos han señalado la gran necesidad de una catequesis orgánica y bien ordenada, ya que esa reflexión vital sobre el misterio mismo de Cristo es lo que principalmente distingue a la Catequesis de todas las demás formas de presentar la Palabra de Dios».(50)

Frente a las dificultades prácticas, hay que subrayar algunas características de esta enseñanza: debe ser una enseñanza sistemática, no improvisada, siguiendo un programa que le permita llegar a un fin preciso; una enseñanza elemental que no pretenda abordar todas las cuestiones disputadas ni transformarse en investigación teológica o en exégesis científica; una enseñanza, no obstante, bastante completa, que no se detenga en el primer anuncio del misterio cristiano, cual lo tenemos en el kerigma; una iniciación cristiana integral, abierta a todas las esferas de la vida cristiana.

Sin olvidar la importancia de múltiples ocasiones de catequesis, relacionadas con la vida personal, familiar, social y eclesial, que es necesario aprovechar y sobre las que os remito al capítulo VI, insisto en la necesidad de una enseñanza cristiana orgánica y sistemática, dado que desde distintos sitios se intenta minimizar su importancia.

Catequesis y experiencia vital

22. Es inútil insistir en la ortopraxis en detrimento de la ortodoxia: el cristianismo es inseparablemente la una y la otra. Unas convicciones firmes y reflexivas llevan a una acción valiente y segura; el esfuerzo por educar a los fieles a vivir hoy como discípulos de Cristo reclama y facilita el descubrimiento más profundo del Misterio de Cristo en la historia de la salvación.

Es asimismo inútil querer abandonar el estudio serio y sistemático del mensaje de Cristo, en nombre de una atención metodológica a la experiencia vital. «Nadie puede llegar a la verdad íntegra solamente desde una simple experiencia privada, es decir, sin una conveniente exposición del mensaje de Cristo, que es el "Camino, la Verdad y la Vida" (Jn 14, 6)».(51)

No hay que oponer igualmente una catequesis que arranque de la vida a una catequesis tradicional, doctrinal y sistemática.(52) La auténtica catequesis es siempre una iniciación ordenada y sistemática a la Revelación que Dios mismo ha hecho al hombre, en Jesucristo, revelación conservada en la memoria profunda de la Iglesia y en las Sagradas Escrituras y comunicada constantemente, mediante una «traditio» viva y activa, de generación en generación. Pero esta revelación no está aislada de la vida ni yuxtapuesta artificialmente a ella. Se refiere al sentido último de la existencia y la ilumina, ya para inspirarla, ya para juzgarla, a la luz del Evangelio.

Por eso podemos aplicar a los catequistas lo que el Concilio Vaticano II ha dicho especialmente de los sacerdotes: educadores del hombre y de la vida del hombre en la fe.(53)

Catequesis y sacramentos

23. La catequesis está intrínsecamente unida a toda la acción litúrgica y sacramental, porque es en los sacramentos y sobre todo en la eucaristía donde Jesucristo actúa en plenitud para la transformación de los hombres.

En la Iglesia primitiva, catecumenado e iniciación a los sacramentos del bautismo y de la eucaristía, se identificaban. Aunque en este campo haya cambiado la práctica de la Iglesia, en los antiguos países cristianos, el catecumenado jamás ha sido abolido; conoce allí una renovación(54) y se practica abundantemente en las jóvenes Iglesias misioneras. De todos modos, la catequesis está siempre en relación con los sacramentos. Por una parte, una forma eminente de catequesis es la que prepara a los sacramentos, y toda catequesis conduce necesariamente a los sacramentos de la fe. Por otra parte, la práctica auténtica de los sacramentos tiene forzosamente un aspecto catequético. En otras palabras, la vida sacramental se empobrece y se convierte muy pronto en ritualismo vacío, si no se funda en un conocimiento serio del significado de los sacramentos y la catequesis se intelectualiza, si no cobra vida en la práctica sacramental.

Catequesis y comunidad eclesial

24. La catequesis, finalmente, tiene una íntima unión con la acción responsable de la Iglesia y de los cristianos en el mundo. Todo el que se ha adherido a Jesucristo por la fe y se esfuerza por consolidar esta fe mediante la catequesis, tiene necesidad de vivirla en comunión con aquellos que han dado el mismo paso. La catequesis corre el riesgo de esterilizarse, si una comunidad de fe y de vida cristiana no acoge al catecúmeno en cierta fase de su catequesis. Por eso la comunidad eclesial, a todos los niveles, es doblemente responsable respecto a la catequesis: tiene la responsabilidad de atender a la formación de sus miembros, pero también la responsabilidad de acogerlos en un ambiente donde puedan vivir, con la mayor plenitud posible, lo que han aprendido.

La catequesis está abierta igualmente al dinamismo misionero. Si hace bien, los cristianos tendrán interés en dar testimonio de su fe, de transmitirla a sus hijos, de hacerla conocer a otros, de servir de todos modos a la comunidad humana.

Necesidad de la catequesis en sentido amplio para la madurez y fuerza de la fe

25. Así pues, gracias a la catequesis, el kerygma evangélico —primer anuncio lleno de ardor que un día transformó al hombre y lo llevó a la decisión de entregarse a Jesucristo por la fe— se profundiza poco a poco, se desarrolla en sus corolarios implícitos, explicado mediante un discurso que va dirigido también a la razón, orientado hacia la práctica cristiana en la Iglesia y en el mundo. Todo esto no es menos evangélico que el kerygma, por más que digan algunos que la catequesis vendría forzosamente a racionalizar, aridecer y finalmente matar lo que de más vivo, espontáneo y vibrante hay en el kerygma. Las verdades que se profundizan en la catequesis son las mismas que hicieron mella en el corazón del hombre al escucharlas por primera vez. El hecho de conocerlas mejor, lejos de embotarlas o agostarlas, debe hacerlas aún más estimulantes y decisivas para la vida.

En la concepción que se acaba de exponer, la catequesis se ajusta al punto de vista totalmente pastoral desde el cual ha querido considerarla el Sínodo. Este sentido amplio de la catequesis no contradice, sino que incluye, desbordándolo, el sentido estricto al que por lo común se atienen las exposiciones didácticas: la simple enseñanza de las fórmulas que expresan la fe.

En definitiva, la catequesis es tan necesaria para la madurez de la fe de los cristianos como para su testimonio en el mundo: ella quiere conducir a los cristianos «en la unidad de la fe y en el conocimiento del Hijo de Dios y a formar al hombre perfecto, maduro, que realice la plenitud de Cristo»;(55) también quiere que estén dispuestos a dar razón de su esperanza a todos los que les pidan una explicación.(56)

IV

TODA LA BUENA NUEVA BROTA DE LA FUENTE

El contenido del Mensaje

26. Siendo la catequesis un momento o un aspecto de la evangelización, su contenido no puede ser otro que el de toda la evangelización: el mismo mensaje —Buena Nueva de salvación— oído una y mil veces y aceptado de corazón, se profundiza incesantemente en la catequesis mediante la reflexión y el estudio sistemático; mediante una toma de conciencia, que cada vez compromete más, de sus repercusiones en la vida personal de cada uno; mediante su inserción en el conjunto orgánico y armonioso que es la existencia cristiana en la sociedad y en el mundo.

La fuente

27. La catequesis extraerá siempre su contenido de la fuente viva de la Palabra de Dios, transmitida mediante la Tradición y la Escritura, dado que «la Tradición y la Escritura constituyen el depósito sagrado de la Palabra de Dios, confiado a la Iglesia», como ha recordado el Concilio Vaticano II al desear que «el ministerio de la palabra, que incluye la predicación pastoral, la catequesis, toda la instrucción cristiana... reciba de la palabra de la Escritura alimento saludable y por ella dé frutos de santidad».(57)

Hablar de la Tradición y de la Escritura como fuentes de la catequesis es subrayar que ésta ha de estar totalmente impregnada por el pensamiento, el espíritu y actitudes bíblicas y evangélicas a través de un contacto asiduo con los textos mismos; es también recordar que la catequesis será tanto más rica y eficaz cuanto más lea los textos con la inteligencia y el corazón de la Iglesia y cuanto más se inspire en la reflexión y en la vida dos veces milenaria de la Iglesia.

La enseñanza, la liturgia y la vida de la Iglesia surgen de esta fuente y conducen a ella, bajo la dirección de los Pastores y concretamente del Magisterio doctrinal que el Señor les ha confiado.

El Credo: expresión doctrinal privilegiada

28. Una expresión privilegiada de la herencia viva que ellos han recibido en custodia, se encuentra en el Credo o, más concretamente, en los Símbolos que, en momentos cruciales, recogieron en síntesis felices la fe de la Iglesia. Durante siglos, un elemento importante de la catequesis era precisamente la «traditio Symboli» (o transmisión del compendio de la fe), seguida de la entrega de la oración dominical. Este rito expresivo ha vuelto a ser introducido en nuestros días en la iniciación de los catecúmenos.(58) ¿No habría que encontrar una utilización más concretamente adaptada, para señalar esta etapa, la más importante entre todas, en que un nuevo discípulo de Jesucristo acepta con plena lucidez y valentía el contenido de lo que más adelante va a profundizar con seriedad?

Mi predecesor Pablo VI, en el «Credo del Pueblo de Dios» proclamado al cumplirse el XIX centenario del martirio de los Apóstoles Pedro y Pablo, quiso reunir los elementos esenciales de la fe católica, sobre todo los que ofrecían mayor dificultad o estaban en peligro de ser ignorados.(59) Es una referencia segura para el contenido de la catequesis.

Elementos a no olvidar

29. El mismo Sumo Pontífice ha recordado, en el capítulo tercero de su Exhortación Apostólica Evangelii nuntiandi, «el contenido esencial, la substancia viva» de la evangelización.(60) Es necesario para la catequesis misma tener presente cada uno de los elementos y la síntesis viva en que ellos han sido integrados.(61)

Me contentaré por consiguiente con ofrecer aquí alguna simple alusión.(62) Todos ven, por ejemplo, la importancia de hacer entender al niño, al adolescente, al que progresa en la fe, «lo que puede conocerse de Dios»;(63) de poderles decir, en cierto sentido: «Lo que sin conocer veneráis, eso es lo que yo os anuncio»;(64) de exponerles brevemente(65) el misterio del Verbo de Dios hecho hombre y que realiza la salvación del hombre por su Pascua, es decir, a través de su muerte y su resurrección, pero también con su predicación, con los signos que realiza, con los sacramentos de su presencia permanente en medio de nosotros. Los Padres del Sínodo estuvieron bien inspirados cuando pidieron que se evite reducir a Cristo a su sola humanidad y su mensaje a una dimensión meramente terrestre, y que se le reconociera más bien como el Hijo de Dios, el mediador que nos da libre acceso al Padre en el Espíritu.(66)

¡Cuán importante es exponer a la inteligencia y al corazón, a la luz de la fe, ese sacramento de su presencia que es el Misterio de la Iglesia, asamblea de hombres pecadores, pero, al mismo tiempo, santificados y que constituyen la familia de Dios reunida por el Señor bajo la dirección de aquellos a quienes «el Espíritu Santo... constituyó vigilantes para apacentar la Iglesia de Dios»!(67)

Es importante explicar que la historia de los hombres, con sus aspectos de gracia y de pecado, de grandeza y de miseria, es asumida por Dios en su Hijo Jesucristo y «ofrece ya algún bosquejo del siglo futuro».(68) Es importante, finalmente, revelar sin ambages las exigencias, hechas de renuncia mas también de gozo, de lo que el Apóstol Pablo gustaba llamar «vida nueva»,(69) «creación nueva»,(70) ser o existir en Cristo,(71) «vida eterna en Cristo Jesús»,(72) y que no es más que la vida en el mundo, pero una vidá según las bienaventuranzas y destinada a prolongarse y a transfigurarse en el más allá.

De ahí la importancia que tienen en la catequesis las exigencias morales personales correspondientes al Evangelio y las actitudes cristianas ante la vida y ante el mundo, ya sean heroicas, ya las más sencillas: nosotros las llamamos virtudes cristianas o virtudes evangélicas. De ahí también el cuidado que tendrá la catequesis de no omitir, sino iluminar como es debido, en su esfuerzo de educación en la fe, realidades como la acción del hombre por su liberación integral,(73) la búsqueda de una sociedad más solidaria y fraterna, las luchas por la justicia y la construcción de la paz.

Por lo demás no se ha de creer que esta dimensión de la catequesis es absolutamente nueva. Ya en la época patrística, san Ambrosio y san Juan Crisóstomo, por no mencionar a otros, destacaron las consecuencias sociales de las exigencias evangélicas y, más cerca de nosotros, el catecismo de san Pío X citaba explícitamente, entre los pecados que claman venganza ante Dios, el hecho de oprimir a los pobres, así como el defraudar a los trabajadores en su justo salario.(74) Especialmente desde la Rerum novarum, la preocupación social está activarnente presente en la enseñanza catequética de los papas y de los obispos. Muchos Padres del Sínodo han pedido con legítima insistencia que el rico patrimonio de la enseñanza social de la Iglesia encuentre su puesto, bajo formas apropiadas, en la formación catequética común de los fieles.

Integridad del contenido

30. A propósito del contenido de la catequesis, hay que poner de relieve, en nuestros días, tres puntos importantes.

El primero se refiere a la integridad de dicho contenido. A fin de que la oblación de su fe(75) sea perfecta, el que se hace discípulo de Cristo tiene derecho a recibir la «palabra de la fe»(76) no mutilada, falsificada o disminuida, sino completa e integral, en todo su rigor y su vigor. Traicionar en algo la integridad del mensaje es vaciar peligrosamente la catequesis misma y comprometer los frutos que de ella tienen derecho a esperar Cristo y la comunidad eclesial. No es ciertamente casual el hecho de que una cierta totalidad caracterice el mandato final de Jesús en el evangelio de Mateo: «Me ha sido dado todo poder...

Haced discípulos a todas las gentes... enseñándoles a guardar todo... yo estoy siempre con vosotros». Por eso, cuando un hombre, presintiendo «la superioridad del conocimiento de Cristo Jesús»,(77) descubierto por la fe, abrigue el deseo, aún inconsciente, de conocerle más y mejor, mediante «una predicación y enseñanza conforme a la verdad que hay en Jesús»,(78) ningún pretexto es válido para negarle parte alguna de ese conocimiento. ¿Qué catequesis sería aquella en la que no hubiera lugar para la creación del hombre y su pecado, para el plan redentor de nuestro Dios y su larga y amorosa preparación y realización, para la Encarnación del Hijo de Dios, para María —la Inmaculada, la Madre de Dios, siempre Virgen, elevada en cuerpo y alma a la gloria celestial— y su función en el misterio de la salvación, para el misterio de la iniquidad operante en nuestras vidas(79) y la virtud de Dios que nos libera, para la necesidad de la penitencia y de la ascesis, para los gestos sacramentales y litúrgicos, para la realidad de la presencia eucarística, para la participación en la vida divina aquí en la tierra y en el más allá, etc.? Asimismo, a ningún verdadero catequista le es lícito hacer por cuenta propia una selección en el depósito de la fe, entre lo que estima importante y lo que estima menos importante o para enseñar lo uno y rechazar lo otro.

Con métodos pedagógicos adaptados

31. De ahí esta segunda observación: es posible que en la situación actual de la catequesis, razones de método o de pedagogía aconsejen organizar la comunicación de las riquezas del contenido de la catequesis de un modo más bien que de otro. Por lo demás, la integridad no dispensa del equilibrio ni del carácter orgánico y jerarquizado, gracias a los cuales se dará a las verdades que se enseñan, a las normas que se transmiten y a los caminos de la vida cristiana que se indican, la importancia respectiva que les corresponden. También puede suceder que determinado lenguaje se demuestre preferible para transmitir este contenido a determinada persona o grupo de personas. La elección sería válida en la medida en que no dependa de teorías o prejuicios más o menos subjetivos y marcados por una cierta ideología, sino que esté inspirada por el humilde afán de ajustarse mejor a un contenido que debe permanecer intacto. El método y el lenguaje utilizados deben seguir siendo verdaderamente instrumentos para comunicar la totalidad y no una parte de las «palabras de vida eterna»(80) o del «camino de la vida».(81)

Dimensión ecuménica de la catequesis

32. El gran movimiento, inspirado ciertamente por el Espíritu de Jesús, que, desde hace un cierto número de años, lleva a la Iglesia católica a buscar con otras Iglesias o confesiones cristianas el restablecimiento de la perfecta unidad querida por el Señor, me induce a hablar del carácter ecuménico de la catequesis. Este movimiento cobró todo su relieve en el Concilio Vaticano II,(82) , y, a partir del Concilio, ha conocido en la Iglesia una importancia, concretada en una serie impresionante de hechos y de iniciativas, conocidas por todos.

La catequesis no puede permanecer ajena a esta dimensión ecuménica cuando todos los fieles, según su propia capacidad y su situación en la Iglesia, son llamados a tomar parte en el movimiento hacia la unidad.(83)

La catequesis tendrá una dimensión ecuménica si, sin renunciar a enseñar que la plenitud de las verdades reveladas y de los medios de salvación instituidos por Cristo se halla en la Iglesia Católica,(84) lo hace, sin embargo, respetando sinceramente, de palabra y de obra, a las comunidades eclesiales que no están en perfecta comunión con esta misma Iglesia.

En este contexto, es muy importante hacer una presentación correcta y leal de las demás Iglesias y comunidades eclesiales de las que el Espíritu de Cristo no rehusa servirse como medio de salvación; por otra parte «los elementos o bienes que conjuntamente edifican y dan vida a la propia Iglesia, pueden encontrarse algunos, más aún, muchísimos y muy valiosos, fuera del recinto visible de la Iglesia católica».(85) Además esta presentación ayudará a los católicos por un lado a profundizar su propia fe y por otra a conocer mejor y estimar a los demás hermanos cristianos, facilitando así la búsqueda común del camino hacia la plena unidad en toda la verdad. Ella debería además ayudar a los no católicos a conocer mejor y a apreciar a la Iglesia católica y su convicción de ser el «auxilio general de salvación».

La catequesis tendrá una dimensión ecuménica si, además, suscita y alimenta un verdadero deseo de unidad; más todavía, si inspira esfuerzos sinceros —incluido el esfuerzo por purificarse en la humildad y el fervor del Espíritu con el fin de despejar los caminos— no con miras a un irenismo fácil, hecho de omisiones y de concesiones en el plano doctrinal, sino con miras a la unidad perfecta, cuando el Señor quiera y por las vías que Él quiera.

Finalmente, la catequesis será ecuménica si se esfuerza por preparar a los niños y a los jóvenes, así como a los adultos católicos, a vivir en contacto con los no católicos, viviendo su identidad católica dentro del respecto a la fe de los otros.

Colaboración ecuménica en el ámbito de la catequesis

33. En situaciones de pluralismo religioso, los Obispos pueden juzgar oportunas, o aun necesarias, ciertas experiencias de colaboración en el campo de la catequesis entre católicos y otros cristianos, como complemento de la catequesis habitual que, de todos modos, los católicos deben recibir. Tales experiencias encuentran su fundamento teológico en los elementos comunes a todos los cristianos.(86) Pero la comunión de fe entre los católicos y los demás cristianos no es completa ni perfecta; más aún existen, en determinados casos, profundas divergencias. En consecuencia, esta colaboración ecuménica es por su naturaleza limitada: no debe significar jamás una «reducción» al mínimo común. Además, la catequesis no consiste únicamente en enseñar la doctrina, sino en iniciar a toda la vida cristiana, haciendo participar plenamente en los sacramentos de la Iglesia. De ahí la necesidad, donde se da una experiencia de colaboración ecuménica en el terreno de la catequesis, de vigilar para que la formación de los católicos esté bien asegurada en la Iglesia católica en lo concerniente a la doctrina y a la vida cristiana.

Durante el Sínodo, cierto número de Obispos señaló casos —cada vez más frecuentes, decían— en los que las autoridades civiles u otras circunstancias imponen, en las escuelas de algunos países, una enseñanza de la religión cristiana —con sus manuales, horas de clase, etc.— común a católicos y no católicos. Sería superfluo decir que no se trata de una verdadera catequesis. Esta enseñanza tiene además una importancia ecuménica cuando se presenta con lealtad la doctrina cristiana. En los casos en que las circunstancias impusieran esta enseñanza, es importante que sea asegurada de otra manera, con el mayor esmero, una catequesis específicamente católica.

Problema de manuales comunes a diversas religiones

34. Hay que añadir aquí otra observación que se sitúa en la misma dirección aunque bajo óptica distinta. Sucede a veces que las escuelas estatales ponen libros a disposición de los alumnos, en los que las religiones, incluida la católica, son presentadas a título cultural histórico, moral y literario. Una presentación objetiva de los hechos históricos, de las diferentes religiones y confesiones cristianas puede contribuir a una mejor comprensión recíproca. En tal caso se hará todo lo posible para que la presentación sea verdaderamente objetiva, al resguardo de sistemas ideológicos y políticos o de pretendidos prejuicios científicos que deformarían su verdadero sentido. De todos modos, estos manuales no deben considerarse como obras catequéticas: les falta para ello el testimonio de creyentes que exponen la fe a otros creyentes, y una comprensión de los misterios cristianos y de lo específicamente católico, todo ello sacado de lo profundo de la fe.

V

TODOS TIENEN NECESIDAD DE LA CATEQUESIS

La importancia de los niños y de los jóvenes

35. El tema señalado por mi Predecesor, Pablo VI, para la IV Asamblea general del Sínodo de los Obispos versaba sobre «la catequesis en nuestro tiempo con especial atención a los niños y a los jóvenes». El ascenso de los jóvenes constituye sin duda el hecho más rico de esperanza y al mismo tiempo de inquietud para una buena parte del mundo actual. En algunos países, sobre todo los del Tercer Mundo, más de la mitad de la población está por debajo de los veinticinco o treinta años. Ello significa que millones y millones de niños y de jóvenes se preparan para su futuro de adultos. Y no es sólo el factor numérico: acontecimientos recientes, y la misma crónica diaria, nos dicen que esta multitud innumerable de jóvenes, aunque esté dominada aquí y allí por la incertidumbre y el miedo, o seducida por la evasión en la droga y la indiferencia, incluso tentada por el nihilismo y la violencia, constituye sin embargo en su mayor parte la gran fuerza que, entre muchos riesgos, se propone construir la civilización del futuro.

Ahora bien, en nuestra solicitud pastoral nos preguntamos: ¿Cómo revelar a esa multitud de niños y jóvenes a Jesucristo, Dios hecho hombre? ¿Cómo revelarlo no simplemente en el deslumbramiento de un primer encuentro fugaz, sino a través del conocimiento cada día más hondo y más luminoso de su persona, de su mensaje, del Plan de Dios que él quiso revelar, del llamamiento que dirige a cada uno, del Reino que quiere inaugurar en este mundo con el «pequeño rebaño»(87) de quienes creen en él, y que no estará completo más que en la eternidad? ¿Cómo dar a conocer el sentido, el alcance, las exigencias fundamentales, la ley del amor, las promesas, las esperanzas de ese Reino?

Habría que hacer muchas observaciones sobre las características propias que adopta la catequesis en las diferentes etapas de la vida.

Párvulos

36. Un momento con frecuencia destacado es aquel en que el niño pequeño recibe de sus padres y del ambiente familiar los primeros rudimentos de la catequesis, que acaso no serán sino una sencilla revelación del Padre celeste, bueno y providente, al cual aprende a dirigir su corazón. Las brevísimas oraciones que el niño aprenderá a balbucir serán el principio de un diálogo cariñoso con ese Dios oculto, cuya Palabra comenzará a escuchar después. Ante los padres cristianos nunca insistiríamos demasiado en esta iniciación precoz, mediante la cual son integradas las facultades del niño en una relación vital con Dios: obra capital que exige gran amor y profundo respeto al niño, el cual tiene derecho a una presentación sencilla y verdadera de la fe cristiana.

Niños

37. Pronto llegará, en la escuela y en la iglesia, en la parroquia o en la asistencia espiritual recibida en el colegio católico o en el instituto estatal, a la vez que la apertura a un círculo social más amplio, el momento de una catequesis destinada a introducir al niño de manera orgánica en la vida de la Iglesia, incluida también una preparación inmediata a la celebración de los sacramentos: catequesis didáctica, pero encaminada a dar testimonio de la fe; catequesis inicial, mas no fragmentaria, puesto que deberá revelar, si bien de manera elemental, todos los principales misterios de la fe y su repercusión en la vida moral y religiosa del niño; catequesis que da sentido a los sacramentos, pero a la vez recibe de los sacramentos vividos una dimensión vital que le impide quedarse en meramente doctrinal, y comunica al niño la alegría de ser testimonio de Cristo en su ambiente de vida.

Adolescentes

38. Luego vienen la pubertad y la adolescencia, con las grandezas y los riesgos que presenta esa edad. Es el momento del descubrimiento de sí mismo y del propio mundo interior, el momento de los proyectos generosos, momento en que brota el sentimiento del amor, así como los impulsos biológicos de la sexualidad, del deseo de estar juntos; momento de una alegría particularmente intensa, relacionada con el embriagador descubrimiento de la vida. Pero también es a menudo la edad de los interrogantes más profundos, de búsquedas angustiosas, incluso frustrantes, de desconfianza de los demás y de peligrosos repliegues sobre sí mismo; a veces también la edad de los primeros fracasos y de las primeras amarguras. La catequesis no puede ignorar esos aspectos fácilmente cambiantes de un período tan delicado de la vida. Podrá ser decisiva una catequesis capaz de conducir al adolescente a una revisión de su propia vida y al diálogo, una catequesis que no ignore sus grandes temas, —la donación de sí mismo, la fe, el amor y su mediación que es la sexualidad—. La revelación de Jesucristo como amigo, como guía y como modelo, admirable y sin embargo imitable; la revelación de su mensaje que da respuesta a las cuestiones fundamentales; la revelación del Plan de amor de Cristo Salvador como encarnación del único amor verdadero y de la única posibilidad de unir a los hombres, todo eso podrá constituir la base de una auténtica educación en la fe. Y sobre todo los misterios de la pasión y de la muerte de Jesús, a los que san Pablo atribuye el mérito de su gloriosa resurrección, podrán decir muchas cosas a la conciencia y al corazón del adolescente y arrojar luz sobre sus primeros sufrimientos y los del mundo que va descubriendo.

Jóvenes

39. Con la edad de la juventud llega la hora de las primeras decisiones. Ayudado tal vez por los miembros de su familia y por los amigos, mas a pesar de todo solo consigo mismo y con su conciencia moral, el joven, cada vez más a menudo y de modo más determinante, deberá asumir su destino. Bien y mal, gracia y pecado, vida y muerte, se enfrentarán cada vez más en su interior como categorías morales, pero también y sobre todo como opciones fundamentales que habrá de efectuar o rehusar con lucidez y sentido de responsabilidad. Es evidente que una catequesis que denuncie el egoísmo en nombre de la generosidad, que exponga sin simplismos ni esquematismos ilusorios el sentido cristiano del trabajo, del bien común, de la justicia y de la caridad, una catequesis sobre la paz entre las naciones, sobre la promoción de la dignidad humana, del desarrollo, de la liberación tal como las presentan documentos recientes de la Iglesia,(88) completará felizmente en los espíritus de los jóvenes una buena catequesis de las realidades propiamente religiosas, que nunca ha de ser desatendida. La catequesis cobra entonces una importancia considerable, porque es el momento en que el evangelio podrá ser presentado, entendido y aceptado como capaz de dar sentido a la vida y, por consiguiente, de inspirar actitudes de otro modo inexplicables: renuncia, desprendimiento, mansedumbre, justicia, compromiso, reconciliación, sentido de lo Absoluto y de lo invisible, etc., rasgos todos ellos que permitirán identificar entre sus compañeros a este joven como discípulo de Jesucristo.

La catequesis prepara así para los grandes compromisos cristianos de la vida adulta. En lo que se refiere por ejemplo a las vocaciones para la vida sacerdotal y religiosa, es cosa cierta que muchas de ellas han nacido en el curso de una catequesis bien llevada a lo largo de la infancia y de la adolescencia.

Desde la infancia hasta el umbral de la madurez, la catequesis se convierte, pues, en una escuela permanente de la fe y sigue de este modo las grandes etapas de la vida como faro que ilumina la ruta del niño, del adolescente y del joven.

Adaptación de la catequesis a los jóvenes

40. Es consolador comprobar que, durante la IV Asamblea general del Sínodo y a lo largo de estos años que lo han seguido, la Iglesia ha compartido ampliamente esta preocupación: ¿Cómo impartir la catequesis a los niños y a los jóvenes? ¡Quiera Dios que la atención así despertada perdure mucho tiempo en la conciencia de la Iglesia! En ese sentido, el Sínodo ha sido precioso para la Iglesia entera, al esforzarse por delinear con la mayor precisión posible el rostro complejo de la juventud actual; al mostrar que esta juventud emplea un lenguaje al que es preciso saber traducir, con paciencia y buen sentido, sin traicionarlo, el mensaje de Jesucristo; al demostrar que, a despecho de las apariencias, esta juventud tiene, aunque sea confusamente, no sólo la disponibilidad y la apertura, sino también verdadero deseo de conocer a «Jesús, llamado Cristo»;(89) al revelar, finalmente, que la obra de la catequesis, si se quiere llevar a cabo con rigor y seriedad, es hoy día más ardua y fatigosa que nunca a causa de los obstáculos y dificultades de toda índole con que topa, pero también es más reconfortante que nunca a causa de la hondura de las respuestas que recibe por parte de los niños y de los jóvenes. Ahí hay un tesoro con el que la Iglesia puede y debe contar en los años venideros.

Algunas categorías de jóvenes destinatarios de la catequesis, dada su situación peculiar, postulan también una atención especial.

Minusválidos

41. Se trata ante todo de los niños y de los jóvenes física o mentalmente minusválidos. Estos tienen derecho a conocer como los demás coetáneos el «misterio de la fe». Al ser mayores las dificultades que encuentran, son más meritorios los esfuerzos de ellos y de sus educadores. Es motivo de alegría comprobar que organizaciones católicas especialmente consagradas a los jóvenes minusválidos tuvieron a bien aportar al Sínodo su experiencia en la materia, y sacaron del Sínodo el deseo renovado de afrontar mejor este importante problema. Merecen ser vivamente alentadas en esta tarea.

Jóvenes sin apoyo religioso

42. Mi pensamiento se dirige después a los niños y a los jóvenes, cada vez más numerosos, nacidos y educados en un hogar no cristiano, o al menos no practicante, pero deseosos de conocer la fe cristiana. Se les deberá asegurar una catequesis adecuada para que puedan creer en la fe y vivirla progresivamente, a pesar de la falta de apoyo, acaso a pesar de la oposición que encuentren en su familia y en su ambiente.

Adultos

43. Continuando la serie de destinatarios de la catequesis, no puedo menos de poner de relieve ahora una de las preocupaciones más constantes de los Padres del Sínodo, impuesta con vigor y con urgencia por las experiencias que se están dando en el mundo entero: se trata del problema central de la catequesis de los adultos. Esta es la forma principal de la catequesis porque está dirigida a las personas que tienen las mayores responsabilidades y la capacidad de vivir el mensaje cristiano bajo su forma plenamente desarrollada.(90) La comunidad cristiana no podría hacer una catequesis permanente sin la participación directa y experimentada de los adultos, bien sean ellos destinatarios o promotores de la actividad catequética. El mundo en que los jóvenes están llamados a vivir y dar testimonio de la fe que la catequesis quiere ahondar y afianzar, está gobernado por los adultos: la fe de éstos debería igualmente ser iluminada, estimulada o renovada sin cesar con el fin de penetrar las realidades temporales de las que ellos son responsables. Así pues, para que sea eficaz, la catequesis ha de ser permanente y sería ciertamente vana si se detuviera precisamente en el umbral de la edad madura puesto que, si bien ciertamente de otra forma, se revela no menos necesaria para los adultos.

Cuasi catecúmenos

44. Entre estos adultos que tienen necesidad de la catequesis, nuestra preocupación pastoral y misionera se dirige a los que, nacidos y educados en regiones todavía no cristianizadas, no han podido profundizar la doctrina cristiana que un día las circunstancias de la vida les hicieron encontrar; a los que en su infancia recibieron una catequesis proporcionada a esa edad, pero que luego se alejaron de toda práctica religiosa y se encuentran en la edad madura con conocimientos religiosos más bien infantiles; a los que se resienten de una catequesis sin duda precoz, pero mal orientada o mal asimilada; a los que, aun habiendo nacido en países cristianos, incluso dentro de un cuadro sociológicamente cristiano, nunca fueron educados en su fe y, en cuanto adultos, son verdaderos catecúmenos.

Catequesis diversificadas y complementarias

45. Así pues, los adultos de cualquier edad, incluidas las personas de edad avanzada —que merecen atención especial dada su experiencia y sus problemas— son destinatarios de la catequesis igual que los niños, los adolescentes y los jóvenes. Habría que hablar también de los emigrantes, de las personas marginadas por la evolución moderna, de las que viven en las barriadas de las grandes metrópolis, a menudo desprovistas de iglesias, de locales y de estructuras adecuadas. Por todos ellos quiero formular votos a fin de que se multipliquen las iniciativas encaminadas a su formación cristiana con los instrumentos apropiados (medios audio-visuales, publicaciones, mesas redondas, conferencias), de suerte que muchos adultos puedan suplir las insuficiencias o deficiencias de la catequesis, o completar armoniosamente, a un nivel más elevado, la que recibieron en la infancia, o incluso enriquecerse en este campo hasta el punto de poder ayudar más seriamente a los demás.

Con todo, es importante que la catequesis de los ninos y de los jóvenes, la catequesis permanente y la catequesis de adultos no sean compartimientos estancos e incomunicados. Más importante aún es que no haya ruptura entre ellas. Al contrario, es menester propiciar su perfecta complementariedad: los adultos tienen mucho que dar a los jóvenes y a los niños en materia de catequesis, pero también pueden recibir mucho de ellos para el crecimiento de su vida cristiana.

Hay que repetirlo: en la Iglesia de Jesucristo nadie debería sentirse dispensado de recibir la catequesis; pensamos incluso en los jóvenes seminaristas y religiosos, y en todos los que están destinados a la tarea de pastores y catequistas, los cuales desempeñarán mucho mejor ese ministerio si saben formarse humildemente en la escuela de la Iglesia, la gran catequista y a la vez la gran catequizada.

VI

MÉTODOS Y MEDIOS DE LA CATEQUESIS

Medios de comunicación social

46. Desde la enseñanza oral de los Apóstoles a las cartas que circulaban entre las Iglesias y hasta los medios más modernos, la catequesis no ha cesado de buscar los métodos y los medios más apropiados a su misión, con la participación activa de las comunidades, bajo impulso de los Pastores Este esfuerzo debe continuar.

Me vienen espontáneamente al pensamiento las grandes posibilidades que ofrecen los medios de comunicación social y los medios de comunicación de grupos: televisión, radio, prensa, discos, cintas grabadas, todo lo audio-visual. Los esfuerzos realizados en estos campos son de tal alcance que pueden alimentar las más grandes esperanzas. La experiencia demuestra, por ejemplo, la resonancia de una enseñanza radiofónica o televisiva, cuando sabe unir una apreciable expresión estética con una rigurosa fidelidad al Magisterio. La Iglesia tiene hoy muchas ocasiones de tratar estos problemas —incluidas las jornadas de los medios de comunicación social—, sin que sea necesario extenderse aquí sobre ello no obstante su capital importancia.

Múltiples lugares, momentos o reuniones por valorizar

47. Pienso asimismo en diversos momentos de gran importancia en que la catequesis encuentra cabalmente su puesto: por ejemplo, las peregrinaciones diocesanas, regionales o nacionales, que son más provechosas si están centradas en un tema escogido con acierto a partir de la vida de Cristo, de la Virgen y de los Santos; las misiones tradicionales, tantas veces abandonadas con excesiva prisa, y que son insustituibles para una renovación periódica y vigorosa de la vida cristiana —hay que reanudarlas y remozarlas—; los círculos bíblicos, que deben ir más allá de la exégesis para hacer vivir la Palabra de Dios; las reuniones de las comunidades eclesiales de base, en la medida en que se atengan a los criterios expuestos en la Exhortación Apostólica «Evangelii nuntiandi».(91) Quiero recordar también los grupos de jóvenes que en ciertas regiones, con denominaciones y fisonomías distintas —mas con el mismo fin de dar a conocer a Jesucristo y de vivir el Evangelio—, se multiplican y florecen como en una primavera muy reconfortante para la Iglesia: grupos de acción católica, grupos caritativos, grupos de oración, grupos de reflexión cristiana, etc. Estos grupos suscitan grandes esperanzas para la Iglesia del mañana. Pero en el nombre de Jesús conjuro a los jóvenes que los forman, a sus responsables y a los sacerdotes que les consagran lo mejor de su ministerio: no permitáis por nada del mundo que en estos grupos, ocasiones privilegiadas de encuentro, ricos en tantos valores de amistad y solidaridad juveniles, de alegría y de entusiasmo, de reflexión sobre los hechos y las cosas, falte un verdadero estudio de la doctrina cristiana. En ese caso se expondrían —y el peligro, por desgracia, se ha verificado sobradamente— a decepcionar a sus miembros y a la Iglesia misma.

El esfuerzo catequético, posible en estos lugares y en otros muchos, tiene tantas más probabilidades de ser acogido y de dar sus frutos, cuanto más se respete su naturaleza propia. Con una inserción apropiada, conseguirá esa diversidad y complementaridad de contactos que le permite desarrollar toda la riqueza de su concepto, mediante la triple dimensión de palabra, de memoria y de testimonio —de doctrina, de celebración y de compromiso en la vida— que el mensaje del Sínodo al Pueblo de Dios ha puesto en evidencia.(92)

Homilía

48. Esta observación vale mas aún para la catequesis que se hace dentro del cuadro litúrgico y concretamente en la asamblea litúrgica: respetando lo específico y el ritmo propio de este cuadro, la homilía vuelve a recorrer el itinerario de fe propuesto por la catequesis y lo conduce a su perfeccionamiento natural; al mismo tiempo impulsa a los discípulos del Señor a emprender cada día su itinerario espiritual en la verdad, la adoración y la acción de gracias. En este sentido se puede decir que la pedagogía catequética encuentra, a su vez, su fuente y su plenitud en la eucaristía dentro del horizonte completo del año litúrgico. La predicación centrada en los textos bíblicos, debe facilitar entonces, a su manera, el que los fieles se familiaricen con el conjunto de los misterios de la fe y de las normas de la vida cristiana. Hay que prestar una gran atención a la homilía: ni demasiado larga, ni demasiado breve, siempre cuidadosamente preparada, sustanciosa y adecuada, y reservada a los ministros autorizados. Esta homilía debe tener su puesto en toda eucaristía dominical o festiva, y también en la celebración de los bautismos, de las liturgias penitenciales, de los matrimonios, de los funerales. Es éste uno de los beneficios de la renovada liturgia.

Publicaciones catequéticas

49. En medio de este conjunto de vías y de medios —toda actividad de la Iglesia tiene una dimensión catequética— las obras de catecismo, lejos de perder su importancia esencial, adquieren nuevo relieve. Uno de los aspectos más interesantes del florecimiento actual de la catequesis consiste en la renovación y multiplicación de los libros catequéticos que en la Iglesia se ha verificado un poco por doquier. Han visto la luz obras numerosas y muy logradas, y constituyen una verdadera riqueza al servicio de la enseñanza catequética. Pero hay que reconocer igualmente, con honradez y humildad, que esta floración y esta riqueza han llevado consigo ensayos y publicaciones equívocas y perjudiciales para los jovenes y para la vida de la Iglesia. Bastante a menudo, aquí y allá, con el fin de encontrar el lenguaje más apto o de estar al día en lo que atañe a los métodos pedagógicos, ciertas obras catequéticas desorientan a los jóvenes y aun a los adultos, ya por la omisión, consciente o inconsciente, de elementos esenciales a la fe de la Iglesia, ya por la excesiva importancia dada a determinados temas con detrimento de los demás, ya sobre todo por una visión global harto horizontalista, no conforme con la enseñanza del Magisterio de la Iglesia.

No basta, por tanto, que se multipliquen las obras catequéticas. Para que respondan a su finalidad, son indispensables algunas condiciones:

que conecten con la vida concreta de la generación a la que se dirigen, teniendo bien presentes sus inquietudes y sus interrogantes, sus luchas y sus esperanzas; que se esfuercen por encontrar el lenguaje que entiende esa generación; que se propongan decir todo el mensaje de Cristo y de su Iglesia, sin pasar por alto ni deformar nada, exponiéndolo todo según un eje y una estructura que hagan resaltar lo esencial; que tiendan realmente a producir en sus usuarios un conocimiento mayor de los misterios de Cristo en orden a una verdadera conversión y a una vida más conforme con el querer de Dios.

Catecismos

50. Todos los que asumen la pesada tarea de preparar estos instrumentos catequéticos, y con mayor razón el texto de los catecismos, no pueden hacerlo sin la aprobación de los Pastores que tienen autoridad para darla, ni sin inspirarse lo más posible en el Directorio general de Catequesis que sigue siendo norma de referencia.(93)

A este respecto, no puedo menos de animar fervientemente a las Conferencias episcopales del mundo entero: que emprendan, con paciencia pero también con firme resolución, el imponente trabajo a realizar de acuerdo con la Sede Apostólica, para lograr catecismos fieles a los contenidos esenciales de la Revelación y puestos al día en lo que se refiere al método, capaces de educar en una fe robusta a las generaciones cristianas de los tiempos nuevos.

Esta breve mención a los medios y a las vías de la catequesis contemporánea no agota la riqueza de las proposiciones elaboradas por los Padres del Sínodo. Es reconfortante pensar que en cada país se realiza actualmente una preciosa colaboración para una renovación más orgánica y más segura de estos aspectos de la catequesis. ¿Cómo es posible dudar de que la Iglesia pueda encontrar personas competentes y medios adaptados para responder, con la gracia de Dios, a las exigencias complejas de la comunicación con los hombres de nuestro tiempo?

VII

CÓMO DAR LA CATEQUESIS

Diversidad de métodos

51. La edad y el desarrollo intelectual de los cristianos, su grado de madurez eclesial y espiritual y muchas otras circunstancias personales postulan que la catequesis adopte métodos muy diversos para alcanzar su finalidad específica: la educación en la fe. Esta variedad es requerida también, en un plano más general, por el medio socio-cultural en que la Iglesia lleva a cabo su obra catequética.

La variedad en los métodos es un signo de vida y una riqueza. Así lo han considerado los Padres de la IV Asamblea general del Sínodo, llamando la atención sobre las condiciones indispensables para que sea útil y no perjudique a la unidad de la enseñanza de la única fe.

Al servicio de la Revelación y de la conversión

52. La primera cuestión de orden general que se presenta concierne el riesgo y la tentación de mezclar indebidamente la enseñanza catequética con perspectivas ideológicas, abierta o larvadamente, sobre todo de índole político-social, o con opciones políticas personales. Cuando estas perspectivas predominan sobre el mensaje central que se ha de transmitir, hasta oscurecerlo y relegarlo a un plano secundario, incluso hasta utilizarlo para sus fines, entonces la catequesis queda desvirtuada en sus raíces. E1 Sínodo ha insistido con razón en la necesidad de que la catequesis se mantenga por encima de las tendencias unilaterales divergentes —de evitar las «dicotomías»— aun en el campo de las interpretaciones teológicas dadas a tales cuestiones. La pauta que ha de procurar seguir es la Revelación, tal como la transmite el Magisterio universal de la Iglesia en su forma solemne u ordinaria. Esta Revelación es la de un Dios creador y redentor, cuyo Hijo, habiendo venido entre los hombres hecho carne, no sólo entra en la historia personal de cada hombre, sino también en la historia humana, convirtiéndose en su centro. Esta es, por tanto, la Revelación de un cambio radical del hombre y del universo, de todo lo que forma el tejido de la existencia humana, bajo la influencia de la Buena Nueva de Jesucristo. Una catequesis así entendida supera todo moralismo formalista, aun cuando incluya una verdadera moral cristiana. Supera principalmente todo mesianismo temporal, social o político. Apunta a alcanzar el fondo del hombre.

Encarnación del mensaje en las culturas

53. Abordo ahora una segunda cuestión. Como decía recientemente a los miembros de la Comisión bíblica, «el término "aculturación" o "inculturación", además de ser un hermoso neologismo, expresa muy bien uno de los componentes del gran misterio de la Encarnación».(94) De la catequesis como de la evangelización en general, podemos decir que está llamada a llevar la fuerza del evangelio al corazón de la cultura y de las culturas. Para ello, la catequesis procurará conocer estas culturas y sus componentes esenciales; aprenderá sus expresiones más significativas, respetará sus valores y riquezas propias. Sólo así se podrá proponer a tales culturas el conocimiento del misterio oculto(95) y ayudarles a hacer surgir de su propia tradición viva expresiones originales de vida, de celebración y de pensamiento cristianos. Se recordará a menudo dos cosas:

por una parte, el Mensaje evangélico no se puede pura y simplemente aislarlo de la cultura en la que está inserto desde el principio (el mundo bíblico y, más concretamente, el medio cultural en el que vivió Jesús de Nazaret); ni tampoco, sin graves pérdidas, podrá ser aislado de las culturas en las que ya se ha expresado a lo largo de los siglos; dicho Mensaje no surge de manera espontánea en ningún «humus» cultural; se transmite siempre a través de un diálogo apostólico que está inevitablemente inserto en un cierto diálogo de culturas;por otra parte, la fuerza del Evangelio es en todas partes transformadora y regeneradora. Cuando penetra una cultura ¿quién puede sorprenderse de que cambien en ella no pocos elementos? No habría catequesis si fuese el Evangelio el que hubiera de cambiar en contacto con las culturas.

En ese caso ocurría sencillamente lo que san Pablo llama, con una expresión muy fuerte, «reducir a nada la cruz de Cristo».(96)

Otra cosa sería tomar como punto de arranque, con prudencia y discernimiento, elementos —religiosos o de otra índole— que forman parte del patrimonio cultural de un grupo humano para ayudar a las personas a entender mejor la integridad del misterio cristiano. Los catequistas auténticos saben que la catequesis «se encarna» en las diferentes culturas y ambientes: baste pensar en la diversidad tan grande de los pueblos, en los jóvenes de nuestro tiempo, en las circunstancias variadísimas en que hoy día se encuentran las gentes; pero no aceptan que la catequesis se empobrezca por abdicación o reducción de su mensaje, por adaptaciones, aun de lenguaje, que comprometan el «buen depósito» de la fe,(97) o por concesiones en materia de fe o de moral; están convencidos de que la verdadera catequesis acaba por enriquecer a esas culturas, ayudándolas a superar los puntos deficientes o incluso inhumanos que hay en ellas y comunicando a sus valores legítimos la plenitud de Cristo.(98)

Aportación de las devociones populares

54. Otra cuestión de método concierne a la valorización, mediante la enseñanza catequética, de los elementos válidos de la piedad popular. Pienso en las devociones que en ciertas regiones practica el pueblo fiel con un fervor y una rectitud de intención conmovedores, aun cuando en muchos aspectos haya que purificar, o incluso rectificar, la fe en que se apoyan. Pienso en ciertas oraciones fáciles de entender y que tantas gentes sencillas gustan de repetir. Pienso en ciertos actos de piedad practicados con deseo sincero de hacer penitencia o de agradar al Señor. En la mayor parte de esas oraciones o de esas prácticas, junto a elementos que se han de eliminar, hay otros que, bien utilizados, podrían servir muy bien para avanzar en el conocimiento del misterio de Cristo o de su mensaje: el amor y la misericordia de Dios, la Encarnación de Cristo, su cruz redentora y su resurrección, la acción del Espíritu en cada cristiano y en la Iglesia, el misterio del más allá, la práctica de las virtudes evangélicas, la presencia del cristiano en el mundo, etc. Y ¿por qué motivo íbamos a tener que utilizar elementos no cristianos —incluso anticristianos— rehusando apoyarnos en elementos que, aun necesitando revisión y rectificación, tienen algo cristiano en su raíz?

Memorización

55. La última cuestión metodológica que conviene al menos subrayar —más de una vez se hizo alusión a ella en el Sínodo— es la memorización. Los comienzos de la catequesis cristiana, que coincidieron con una civilización eminentemente oral, recurrieron muy ampliamente a la memorización. Y la catequesis ha conocido una larga tradición de aprendizaje por la memoria de las principales verdades. Todos sabemos que este método puede presentar ciertos inconvenientes: no es el menor el de prestarse a una asimilación insuficiente, a veces casi nula, reduciéndose todo el saber a fórmulas que se repiten sin haber calado en ellas. Estos inconvenientes, unidos a las características diversas de nuestra civilización, han llevado aquí o allí a la supresión casi total —definitiva, por desgracia, según algunos— de la memorización en la catequesis. Y sin embargo, con ocasión de la IV Asamblea general del Sínodo, se han hecho oír voces muy autorizadas para reequilibrar con buen criterio la parte de la reflexión y de la espontaneidad, del diálogo y del silencio, de los trabajos escritos y de la memoria. Por otra parte, determinadas culturas tienen en gran aprecio la memorización.

¿Por qué, mientras en la enseñanza profana de ciertos países se elevan críticas cada vez más numerosas contra las lamentables consecuencias que se siguen del menosprecio de esa facultad humana que es la memoria, por qué no tratar de revalorizarla en la catequesis de manera inteligente y aún original, tanto más cuanto la celebración o «memoria» de los grandes acontecimientos de la historia de la salvación exige que se tenga un conocimiento preciso? Una cierta memorización de las palabras de Jesús, de pasajes bíblicos importantes, de los diez mandamientos, de fórmulas de profesión de fe, de textos litúrgicos, de algunas oraciones esenciales, de nociones-clave de la doctrina..., lejos de ser contraria a la dignidad de los jóvenes cristianos, o de constituir un obstáculo para el diálogo personal con el Señor, es una verdadera necesidad, como lo han recordado con vigor los Padres sinodales. Hay que ser realistas. Estas flores, por así decir, de la fe y de la piedad no brotan en los espacios desérticos de una catequesis sin memoria. Lo esencial es que esos textos memorizados sean interiorizados y entendidos progresivamente en su profundidad, para que sean fuente de vida cristiana personal y comunitaria.

La pluralidad de métodos en la catequesis contemporánea puede ser signo de vitalidad y de ingeniosidad. En todo caso, conviene que el método escogido se refiera en fin de cuentas a una ley fundamental para toda la vida de la Iglesia: la fidelidad a Dios y la fidelidad al hombre, en una misma actitud de amor.

VIII

LA ALEGRÍA DE LA FE EN UN MUNDO DIFÍCIL

Afirmar la identidad cristiana...

56. Vivimos en un mundo difícil donde la angustia de ver que las mejores realizaciones del hombre se le escapan y se vuelven contra él,(99) crea un clima de incertidumbre. Es en este mundo donde la catequesis debe ayudar a los cristianos a ser, para su gozo y para el servicio de todos, «luz» y «sal».(100) Ello exige que la catequesis les dé firmeza en su propia identidad y que se sobreponga sin cesar a las vacilaciones, incertidumbres y desazones del ambiente. Entre otras muchas dificultades, que son otros tantos desafíos para la fe, pongo de relieve algunas para ayudar a la catequesis a superarlas.

... en un mundo indiferente ...

57. Se hablaba mucho, hace algunos años, de un mundo secularizado, de una era postcristiana. La moda pasa... Pero permanece una realidad profunda. Los cristianos de hoy deben ser formados para vivir en un mundo que ampliamente ignora a Dios o que, en materia religiosa, en lugar de un diálogo exigente y fraterno, estimulante para todos, cae muy a menudo en un indiferentismo nivelador, cuando no se queda en una actitud menospreciativa de «suspicacia» en nombre de sus progresos en materia de «explicaciones» científicas. Para «entrar» en este mundo, para ofrecer a todos un «diálogo de salvación»(101) donde cada uno se siente respetado en su dignidad fundamental, la de buscador de Dios, tenemos necesidad de una catequesis que enseñe a los jóvenes y a los adultos de nuestras comunidades a permanecer lúcidos y coherentes en su fe, a afirmar serenamente su identidad cristiana y católica, a «ver lo invisible»(102) y a adherirse de tal manera al absoluto de Dios que puedan dar testimonio de Él en una civilización materialista que lo niega.

... con la pedagogía original de la fe

58. La originalidad irreductible de la identidad cristiana tiene como corolario y condición una pedagogía no menos original de la fe. Entre las numerosas y prestigiosas ciencias del hombre que han progresado enormemente en nuestros días, la pedagogía es ciertamente una de las más importantes. Las conquistas de las otras ciencias —biología, psicología, sociología— le ofrecen aportaciones preciosas. La ciencia de la educación y el arte de enseñar son objeto de continuos replanteamientos con miras a una mejor adaptación o a una mayor eficacia, con resultados por lo demás desiguales.

Pues bien, también hay una pedagogía de la fe y nunca se ponderará bastante lo que ésta puede hacer en favor de la catequesis. En efecto, es cosa normal adaptar, en beneficio de la educación en la fe, las técnicas perfeccionadas y comprobadas de la educación en general. Sin embargo es importante tener en cuenta en todo momento la originalidad fundamental de la fe. Cuando se habla de pedagogía de la fe, no se trata de transmitir un saber humano, aun el más elevado; se trata de comunicar en su integridad la Revelación de Dios. Ahora bien, Dios mismo, a lo largo de toda la historia sagrada y principalmente en el Evangelio, se sirvió de una pedagogía que debe seguir siendo el modelo de la pedagogía de la fe. En catequesis, una técnica tiene valor en la medida en que se pone al servicio de la fe que se ha de transmitir y educar, en caso contrario, no vale.

Lenguaje adaptado al servicio del Credo

59. Un problema, próximo al anterior es el del lenguaje. Todos saben la candente actualidad de este tema. ¿No es paradójico constatar también que los estudios contemporáneos, en el campo de la comunicación, de la semántica y de la ciencia de los símbolos, por ejemplo, dan una importancia notable al lenguaje; mas, por otra parte, el lenguaje es utilizado abusivamente hoy al servicio de la mistificación ideológica, de la masificación del pensamiento y de la reducción del hombre al estado de objeto?

Todo eso influye notablemente en el campo de la catequesis. En efecto, ésta tiene el deber imperioso de encontrar el lenguaje adaptado a los niños y a los jóvenes de nuestro tiempo en general, y a otras muchas categorías de personas: lenguaje de los estudiantes, de los intelectuales, de los hombres de ciencia; lenguaje de los analfabetos o de las personas de cultura primitiva; lenguaje de los minusválidos, etc. San Agustín se encontró ya con ese problema y contribuyó a resolverlo para su época con su famosa obra De catechizandis rudibus. Tanto en catequesis como en teología, el tema del lenguje es sin duda alguna primordial. Pero no está de más recordarlo aquí: la catequesis no puede aceptar ningún lenguaje que, bajo el pretexto que sea, aun supuestamente científico, tenga como resultado desvirtuar el contenido del Credo. Tampoco es admisible un lenguaje que engañe o seduzca. Al contrario, la ley suprema es que los grandes progresos realizados en el campo de la ciencia del lenguaje han de poder ser utilizados por la catequesis para que ésta pueda «decir» o «comunicar» más fácilmente al niño, al adolescente, a los jóvenes y a los adultos de hoy todo su contenido doctrinal sin deformación.

Búsqueda y certeza de la fe

60. Un desafío muy sutil viene algunas veces del modo mismo de entender la fe. Ciertas escuelas filosóficas contemporáneas, que parecen ejercer gran influencia en algunas corrientes teológicas y, a través de ellas, en la práctica pastoral, acentúan de buen grado, que la actitud humana fundamental es la de una búsqueda sin fin, una búsqueda que no alcanza nunca su objeto. En teología, este modo de ver las cosas afirmará muy categóricamente que la fe no es una certeza sino un interrogante, no es una claridad sino un salto en la oscuridad.

Estas corrientes de pensamiento, no cabe duda, tienen la ventaja de recordarnos que la fe dice relación a cosas que no se poseen todavía, puesto que se las espera, que todavía no se ven más que «en un espejo y obscuramente»,(103) y que Dios habita una luz inaccessible.(104) Nos ayudan a no hacer de la fe cristiana una actitud de instalado, sino una marcha hacia adelante, como la de Abrahán. Con mayor razón conviene evitar el presentar como ciertas las cosas que no lo son.

Con todo, no hay que caer en el extremo opuesto, como sucede con demasiada frecuencia. La misma carta a los Hebreos dice que «la fe es la garantía de las cosas que se esperan, la prueba de las realidades que no se ven»(105) Si no tenemos la plena posesión, tenemos una garantía y una prueba. En la educación de los niños, de los adolescentes y de los jóvenes, no les demos un concepto totalmente negativo de la fe —como un no-saber absoluto, una especie de ceguera, un mundo de tinieblas—, antes bien, sepamos mostrarles que la búsqueda humilde y valiente del creyente, lejos de partir de la nada, de meras ilusiones, de opiniones falibles y de incertidumbres, se funda en la Palabra de Dios que ni se engaña ni engaña, y se construye sin cesar sobre la roca inamovible de esa Palabra. Es la búsqueda de los Magos a merced de una estrella,(106) búsqueda a propósito de la cual Pascal, recogiendo un pensamiento de san Agustín escribía en términos muy profundos: «No me buscarías si no me hubieras encontrado».(107)

Finalidad de la catequesis es también dar a los jóvenes catecúmenos aquellas certezas, sencillas pero sólidas, que les ayuden a buscar, cada vez más y mejor, el conocimiento del Señor.

Catequesis y teología

61. En este contexto, me parece importante que se comprenda bien la correlación existente entre catequesis y teología.

Esta correlación es evidentemente profunda y vital para quien comprende la misión irreemplazable de la teología al servicio de la fe. Nada tiene de extraño que toda conmoción en el campo de la teología provoque repercusiones igualmente en el terreno de la catequesis. Ahora bien, en este inmediato post-concilio, la Iglesia vive un momento importante pero arriesgado de investigación teológica. Y lo mismo habría que decir de la hermenéutica en exégesis.

Padres Sinodales provenientes de todos los continentes han abordado la cuestión con un lenguaje muy neto: han hablado de un «equilibrio inestable» que amenaza con pasar de la teología a la catequesis, y han señalado la necesidad de atajar este mal. El Papa Pablo VI había abordado personalmente el problema, con términos no menos netos, en la introducción a su solemne Profesión de Fe(108) y en la Exhortación Apostólica que conmemoró el V aniversario de la clausura del Concilio Vaticano II.(109)

Conviene insistir nuevamente en este punto. Conscientes de la influencia que sus investigaciones y afirmaciones ejercen en la enseñanza catequética, los teólogos y los exegetas tienen el deber de estar muy atentos para no hacer pasar por verdades ciertas lo que, por el contrario, pertenece al ámbito de las cuestiones opinables o discutidas entre expertos. Los catequistas tendrán a su vez el buen criterio de recoger en el campo de la investigación teológica lo que pueda iluminar su propia reflexión y su enseñanza, acudiendo como los teólogos a las verdaderas fuentes, a la luz del Magisterio. Se abstendrán de turbar el espíritu de los niños y de los jóvenes, en esa etapa de su catequesis, con teorías extrañas, problemas fútiles o discusiones estériles, muchas veces fustigadas por san Pablo en sus cartas pastorales.(110)

El don más precioso que la Iglesia puede ofrecer al mundo de hoy, desorientado e inquieto, es el formar unos cristianos firmes en lo esencial y humildemente felices en su fe. La catequesis les enseñará esto y desde el principio sacará su provecho: «El hombre que quiere comprenderse hasta el fondo a sí mismo —no solamente según criterios y medidas del propio ser inmediatos, parciales, a veces superficiales e incluso aparentes— debe, con su inquietud, incertidumbre e incluso con su debilidad y pecaminosidad, con su vida y con su muerte acercarse a Cristo. Debe, por decirlo así, entrar en Él con todo su ser, debe "apropiarse" y asimilar toda la realidad de la Encarnación y de la Redención para encontrarse a sí mismo».(111)

IX

LA TAREA NOS CONCIERNE A TODOS

Aliento a todos los responsables

62. Ahora, Hermanos e Hijos queridísimos, quisiera que mis palabras, concebidas como una grave y ardiente exhortación de mi ministerio de Pastor de la Iglesia universal, enardecieran vuestros corazones a la manera de las cartas de san Pablo a sus compañeros de Evangelio Tito y Timoteo, a la manera de san Agustín cuando escribía al diácono Deogracias, desalentado sobre el gozo de catequizar.(112) ¡Sí, quiero sembrar pródigamente en el corazón de todos los responsables, tan numerosos y diversos, de la enseñanza religiosa y del adiestramiento en la vida según el Evangelio, el valor, la esperanza y el entusiasmo!

Obispos

63. Me dirijo ante todo a vosotros, mis Hermanos Obispos: el Concilio Vaticano II ya os recordó explícitamente vuestra tarea en el campo catequético,(113) y los Padres de la IV Asamblea general del Sínodo lo subrayaron expresamente.

En el campo de la catequesis tenéis vosotros, queridísimos Hermanos, una misión particular en vuestras Iglesias: en ellas sois los primeros responsables de la catequesis, los catequistas por excelencia. Lleváis también con el Papa en el espíritu de la colegialidad episcopal, el peso de la catequesis en la Iglesia entera. Permitid, pues que os hable con el corazón en la mano.

Sé que el ministerio episcopal que tenéis encomendado es cada día más complejo y abrumador. Os requieren mil compromisos, desde la formación de nuevos sacerdotes, a la presencia activa en medio de las comunidades de fieles, desde la celebración viva y digna del culto y de los sacramentos, a la solicitud por la promoción humana y por la defensa de los derechos del hombre. Pues bien, ¡que la solicitud por promover una catequesis activa y eficaz no ceda en nada a cualquier otra preocupación. Esta solicitud os llevará a transmitir personalmente a vuestros fieles la doctrina de vida. Pero debe llevaros también a haceros cargo en vuestras diócesis, en conformidad con los planes de la Conferencia episcopal a la que pertenecéis, de la alta dirección de la catequesis, rodeándoos de colaboradores competentes y dignos de confianza. Vuestro cometido principal consistirá en suscitar y mantener en vuestras Iglesias una verdadera mística de la catequesis, pero una mística que se encarne en una organización adecuada y eficaz, haciendo uso de las personas, de los medios e instrumentos, así como de los recursos necesarios. Tened la seguridad de que, si funciona bien la catequesis en las Iglesias locales, todo el resto resulta más fácil. Por lo demás —¿hace falta decíroslo?— vuestro celo os impondrá eventualmente la tarea ingrata de denunciar desviaciones y corregir errores, pero con mucha mayor frecuencia os deparará el gozo y el consuelo de proclamar la sana doctrina y de ver cómo florecen vuestras Iglesias gracias a la catequesis impartida como quiere el Señor.

Sacerdotes

64. En cuanto a vosotros, sacerdotes, aquí tenéis un campo en el que sois los colaboradores inmediatos de vuestros Obispos. El Concilio os ha llamado «educadores de la fe»:(114) ¿Cómo serlo más cabalmente que dedicando lo mejor de vuestros esfuerzos al crecimiento de vuestras comunidades en la fe? Lo mismo si tenéis un cargo parroquial que si sois capellanes en una escuela, instituto o universidad, si sois responsables de la pastoral a cualquier nivel o animadores de pequeñas o grandes comunidades, pero sobre todo de grupos de jóvenes, la Iglesia espera de vosotros que no dejéis nada por hacer con miras a una obra catequética bien estructurada y bien orientada. Los diáconos y demás ministros que pueda haber en torno vuestro son vuestros cooperadores natos. Todos los creyentes tienen derecho a la catequesis; todos los pastores tienen el deber de impartirla. A las autoridades civiles pediremos siempre que respeten la libertad de la enseñanza catequética; a vosotros, ministros de Jesucristo, os suplico con todas mis fuerzas: no permitáis que, por una cierta falta de celo, como consecuencia de alguna idea inoportuna, preconcebida, los fieles se queden sin catequesis. Que no se pueda decir: «los pequeñuelos piden pan y no hay quien se lo parta».(115)

Religiosos y religiosas

65. Muchas familias religiosas masculinas y femeninas nacieron para la educación cristiana de los niños y de los jóvenes, principalmente los más abandonados. En el decurso de la historia, los religiosos y las religiosas se han encontrado muy comprometidos en la actividad catequética de la Iglesia, llevando a cabo un trabajo particularmente idóneo y eficaz. En un momento en que se quiere intensificar los vínculos entre los religiosos y los pastores y, en consecuencia, la presencia activa de las comunidades religiosas y de sus miembros en los proyectos pastorales de las Iglesias locales, os exhorto de todo corazón a vosotros, que en virtud de la consagración religiosa debéis estar aún más disponibles para servir a la Iglesia, a prepararos lo mejor posible para la tarea catequética, según las distintas vocaciones de vuestros institutos y las misiones que os han sido confiadas, llevando a todas partes esta preocupación. ¡Que las comunidades dediquen el máximo de sus capacidades y de sus posibilidades a la obra específica de la catequesis!

Catequistas laicos ...

66. En nombre de toda la Iglesia quiero dar las gracias a vosotros, catequistas parroquiales, hombres y, en mayor número aún, mujeres, que en todo el mundo os habéis consagrado a la educación religiosa de numerosas generaciones de niños. Vuestra actividad, con frecuencia humilde y oculta, mas ejercida siempre con celo ardiente y generoso, es una forma eminente de apostolado seglar, particularmente importante allí donde, por distintas razones, los niños y los jóvenes no reciben en sus hogares una formación religiosa conveniente. En efecto, ¿cuántos de nosotros hemos recibido de personas como vosotros las primeras nociones de catecismo y la preparación para el sacramento de la reconciliación, para la primera comunion y para la confirmación? La IV Asamblea general del Sínodo no os ha olvidado. Con ella os animo a proseguir vuestra colaboración en la vida de la Iglesia.

Pero el título de «catequista» se aplica por excelencia a los catequistas de tierras de misión. Habiendo nacido en familias ya cristianas o habiéndose convertido un día al cristianismo e instruidos por los misioneros o por otros catequistas, consagran luego su vida, durante largos años, a catequizar a los niños y adultos de sus países. Sin ellos no se habrían edificado Iglesias hoy día florecientes. Me alegro de los esfuerzos realizados por la S. Congregación para la Evangelización de los Pueblos con miras a perfeccionar cada vez más la formación de esos catequistas. Evoco con reconocimiento la memoria de aquellos a quienes el Señor llamó ya a Sí. Pido la intercesión de aquellos a quienes mis predecesores elevaron a la gloria de los altares. Aliento de todo corazón a los que ahora están entregados a esa obra. Deseo que otros muchos los releven y que su número se acreciente en favor de una obra tan necesaria para la mision.

... en parroquia ...

67. Quiero evocar ahora el marco concreto en que actúan habitualmente todos estos catequistas, volviendo todavía de manera más sintética sobre los «lugares» de la catequesis, algunos de los cuales han sido ya evocados en el capítulo VI: parroquia, familia, escuela y movimiento.

Aunque es verdad que se puede catequizar en todas partes, quiero subrayar —conforme al deseo de muchísimos Obispos— que la comunidad parroquial debe seguir siendo la animadora de la catequesis y su lugar privilegiado. Ciertamente, en muchos países, la parroquia ha sido como sacudida por el fenómeno de la urbanización. Algunos quizás han aceptado demasiado fácilmente que la parroquia sea considerada como sobrepasada, si no destinada a la desaparición en beneficio de pequeñas comunidades más adaptadas y más eficaces. Quiérase o no, la parroquia sigue siendo una referencia importante para el pueblo cristiano, incluso para los no practicantes. El realismo y la cordura piden pues continuar dando a la parroquia, si es necesario, estructuras más adecuadas y sobre todo un nuevo impulso gracias a la integración creciente de miembros cualificados, responsables y generosos. Dicho esto, y teniendo en cuenta la necesaria diversidad de lugares de catequesis, en la misma parroquia, en las familias que acogen a niños o adolescentes, en las capellanías de las escuelas estatales, en las instituciones escolares católicas, en los movimientos de apostolado que conservan unos tiempos catequéticos, en centros abiertos a todos los jóvenes, en fines de semana de formación espiritual, etc., es muy conveniente que todos estos canales catequéticos converjan realmente hacia una misma confesión de fe, hacia una misma pertenencia a la Iglesia, hacia unos compromisos en la sociedad vividos en el mismo espiritu evangélico: «... un solo Señor, una sola fe, un solo bautismo, un solo Dios y Padre...».(116) Por esto, toda parroquia importante y toda agrupación de parroquias numéricamente más reducidas tienen el grave deber de formar responsables totalmente entregados a la animación catequética —sacerdotes, religiosos, religiosas y seglares—, de prever el equipamiento necesario para una catequesis bajo todos sus aspectos, de multiplicar y adaptar los lugares de catequesis en la medida que sea posible y útil, de velar por la cualidad de la formación religiosa y por la integración de distintos grupos en el cuerpo eclesial.

En una palabra, sin monopolizar y sin uniformar, la parroquia sigue siendo, como he dicho, el lugar privilegiado de la catequesis. Ella debe encontrar su vocación, el ser una casa de familia, fraternal y acogedora, donde los bautizados y los confirmados toman conciencia de ser pueblo de Dios. Allí, el pan de la buena doctrina y el pan de la Eucaristía son repartidos en abundancia en el marco de un solo acto de culto;(117) desde allí son enviados cada día a su misión apostólica en todas las obras de la vida del mundo.

...en familia...

68. La acción catequética de la familia tiene un carácter peculiar y en cierto sentido insustituible, subrayado con razón por la Iglesia, especialmente por el Concilio Vaticano II.(118) Esta educación en la fe, impartida por los padres —que debe comenzar desde la más tierna edad de los niños(119)— se realiza ya cuando los miembros de la familia se ayudan unos a otros a crecer en la fe por medio de su testimonio de vida cristiana, a menudo silencioso, mas perseverante a lo largo de una existencia cotidiana vivida según el Evangelio. Será más señalada cuando, al ritmo de los acontecimientos familiares —tales como la recepción de los sacramentos, la celebración de grandes fiestas litúrgicas, el nacimiento de un hijo o la ocasión de un luto— se procura explicitar en familia el contenido cristiano o religioso de esos acontecimientos. Pero es importante ir más allá: los padres cristianos han de esforzarse en seguir y reanudar en el ámbito familiar la formación más metódica recibida en otro tiempo. El hecho de que estas verdades sobre las principales cuestiones de la fe de la vida cristiana sean así transmitidas en un ambiente familiar impregnado de amor y respeto permitirá muchas veces que deje en los niños una huella de manera decisiva y para toda la vida. Los mismos padres aprovechen el esfuerzo que esto les impone, porque en un diálogo catequético de este tipo cada uno recibe y da.

La catequesis familiar precede, pues, acompaña y enriquece toda otra forma de catequesis. Además, en los lugares donde una legislación antirreligiosa pretende incluso impedir la educación en la fe, o donde ha cundido la incredulidad o ha penetrado el secularismo hasta el punto de resultar prácticamente imposible una verdadera creencia religiosa, la iglesia doméstica(120) es el único ámbito donde los niños y los jóvenes pueden recibir una auténtica catequesis. Nunca se esforzarán bastante los padres cristianos por prepararse a este ministerio de catequistas de sus propios hijos y por ejercerlo con celo infatigable. Y es preciso alentar igualmente a las personas o instituciones que, por medio de contactos personales, encuentros o reuniones y toda suerte de medios pedagógicos, ayudan a los padres a cumplir su cometido: el servicio que prestan a la catequesis es inestimable.

... en la escuela ...

69. Al lado de la familia y en colaboración con ella, la escuela ofrece a la catequesis posibilidades no desdeñables. En los países, cada vez más escasos por desgracia, donde es posible dar dentro del marco escolar una educación en la fe, la Iglesia tiene el deber de hacerlo lo mejor posible. Esto se refiere, ante todo, a la escuela católica: ¿Seguiría mereciendo este nombre si, aun brillando por su alto nivel de enseñanza en las materias profanas, hubiera motivo justificado para reprocharle su negligencia o desviación en la educación propiamente religiosa? ¡Y no se diga que ésta se dará siempre implícitamente o de manera indirecta! El carácter propio y la razón profunda de la escuela católica, el motivo por el cual deberían preferirla los padres católicos, es precisamente la calidad de la enseñanza religiosa integrada en la educación de los alumnos. Si es verdad que las instituciones católicas deben respetar la libertad de conciencia, es decir, evitar cargar sobre ella desde fuera, por presiones físicas o morales, especialmente en lo que concierne a los actos religiosos de los adolescentes, no lo es menos que tienen el grave deber de ofrecer una formación religiosa adaptada a las situaciones con frecuencia diversas de los alumnos, y también hacerles comprender que la llamada de Dios a servirle en espíritu y en verdad, según los mandamientos de Dios y los preceptos de la Iglesia, sin constreñir al hombre, no lo obliga menos en conciencia.

Pero me refiero también a la escuela no confesional y a la estatal. Expreso el deseo ardiente de que, respondiendo a un derecho claro de la persona humana y de las familias y en el respeto de la libertad religiosa de todos, sea posible a todos los alumnos católicos el progresar en su formación espiritual con la ayuda de una enseñanza religiosa que dependa de la Iglesia, pero que, según los países, pueda ser ofrecida a la escuela o en el ámbito de la escuela, o más aún en el marco de un acuerdo con los poderes públicos sobre los programas escolares, si la catequesis tiene lugar solamente en la parroquia o en otro centro pastoral. En efecto, donde hay dificultades objetivas, por ejemplo cuando los alumnos son de religiones distintas, conviene ordenar los horarios escolares de cara a permitir a los católicos que profundicen su fe y su experiencia religiosa, con unos educadores cualificados, sacerdotes o laicos.

Ciertamente, muchos elementos vitales además de la escuela contribuyen a influenciar la mentalidad de los jóvenes: asuetos, medio social, medio laboral. Pero los que han realizado estudios están fuertemente señalados por ellos, iniciados a unos valores culturales o morales aprendidos en el clima de la institución de enseñanza, interpelados por múltiples ideas recibidas en la escuela: conviene que la catequesis tenga muy en cuenta esta escolarización para alcanzar verdaderamente los demás elementos del saber y de la educación, a fin de que el Evangelio impregne la mentalidad de los alumnos en el terreno de su formación y que la armonización de su cultura se logre a la luz de la fe. Aliento pues a los sacerdotes, religiosos, religiosas y seglares que se ocupan de ayudar a estos alumnos en el plano de la fe. Por lo demás, es el momento de declarar aquí mi firme convicción de que el respeto demostrado a la fe católica de los jóvenes, incluso facilitando su educación, arraigo, consolidación, libre profesión y práctica, honraría ciertamente a todo Gobierno, cualquiera que sea el sistema en que se basa o la ideología en que se inspira.

... en los movimientos

70. Reciban finalmente mi palabra de aliento las asociaciones, movimientos y agrupaciones de fieles que se dedican a la práctica de la piedad, al apostolado, a la caridad y a la asistencia, a la presencia cristiana en las realidades temporales. Todos ellos alcanzarán tanto mejor sus objetivos propios y servirán tanto mejor a la Iglesia, cuanto más importante sea el espacio que dediquen, en su organización interna y en su método de acción, a una seria formación religiosa de sus miembros. En este sentido, toda asociación de fieles en la Iglesia debe ser, por definición, educadora de la fe. Así aparece más ostensiblemente la parte que corresponde hoy a los seglares en la catequesis, siempre bajo la dirección pastoral de sus Obispos, como, por otra parte, han subrayado en varias ocasiones las Proposiciones formuladas por el Sínodo.

Institutos de formación

71. Esta contribución de los seglares, por la cual hemos de estar reconocidos al Señor, constituye al mismo tiempo un reto a nuestra responsabilidad de Pastores. En efecto, esos catequistas seglares deben recibir una formación esmerada para lo que es, si no un ministerio formalmente instituido, si al menos una función de altísimo relieve en la Iglesia. Ahora bien, esa formación nos invita a organizar Centros e Institutos idóneos, sobre los que los Obispos mantendrán una atención constante. Es un campo en el que una colaboración diocesana, interdiocesana e incluso nacional se revela fecunda y fructuosa. Aquí, igualmente, es donde podrá manifestar su mayor eficacia la ayuda material ofrecida por las Iglesias más acomodadas a sus hermanas más pobres. En efecto, ¿es que puede una Iglesia hacer en favor de otra algo mejor que ayudarla a crecer por sí misma como Iglesia?

A todos los que trabajan generosamente al servicio del Evangelio y a quienes he expresado aquí mis vivos alientos, quisiera recordar una consigna muy querida a mi venerado predecesor Pablo VI: «Evangelizadores: nosotros debemos ofrecer... la imagen... de hombres adultos en la fe, capaces de encontrarse más allá de las tensiones reales gracias a la búsqueda común, sincera y desinteresada de la verdad. Sí, la suerte de la evangelización está ciertamente vinculada al testimonio de unidad dado por la Iglesia. He aquí una fuente de responsabilidad, pero también de consuelo».(121)

CONCLUSIÓN

El Espíritu Santo, Maestro interior

72. Al final de esta Exhortación Apostólica, la mirada se vuelve hacia Aquél que es el principio inspirador de toda la obra catequética y de los que la realizan: el Espíritu del Padre y del Hijo: el Espíritu Santo.

Al exponer la misión que tendría este Espíritu en la Iglesia, Cristo utiliza estas palabras significativas: «El os lo enseñará y os traerá a la memoria todo lo que yo os he dicho»,(122) y añade: «Cuando viniere Aquél, el Espíritu de verdad, os guiará hacia la verdad completa ..., os comunicará las cosas venideras».(123)

El Espíritu es, pues, prometido a la Iglesia y a cada fiel como un Maestro interior que, en la intimidad de la conciencia y del corazón, hace comprender lo que se había entendido pero que no se había sido capaz de captar plenamente. «El Espíritu Santo desde ahora instruye a los fieles —decía a este respecto san Agustín— según la capacidad espiritual de cada uno. Y él enciende en sus corazones un deseo más vivo en la medida en la que cada uno progresa en esta caridad que le hace amar lo que ya conocía y desear lo que todavía no conocía».(124)

Además, misión del Espíritu es también transformar a los discípulos en testigos de Cristo: «Él dará testimonio de mí y vosotros daréis también testimonio».(125)

Más aún. Para san Pablo, que sintetiza en este punto una teología latente en todo el Nuevo Testamento, la vida según el Espíritu,(126) es todo el «ser cristiano», toda la vida cristiana, la vida nueva de los hijos de Dios. Sólo el Espíritu nos permite llamar a Dios: «Abba, Padre».(127) Sin el Espíritu no podemos decir: «Jesús es el Señor».(128) Del Espíritu proceden todos los carismas que edifican la Iglesia, comunidad de cristianos.(129) En este sentido san Pablo da a cada discípulo de Cristo esta consigna: «Llenaos del Espíritu».(130) San Agustín es muy explícito: «El hecho de creer y de obrar bien son nuestros como consecuencia de la libre elección de nuestra voluntad, y sin embargo uno y otro son un don que viene del Espíritu de fe y de caridad».(131)

La catequesis, que es crecimiento en la fe y maduración de la vida cristiana hacia la plenitud, es por consiguiente una obra del Espíritu Santo, obra que sólo Él puede suscitar y alimentar en la Iglesia.

Esta constatación, sacada de la lectura de los textos citados más arriba y de otros muchos pasajes del Nuevo Testamento, nos lleva a dos convicciones.

Ante todo está claro que la Iglesia, cuando ejerce su misión catequética —como también cada cristiano que la ejerce en la Iglesia y en nombre de la Iglesia— debe ser muy consciente de que actúa como instrumento vivo y dócil del Espíritu Santo. Invocar constantemente este Espíritu, estar en comunión con Él, esforzarse en conocer sus auténticas inspiraciones debe ser la actitud de la Iglesia docente y de todo catequista.

Además, es necesario que el deseo profundo de comprender mejor la acción del Espíritu y de entregarse más a él —dado que «nosotros vivimos en la Iglesia un momento privilegiado del Espíritu», como observaba mi Predecesor Pablo VI en su Exhortación Apostólica «Evangelii nuntiandi»(132)— provoca un despertar catequético. En efecto, la «renovación en el Espíritu» será auténtica y tendrá una verdadera fecundidad en la Iglesia, no tanto en la medida en que suscite carismas extraordinarios, cuanto si conduce al mayor número posible de fieles, en su vida cotidiana, a un esfuerzo humilde, paciente, y perseverante para conocer siempre mejor el misterio de Cristo y dar testimonio de Él.

Yo invoco ahora sobre la Iglesia catequizadora este Espíritu del Padre y del Hijo, y le suplicamos que renueve en esta Iglesia el dinamismo catequético.

María, madre y modelo de discípulo

73. Que la Virgen de Pentecostés nos lo obtenga con su intercesión. Por una vocación singular, ella vio a su Hijo Jesús «crecer en sabiduría, edad y gracia».(133) En su regazo y luego escuchándola, a lo largo de la vida oculta en Nazaret, este Hijo, que era el Unigénito del Padre, lleno de gracia y de verdad, ha sido formado por ella en el conocimiento humano de las Escrituras y de la historia del designio de Dios sobre su Pueblo, en la adoración al Padre.(134) Por otra parte, ella ha sido la primera de sus discípulos: primera en el tiempo, pues ya al encontrarle en el Templo, recibe de su Hijo adolescente unas lecciones que conserva en su corazón;(135) la primera, sobre todo, porque nadie ha sido enseñado por Dios(136) con tanta profundidad. «Madre y a la vez discípula», decía de ella san Agustín añadiendo atrevidamente que esto fue para ella más importante que lo otro.(137) No sin razón en el Aula Sinodal se dijo de María que es «un catecismo viviente», «madre y modelo de los catequistas».

Quiera, pues, la presencia del Espíritu Santo, por intercesión de María, conceder a la Iglesia un impulso creciente en la obra catequética que le es esencial. Entonces la Iglesia realizará con eficacia, en esta hora de gracia, la misión inalienable y universal recibida de su Maestro: «Id, pues; enseñad a todas las gentes».(138)

Dado en Roma, junto a San Pedro, el día 16 de octubre del año 1979, segundo de mi pontificado.

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SANTA MESSA DI MEZZANOTTE

OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

24 dicembre 1979

1. Ecco, di nuovo è venuta l’ora di questo meraviglioso avvenimento: “Si compirono per Maria i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia” (Lc 2,6-7). Ci chiediamo: è un avvenimento comune o insolito? Quanti bambini nascono su tutta la terra nel corso di ventiquattro ore, mentre in alcune parti del mondo è giorno e in altre è notte! Certo, ognuno di questi momenti è qualcosa di insolito; è qualcosa di unico per un padre, e soprattutto per una madre, quando nasce un bambino, specialmente se si tratta del primo bambino, del figlio primogenito.

Quel momento è sempre una cosa grande. E tuttavia dato che esso si compie continuamente in qualche posto del mondo, in ogni ora del giorno e della notte la nascita dell’uomo, nel suo aspetto statistico, è insieme qualcosa di comune e normale.

Anche la nascita di Cristo sembra entrare in questa dimensione statistica, tanto più che ad essa si accompagna, secondo il racconto di San Luca, la menzione di un censimento, che si svolse nelle terre governate dall’imperatore romano Cesare Augusto; l’evangelista precisa che nel paese abitato da Maria e da Giuseppe l’ordine del censimento venne dal governatore della Siria, Quirinio.

A quell’avvenimento facciamo riferimento ogni anno, come oggi, riunendoci in questa Basilica a mezzanotte. Ebbene, se in questo avvenimento c’è qualcosa di insolito, ciò consiste forse nel fatto che esso non si compie nelle consuete condizioni umane, sotto il tetto di una casa, bensì in una stalla, che ordinariamente ospita solo animali. La prima culla del Divin Neonato, infatti, è una mangiatoia.

Stanotte, ci siamo riuniti in questa splendida Basilica rinascimentale per fare compagnia al Bambino di una Donna povera, nato in una stalla e deposto in una mangiatoia!

2. Certamente nessuno degli abitanti né dei nuovi arrivati, presenti allora a Betlemme, poteva pensare che in quel momento e in quella stalla si stavano realizzando le parole del grande profeta, spesso rilette e continuamente meditate dai figli di Israele.

Isaia, infatti, aveva scritto parole che costituirono il contenuto di una grande Attesa e di una inflessibile Speranza: “Hai moltiplicato la gioia, / hai aumentato la letizia. / Gioiscano davanti a te / come si gioisce quando si miete... / Poiché un bambino è nato per noi, / ci è stato dato un figlio. / Sulle sue spalle è il segno della sovranità... / grande sarà il suo dominio / e la pace non avrà fine / sul trono di Davide e sul regno, / che egli viene a consolidare e rafforzare / con il diritto e la giustizia, / ora e sempre” (Is 9,2.5-6).

Nessuno dei presenti a Betlemme poteva pensare che proprio in quella notte le parole del grande profeta venissero realizzate, né che ciò si compisse in una stalla, dove di solito abitano gli animali, “perché non c’era posto per loro nell’albergo” (Lc 2,7).

3. Tuttavia c’è qualche elemento, qualche cenno nelle parole di Isaia, che già in questa notte sembrano realizzarsi alla lettera. Isaia aveva scritto: “Il popolo che cammina nelle tenebre / vide una grande luce; / su coloro che abitavano in terra tenebrosa, / una luce rifulse” (Is 9,1).

Orbene, tutta Betlemme e tutta la Palestina in quel momento è “terra tenebrosa” e i suoi abitanti giacciono nel sonno. Ma fuori della città – come leggiamo nel Vangelo di Luca – “c’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge” (Lc 2,8). I pastori sono figli di quel “popolo che cammina nelle tenebre” e insieme sono i suoi rappresentanti eletti per quel momento, eletti “per vedere la grande luce”. Proprio così, infatti, scrive San Luca dei pastori di Betlemme: “Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore, li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento” (Lc 2,9). E dal profondo di quella luce che viene loro da Dio e nella profondità di quello spavento che è la risposta dei cuori semplici alla luce divina, giunge la voce: “Non temete, ecco, vi annunzio una grande gioia... oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore” (Lc 2,10-11).

Queste parole dovettero produrre una grande letizia nei cuori di quegli uomini semplici, educati e nutriti come tutto il Popolo di Israele da una grande Promessa, nella tradizione dell’attesa del Messia. E giustamente dice il Messaggero che questa gioia “sarà di tutto il popolo” (Lc 2,10), cioè proprio di quel Popolo di Dio, che “camminava nelle tenebre”, ma non si stancava della Promessa.

4. Era necessario, proprio in quella notte, un Messaggero che portasse la “grande luce” della profezia di Isaia alla stalla e alla mangiatoia di Betlemme. Era necessaria questa luce, era necessaria “la manifestazione della gloria” (Tt 2,13) – come scrive San Paolo – perché si potesse leggere bene il Segno! “Troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia” (Lc 2,12). E i pastori di Betlemme, uomini semplici che non sapevano di lettere, hanno davvero letto bene il Segno. Furono i primi tra tutti coloro che lo hanno letto in seguito e che lo rileggono tuttora. Furono i primi testimoni del Mistero. Noi, che in questa notte riempiamo la Basilica di San Pietro e tutti coloro, che in ogni luogo sono presenti alla Messa di Mezzanotte, diventiamo partecipi della loro testimonianza. Non invano questa Messa di Mezzanotte viene chiamata in alcune regioni “Messa dei pastori”.

5. Ricordiamo che è la notte del Mistero, anche se si potrebbe valutare diversamente l’avvenimento, in cui è apparsa la “manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore” (Tt 2,13) con la nascita del Bambino, quando egli venne al mondo dalla Vergine, e quando nella notte della sua nascita non ebbe a disposizione un tetto domestico sopra il capo, ma solo una stalla e una mangiatoia!

Ora, poiché ci siamo riuniti qui come partecipi della prima testimonianza data dai pastori di Betlemme a quel Mistero, cerchiamo di riflettere a fondo su di essa.

“Gloria a Dio nel più alto dei cieli, e pace in terra agli uomini che egli ama” (Lc 2,14). Queste parole provengono dalla stessa luce, che rifulse in quella notte nel cuore di uomini di buona volontà. Dio si compiace negli uomini!

Questa notte rappresenta una testimonianza particolare del divino compiacimento nell’uomo. Non lo ha forse creato Dio a sua immagine e somiglianza? Le immagini e le somiglianze si creano per vedervi il riflesso di se stessi. Perciò si guardano con compiacimento. Dio non si è forse compiaciuto dell’uomo, se, dopo averlo creato, “vide che era cosa molto buona” (Gen 1,31)? Ed ecco che a Betlemme siamo alla sommità di quel compiacimento. Ciò che è successo allora è forse possibile esprimerlo diversamente!

È possibile comprendere diversamente il Mistero, per cui il Verbo si fa carne, il Figlio di Dio assume la natura umana e nasce come Fanciullo dal grembo della Vergine? È possibile rileggere in altro modo questo Segno?

6. E per questo che alla mezzanotte di Natale diversi popoli iniziano un grande canto. Esso si diffonde ogni anno dalla stessa stalla di Betlemme. Risuona sulle labbra degli uomini di tante terre e di tante razze. Risuona il grande canto della gioia, e assume svariate forme. Cantano in Italia, cantano in Polonia, cantano in tutte le lingue e nei vari dialetti, in tutti i paesi e i continenti.

Dio ha manifestato il proprio compiacimento nell’uomo! Dio si compiace dell’uomo. Gli uomini, allora, si svegliano; si desta l’uomo, “pastore del suo destino” (Heidegger).

Quanto spesso l’uomo è schiacciato da questo destino! Quanto spesso ne è prigioniero; quanto spesso muore di fame, quanto spesso è vicino alla disperazione, quanto spesso è minacciato nella coscienza del significato della propria umanità. Quanto spesso – nonostante tutte le apparenze – l’uomo è lontano dal compiacersi di se stesso.

Ma oggi egli si desta e sente l’annuncio: Dio nasce nella storia umana! Dio si compiace nell’uomo. Dio è diventato uomo. Dio si compiace in te! Amen.

CELEBRAZIONE DEI VESPRI E DEL TE DEUM DI RINGRAZIAMENTO

PER LA FINE DELL’ANNO ALLA CHIESA DEL GESÙ

OMELIA DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II

31 dicembre 1979

1. “Figlioli, questa è l’ultima ora...”; con queste parole inizia la prima lettura della liturgia d’oggi, tratta dalla lettera di San Giovanni Apostolo (1Gv 2,18). Questa lettura è fissata per il 31 dicembre, il settimo giorno dell’ottava di Natale. Quanto attuali sono queste parole! Quanto efficacemente risentiamo la loro eloquenza noi qui riuniti nella Chiesa romana del Gesù, nel momento in cui scoccano le ultime ore di quest’anno, che volge alla fine. Ogni ora del tempo umano è in certo senso l’ultima, perché sempre unica e irripetibile. In ogni ora passa qualche particella della nostra vita, una particella che non tornerà più. E ognuna di tali particelle – benché non sempre ce ne rendiamo conto – ci proietta verso l’eternità.

Forse le ultime ore di questo giorno – quando l’anno del Signore 1979, e con esso l’ottavo decennio del nostro secolo giungono alla loro fine – ce ne parlano meglio di qualsiasi altra ora solita. E perciò risentiamo tanto maggiormente il bisogno di trovarci, in queste ultime ore dell’anno, davanti a nostro Signore, davanti a Dio che, con la sua eternità, abbraccia e assorbe il nostro tempo umano; il bisogno di stare davanti a lui, di parlare a lui con il contenuto stesso più profondo della nostra esistenza. Sono questi i momenti adatti per una profonda meditazione su noi stessi e sul mondo; i momenti per “fare i conti” con se stessi e con la generazione alla quale apparteniamo. È questo il tempo propizio per una preghiera volta ad ottenere il perdono, una preghiera di ringraziamento e di supplica.

2. “Il Verbo era nel mondo” (cf. Gv 1,10). Proprio adesso è ritornato il periodo in cui la Chiesa si rende consapevole in modo particolare della verità che esprimono queste parole del Vangelo di Giovanni. Nel mondo era il Verbo: quel Verbo che “era in principio presso Dio” e “tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste” (Gv 1,2-3). Questo Verbo “si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. Venne ad abitare anche se “i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1,11).

Il computo degli anni, di cui ci serviamo, vuole testimoniare che sono passati appunto 1979 anni dal momento in cui ciò avvenne. Il tempo testimonia non soltanto il passare del mondo e il passare dell’uomo nel mondo; esso rende testimonianza anche alla nascita del Verbo eterno dalla Vergine Maria, alla nascita che, come ogni nascita dell’uomo, viene determinata dal tempo: dall’anno, dal giorno, dall’ora.

Tuttavia, nel momento presente, durante questo nostro incontro, la nostra attenzione è attirata, prima di tutto, dalla seguente frase del Vangelo di Giovanni: “Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia” (Gv 1,16). Non vi è qui anche una chiave per comprendere l’anno che sta per terminare? Non bisogna pensare ad esso nella prospettiva di ogni grazia che abbiamo ricevuto dalla pienezza di Gesù Cristo, Dio e Uomo? Non siamo convenuti qui per ringraziare di ognuna di queste grazie e contemporaneamente di tutte insieme?

Certamente sì.

La grazia è una realtà interiore. È una pulsazione misteriosa della vita divina nelle anime umane. È un ritmo interiore dell’intimità di Dio con noi, e perciò anche della nostra intimità con Dio. Essa è la sorgente di ogni vero bene nella nostra vita. Ed è il fondamento del bene che non trapassa. Mediante la grazia noi viviamo già in Dio, nell’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, benché la nostra vita si svolga sempre in questo mondo. Essa dà valore soprannaturale ad ogni vita, benché questa vita sia, umanamente e secondo i criteri della temporaneità, molto povera, non appariscente e difficile.

Bisogna quindi ringraziare oggi per ogni grazia di Dio che è stata comunicata a qualsiasi uomo: non soltanto a ciascuno di noi qui presenti, ma ad ogni nostro fratello e sorella in ogni parte della terra. In questo modo il nostro inno di ringraziamento legato all’ultimo giorno dell’anno, che sta per finire, diventerà quasi una grande sintesi. In questa sintesi sarà presente tutta la Chiesa, poiché essa è, come ci insegna il Concilio, un sacramento della salvezza umana (cf. Lumen Gentium, 1). Cristo, dalla cui pienezza tutti riceviamo grazia su grazia, è proprio il “Cristo della Chiesa”; e la Chiesa è quel Corpo Mistico che riveste costantemente il Verbo Eterno nato nel tempo, dalla Vergine.

Indirizzando i nostri cuori verso questo mistero, la liturgia di oggi diventa sorgente della preghiera più profonda del nostro ringraziamento.

3. Tuttavia la stessa liturgia ci fa presente anche l’esistenza del male nella storia dell’uomo e dell’umanità. E se ogni bene modella questa storia nella forma del Corpo di Cristo, il male invece, come contraddizione del bene, assume nel linguaggio della Lettera di Giovanni il nome di “anti-Cristo”.

In tale senso l’Apostolo scrive: “Di fatto ora molti anticristi sono apparsi. Da questo conosciamo che è l’ultima ora” (1Gv 2,18). Allora quest’ultima ora dell’anno non può passare senza una riflessione sul tema del male, sul tema del peccato, del quale ognuno di noi si sente partecipe, giacché ad ognuno ne parla la propria coscienza.

L’ultima ora si collega, in modo particolare, alla prospettiva del giudizio che risuona nella voce della coscienza umana, e nello stesso tempo alla prospettiva del giudizio di Dio, del Signore che viene a giudicare la terra, come annunzia il salmo responsoriale della liturgia di oggi. E aggiunge: “Giudicherà il mondo con giustizia e con verità tutte le genti” (cf. Sal 96,13).

La stessa riflessione sul male, di cui ci offre l’occasione l’ultima ora dell’anno, richiede da noi di oltrepassare in un certo senso i limiti della nostra coscienza, e della personale responsabilità morale. Il male che esiste nel mondo, che ci circonda e che minaccia l’uomo, le nazioni, l’umanità, sembra essere più grande, molto più grande, del male di cui si sente responsabile personalmente ciascuno di noi. È come se esso crescesse secondo la propria dinamica immanente e superasse le intenzioni dell’uomo; come se uscisse da noi ma non fosse di noi, per utilizzare ancora una volta le espressioni dell’Apostolo.

La nostra vita non ci manifesta forse simili dimensioni del male? L’ultimo anno non ci ha forse dimostrato un tale grado di minaccia che pensando ad essa l’uomo è portato a chiedersi se sia ancora a misura d’uomo, a misura della sua volontà e della sua coscienza?

Che cosa dire, oltre al resto, di tutte le manifestazioni di odio e di crudeltà che si nascondono sotto il nome del terrorismo internazionale? o sotto la forma del terrorismo, di cui è vittima l’Italia? E che cosa dire dei giganteschi e minacciosi arsenali militari che, specialmente nell’ultimo scorcio di quest’anno, hanno richiamato l’attenzione del mondo intero e in particolare dell’Europa, dall’Oriente fino all’Occidente?

Si avrebbe voglia di dire, seguendo l’Apostolo, che quel male che si profila sull’orizzonte “è uscito da noi, ma non era di noi”, non è di noi. E giustamente. Nella storia dell’uomo opera non soltanto Cristo, ma anche l’Anti-Cristo. Eppure è necessario, sì, è tanto più necessario che l’uomo, ogni uomo, il quale in qualche modo si sente responsabile di tale minaccia sovrumana che pesa sull’umanità, si metta davanti al giudizio della propria coscienza; si metta davanti al giudizio di Dio.

4. Nel mondo era il Verbo... / “In lui era la vita / e la vita era la luce degli uomini; / la luce splende nelle tenebre, / ma le tenebre non l’hanno accolta” (Gv 1,4-5).

Terminiamo così la nostra meditazione in occasione della fine dell’anno con un’affermazione del Vangelo di Giovanni. Essa porta in sé il messaggio del Natale; porta in sé la manifestazione della speranza, la voce dell’ottimismo cristiano.

Il Verbo è nel mondo. La luce splende nelle tenebre. Bisogna soltanto che noi porgiamo orecchio, a questo Verbo.

Bisogna avvicinarsi a questa luce. Bisogna che noi ci stringiamo a Cristo, aderiamo a lui con tutta l’anima e con tutta la vita.

Allora possiamo avviarci con fiducia incontro ad ogni tempo, per quanto minaccioso sia il suo volto. “La grazia e la verità che vennero per mezzo di Gesù Cristo” (cf. Gv 1,17) non cessano di essere la fonte del prevalere dell’uomo sul male. E anche nella nostra epoca sta crescendo la quantità dei fatti – dei fatti concreti – che lo confermano. Fatti che talvolta ci stupiscono con la loro eloquenza. Ogni anno termina nello splendore dell’ottava del Natale e ogni anno nuovo in tale splendore incomincia.

Questo è un segno evidente della immutabile presenza della grazia e della verità nel nostro tempo umano.

 

 

 

 

 

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